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Qui c’è il 2009

30 dicembre 2009

BUON ANNO

Di cos’altro avete bisogno, esattamente?
Siete a Milano, e probabilmente siete pure in ufficio se state qui a cazzeggiare sul sito.
Non siete andati a Mauritius come un vostro collega perchè costa una cifra mentre la vostra prospettiva è quella di trascinarvi domani in montagna, con la Polar del ’92, nell’appartamento di famiglia, sperando di accaparrarvi uno dei letti a castello rimasti liberi.
E’ probabile che negli ultimi tornanti prima del paese, ci sia ghiaccio per terra e dobbiate montare le catene, visto che la leggendaria Polar ha la trazione posteriore.
La moto è sempre lì ma non abbastanza veloce da farvi passare tra goccia e goccia.
Quei bastardi del Meteo ci prendono sempre, e quando non piove, nevica, e quando non nevica la temperatura scende sotto i meno sei.
Voi ve ne fregate ma dopo dieci minuti una emiparesi facciale vi fa fermare al primo bar, e non siete neanche a Opera.
A casa i vostri figli hanno ricevuto un Kalasnikov e un M16 che sparano davvero e hanno già spaccato metà dei lampioni del giardinetto di fronte.
Facendosi pure beccare.
Sono indietro con i compiti e voi vi siete incautamente presi l’incarico di farglieli fare.
Solo che non sempre siete dell’umore giusto e a volte li trattereste come un domatore di leoni, con sgabello e frusta.
Non sempre questo sistema è il più indicato da un punto di vista pedagogico.
Passate le vostre serate tra la caldaia che va in blocco, la chitarra e la TV, di media andando a dormire all’una e mezza.
Meno male che non è tutto qui.








Buon Anno
(Sebbene mi chieda: ma cosa avete bisogno in più? Esattamente, dico…)


25 dicembre 2009
BUON NATALE








E felice anno nuovo, ragazzi


18 dicembre 2009
Natale
A Natale regalate un libro.
Questo, per esempio…

Presso tutte le massime librerie mondiali e planetarie.
A Milano presso la Libreria dell’Automobile, le Feltrinelli, la FNAC, sperando che ne abbiano ancora…
Se no, qui “http://www.fbe-edizioni.it/” senza spese di spedizione








13 dicembre 2009
Passione per una moto?
Terreno insidioso, ma molto umano, quello su cui ci siamo avviati. L’eccesso, la passione, l’esagerazione, e per cosa, poi, qualcuno potrebbe dire… Ok, per una moto, con tutto ciò che ne consegue: viaggi, esperienze, libertà, sport, campionati, gare mondiali, magari anche ragazze. Quindi si vede che si tratta già di una passione vasta, che offre molto.
Ma andiamo più in profondo, scaviamo un po’ di più sulla passione e sulla follia: che dire piuttosto di quelli che si appassionano (e con uguale intensità, badate) a cose che noi manco ci immaginiamo: soldatini da verniciare, modelli di navi, residuati bellici, software, astrologia…
Che dire a quelli, allora? A gente che letteralmente vive per sentire ogni mattina stronzate sull’oroscopo o compra riviste americane per aggiornarsi sull’ultimo smalto per colorare le armature?
Sembra assurdo, no? Ma esiste, e allora cosa possiamo dire? Che quello che noi troviamo sui forum, sulle riviste, magari anche su questo sito, non è altro che una parte integrante di ciò che troviamo nel nostro garage, o che ritroviamo nelle parole del nostro amico meccanico o nell’abbraccio di quei due o tre matti che ci aspettano una domenica mattina di gennaio per partire per l’elefantentreffen anche solo per una scampagnata per mangiare la polenta uncia, come piace tanto al garella.
E’ l’apoteosi di qualcosa di squisitamente nostro, a cui siamo arrivati da soli, e ci siamo coltivati nell’anima. Una passione appunto, e null’altro: illogica, magari costosa, forse assurda, a volte inaspettata e spesso curiosamente lontana da quello che noi siamo davvero e da quello che gli altri pensano di noi. Ma proprio per questo, preziosa e di grande valore, perchè sincera.
E’ qualcosa che ci soddisfa, ci completa, ci fa sentire vivi e ruba un attimo ad ogni ora che spendiamo in ciò che siamo costretti a fare ogni giorno per vivere.
Non è altro che una parte della nostra vita.
La migliore, di solito…

6 dicembre 2009
Il Firenze Chapter chiude
Erano anni che non scrivevo più un articolo sulla HOG, cari amici. Dai tempi di “Senza Parabrezza”, una rubrica che tenevo su Freeway, un’altra rivista di harley che forse qualcuno di voi può ancora ricordare. Quante polemiche, quante arrabbiature, ma anche quanto credevo in quello che scrivevo. Come ora, naturalmente. E quando ho letto dell’annuncio della prossima chiusura del leggendario Firenze Chapter, beh ho riprovato dentro di me tutto le sensazioni di allora.
Perchè secondo me, se un Chapter deve chiudere lo dovrebbe fare solo per decisione dei soci, dopo una democratica discussione, o per qualche evento devastante. Credo fermamente che solo chi ha profuso impegno, passione, tempo e diciamolo pure, affetto, in una associazione, debba avere il diritto di sentirla propria e, cosa più importante, il diritto che nessuno gliela possa portare via.
Ma non è così, cari amici. Credo che tutti voi sappiate che, secondo il regolamento HOG, un Chapter non può esistere senza l’appoggio del dealer di riferimento, che dà il nome al Chapter stesso.
Questo potrebbe anche essere accettabile per quanto riguarda l’inizio di un Chapter, ma che credo sia profondamente ingiusto il fatto che possa decretarne anche la fine. Voglio dire, ha un senso che tutta la passione, l’impegno, il piacere di girare con un gruppo dopo averlo creato con fatica e costanza così come il gusto di portare una patch con una denominazione (in fondo anche gli stemmi del Chapter sono comunque un riconoscimento nel mondo biker) ebbene, ha un senso che tutto ciò debba essere vincolato al conto economico di uno stramaledetto negozio di motociclette?
Con un articolo che riassumeva più o meno queste parole, pubblicato alcuni secoli orsono, io sono stato orgogliosamente espulso dal Milano Chapter e posso dirvi che quando sento storie come quelle del Firenze Chapter, quell’articolo lo riscriverei uguale, scolpendolo nel nel granito, a distanza di anni.
Perchè niente è cambiato: tutto procede con una logica ossequiente che nella sua assurdità e autoreferenzialità, ricorda un diktat nazista. SE NON C’E’ IL DEALER, TUTTI A CASA.
Ma perchè?
No, vi prego, non spiegatemelo visto che lo so bene, anche se continuo a chiedermi con che spirito uno si può dedicare a qualcosa di sociale, di bello, di amichevole, di impegnativo, per poi vederselo portare via da un pirla che un giorno decide di vendere le Ducati invece delle H-D, oppure scommette le mutande al black jack e le perde e con quelle, perde pure il vostro sacrosanto diritto a girare con un simbolo su cui avete lavorato e che a buona ragione vi rappresenta e vi meritate ti indossare.
Allora io continuo a ribadire l’assurdità di questo mondo di plastica, governato da interessi commerciali e che può finire in un secondo, per logiche che nulla hanno a che vedere con la passione che molti ci hanno profuso, sinceramente, magari per anni.
La soluzione? Ce ne sarebbero: si potrebbe consentire il mantenimento del nome e delle patch ai soci, anche dopo la chiusura del Dealer. Del resto quali problemi potrebbero creare a mamma Harley un gruppo di appassionati , anche se privi dell’agognato concessionario? La HOG centrale tramite il rappresentante italiano, potrebbe farsi temporaneamente carico degli orfanelli fino alla nascita di un nuovo concessionario a cui appoggiare il Chapter stesso. Ma la mia idea è in realtà molto più estrema: lasciate perdere! Se volete creare qualcosa in cui credere per la vostra moto, fatelo voi, con le vostre forze, con i vostri amici, con la vostra energia.
Qualcosa che vi assomigli e che voi e i vostri amici possiate gestire come preferite, con la vostra originalità e la vostra passione. Non lasciate che un carrozzone di luci colorate e cotillons, vi porti via troppo entusiasmo e tempo.
Trattate il Chapter per quello che è: una mera opportunità utile per conoscere amici e fare qualche castagnata, ma come diceva Battisti, non lasciate che il sentimento diventi troppo denso. Qualcuno da lassopra potrebbe sempre fregarvi il giocattolo, sul più bello. E non sarebbe giusto.

Fuck the Factory
3%ers forever

3 dicembre 2009
E’ febbre ma non è influenza. Che cavolo sia non lo so, ma l’ho quasi fregata.
E tra un po’ torno, ragazzi.

27 novembre 2009
Rassegna Stampa
Su Low Ride di novembre, un bel servizio sul mio viaggio in Algeria “Transahariana Express” fatto quest’anno.
Comprate la rivista, ma se volete un’anticipazione, cliccate qui Rassegna Stampa

23 novembre 2009
Arrivata
La moto è arrivata.
Ha solcato mari e oceani, scampando agli assalti dei pirati somali.
Si trova attualmente a Osio Sotto (!!!) dove lo spedizioniere è pronto a consegnarcela in settimana.
Chissà cosa si saranno raccontate in quel container, la mia HD del secolo scorso e la nuova BMW dell’Arrigo.
Esperienza e vecchia scuola da un lato, elasticità, prestazioni ed elettronica dall’altro.
Secondo me, hanno fatto amicizia…

15 novembre 2009
Targhe Nere
Per chi ama quelle macchine che forse non hanno il pregio delle vere auto d’epoca, ma che hanno popolato gli anni ottanta e anche prima.
A me dà più emozione una Giulia Super che la solita Ferrari Testarossa.
http://www.targhenere.net

14 novembre 2009
Novegro
giretto oggi a novegro Lo so che roba HD, lì non ce n’è ma per uno come me, ex guzzista, è sempre un divertimento
personalmente mi colpiscono sempre le vecchie moto, specie le enduro anni 70 e 80, vendute a pochi soldi e piene di storia. Tenerè, africa twin, r80, vecchi swm, moto con targhe ancora con la provincia
Ma anche le vespone, le Ts 125 come la mia, le rally 200, le et3. Le lambrette. Quanta storia di ragazzi e sogni su quelle selle, e quante scappate da scuola o verso il mare, su quei pneumatici.
Vecchi appassionati o gente come me, che si raccontava delle prodezze di gioventù guardando questi ferri che non sono ancora d’epoca, ma che per me hanno il significato più vero, perchè erano le mie, dei miei 20 anni.
Montagne di serbatoi, carburatori, cerchi, motori apparentemente inutilizzabili ma che poi trovano sempre il proprio cliente. Odore di porchetta e salamella. Qualche goccia di pioggia, per mettere alla prova la sveglia mattutina, ma poi, il giretto paga sempre
La moto, ragazzi, è sempre la moto…

11 novembre 2009
Arriva!
La sento, ragazzi. La moto è in arrivo, come mi ha informato lo spedizioniere poco fa.
Subito, gomme nuove (Avon MKII ant e post), cinghia nuova (la bastarda ha cigolato per 8mila km) e filtro aria che già filtrava miscela dal sud dell’Iran.
Un folle pensiero potrebbe essere il cambio colore del serbatoio, ad un bianco caldo, come quello del mio casco jet.
Ma sono solo elucubrazioni di un pazzo. Per ora,

Sempre più reale invece potrebbe essere l’epocale ingresso in casa Parods di una seconda motoretta da affiancare alla bombolona.
Sto infatti monitorando il mercato delle moto enduro d’epoca.
Autentici cavalli d’acciaio di 25 anni, senza un filo di elettronica e che si aggiustano a martellate.
Non è quindi escluso che in futuro mi si possa veder circolare su una R80 G/S o qualcosa del genere
NON VOGLIO SENTIRE CAZZI

PS Questo articoletto del cazzo è stato scritto tre volte, vieppiù corto ogni volta, perchè continuavano a saltare le stramaledette valvole di casa mia, per colpa del forno dove scaldavano le pizze.

5 novembre 2009
RadioDue
Domenica sera, attorno a mezzanotte e mezza circa, il Parods si fa una chiaccherata ai microfoni di RadioDue.
Orario da nottambuli, ma qualcuno non diceva che i motociclisti vivono la notte?
http://www.radio2.rai.it/dl/Radio2/podcast.html
(link del podcast)

3 novembre 2009
Carburazione
Una interessante pagina che spiega bene e abbastanza semplicemente, come fare a regolare il nostro carburatore.
Se avete la moto a iniezione, cazzi vostri.

http://www.specialmotors.net/index.php?option=com_content&view=article&id=48:il-carburatore-le-sue-regolazioni&catid=31:generale&Itemid=61

Intervista su Dol’s
Se avete voglia di visitare un bellissimo sito fatto da donne e per le donne, cliccare qui sotto.
Il Parodi è stato intervistato su come far quagliare viaggi e passione per le moto, e esigenze di casa.
Mica uno scherzo…

http://www.dols.net/magazines_news.php?id_micro=29&id_news=1786

2 novembre 2009
La moto nuova
Ce l’hai in mente da un po’.
Non sai come ha iniziato a frullarti in testa. In realtà se ci pensi bene, all’inizio non ti piaceva neppure. L’avevi notata, questo si, ma la sensazione era di straniamento, più che altro. Un mezzo che mai avevi pensato ti avrebbe potuto emozionare, o anche solo colpirti.
L’avevi vista altre cento volte ma quel giorno l’hai vista passare lentamente. Il suo rumore basso e potente, una linea unica. Tu venivi da una storia fatta di altre moto. Un passato giapponese, italiano, inglese, forse tedesco. Magari anche solo scooteristico e con questo non voglio dire che fossi uno da Burgman ma piuttosto uno che si è smazzato vespe e lambrette.
E quel giorno l’hai vista. E come capita nei fidanzamenti più leggendari, all’inizio tutto è passato sotto i tuoi occhi senza che tu potessi fare nulla.
Poi piano piano, una sensazione strana ha incominciato a riaffiorare nella tua mente e sulla bocca dello stomaco. Una linea unica, una livrea di colori che nessun’altra poteva sfoggiare. E poi l’idea.
Quando hai incominciato a pensarti là sopra, ad ingranare le marce e tirare la prima, poi la seconda, esattamente in quella strada là. Si, proprio quella stradina che solo qualche mese fa hai percorso con la tua vecchia moto, magari sacramentando o rimanendo indietro, oppure riprovando le stesse sensazioni, un po’ troppo conosciute, forse già troppo provate e riprovate.
Ed ora sei lì che cerchi su internet il concessionario che le vende, le occasioni, i prezzi (che sono sempre più alti di quello che ti immaginavi), e il problema è che li giustifichi e pensi che forse è il prezzo giusto. E guardi sulle inserzioni, sui siti specifici, sui forum, sulle pagine delle riviste.
Poco per volta incominci a conoscerla. Ne parli con quel tuo amico che ne aveva una simile, o con quell’altro che hai visto parcheggiarne una nel cortile vicino a casa tua. Ritornando dall’ufficio, allunghi la strada per sbirciare le vetrine del concessionario e ti capita di rallentare se ne incroci una.
Nel giro di qualche settimana, diventi il classico esperto senza moto: quello che sa praticamente tutto di una moto, pur senza possederla.
La sogni ormai ogni notte, hai già messo da parte un po’ di soldi trovando giustificazioni a vacanze più corte, riparmi in casa e calcoli collegati al mutuo o alla rateizzazione. E finalmente rispondi ad una inserzione.
Prendi la macchina e fai chilometri per vederla. Ti senti pronto. Puoi farcela. Hai valutato tutti gli elementi, mettendo insieme le offerte sul mercato e cercando di capire quale era meglio per te. Questa, è la più cara, ma la più bella. La porta del garage si apre e lei è lì che sembra aspettare solo te. E’ più grande di quanto pensavi. Più pesante, più dura. Ma è lei.
E’ la realizzazione dei tuoi sogni, tutti i particolari sono esattamente come te li immaginavi. Curve, profili, potenza del motore, sostanza. E’ una moto massiccia, difficile, forse anche scostante e certamente non da sbarbati.
Hai un attimo di esitazione. Temi di non essere pronto per lei. Ma poi butti il cuore al di là dell’ostacolo. Resta solo un problema. Il prezzo. E’ alto. Molto alto.
Fai la tua offerta, ed è già molto di più di quanto ti immaginavi di poter mai offrire per una moto. Ma la fai e speri che lui dica si. Ma non capita mai così. Discutete ancora un poco, poi vi salutate. “Terrò conto della tua offerta” ti dice “Ci penso e ti farò sapere”.
Tu risali sulla tua auto e vai verso casa. “Ma si dai, va bene così. Era troppo cara per me. Ci saranno altre occasioni, anche se in effetti era davvero bella”.
Ma dopo mezzora, il tuo telefono suona.

30 ottobre 2009
Link all’intervistona di Severgnini sul Corriere.it

Per i ritardatari:
Cliccate questo link e incrociamo le dita.

http://video.corriere.it/?vxSiteId=073405ca-3970-4042-8d8d-2b5e7795fd79&vxChannel=Puntoitalians&vxClipId=2524_b6616650-c536-11de-bfa4-00144f02aabc&vxBitrate=300

29 ottobre 2009
VIDEO CHAT sul Corriere.it
Oggi il Parodi è ospite di Beppe Severgnini sulla VideoChat del Corriere.
Collegatevi al sito del Corriere alle 16.00.

12 ottobre 2009
Milano – New Delhi
Se avete voglia, a un click da qui, un po’ di foto del viaggio e le mie solite considerazioni su quest’ultimi 8000 km verso est.
A presto ragazzi
Keep on riding
Roberto 3%er

Milano – New Delhi

8 ottobre 2009
Ottomila chilometri fa
Vi stupirà, ma la cosa che mi colpisce di più questa mattina camminando per le vie di Milano, è l’aria.
La qualità e la trasparenza dell’aria di questa città che oggi mi pare cristallina manco fossi a Cervinia. Mi colpisce il silenzio dei motori delle auto che circolano, il loro procedere ordinato, l’uso moderato dei clacson (e sono le nove, non mezzanotte).
L’acqua potabile che esce dai rubinetti, il profumo del pane, le strade pulite. La quantità di belle ragazze che passeggiano per la strada.

L’Asia non è così, anche se grandi segreti e misteriose magie vi possono legare a lei per la vita.
Non è la prima volta che vado in Asia.
Addirittura ero già stato anche in India, in Nepal, in Palestina, Thailandia etc. Ma se guadagni l’Asia profonda, metro dopo metro, chiometro dopo chilometro, lottando con il vento, il caldo e il freddo, attraversando montagne e deserti attaccato ad un manubrio di una moto, la sensazione che ne ricevi è diversa.
E’ probabilmente la stessa che ha la gente che ci vive davvero dentro, quella che al mattino deve andare al lavoro o deve cercarsene uno. O deve fare la spesa o coltivare un campo o guidare un taxi o un tuk-tuk.
E’ un’asia diversa, più dura, meno vivibile, meno protetta e schermata.
Ma quando si viaggia così, gli svantaggi sono ampiamente compensati dalle scoperte e la più importante è stata l’anima della gente.
Dall’Iran all’India, passando per il Pakistan, abbiamo incontrato persone per piacere e per necessità, e ognuna di loro ci ha lasciato un ricordo che ora leggo nelle foto e nei loro occhi.
Interesse sincero, piacere e curiosità, gentilezza e ospitalità che ormai nell’occidente non esistono più.
Non c’è stata una sosta, forzata o programmata che fosse, dove qualcuno non ci avesse offerto un aiuto, una tazza di tè o solo un sorriso o uno scatto dal proprio telefonino.
Professori di inglese a Zanjan, Esfahan, e Tehran, in Iran, camionisti nel Baluchistan iraniano, una bella ragazza di Tehran con cui abbiamo visitato la città, poliziotti pakistani di oscuri avamposti sul confine con l’Afghanistan, una famiglia di pashtun nella NorthWestern Province Frontier, e poi professionisti indiani, ragazzini di Amritsar bloccati con noi sotto il monsone con l’acqua alle caviglie.
Da loro abbiamo avuto quell’iniezione di affetto, aiuto e calore, essenziale per andare avanti e portare a termine il nostro viaggio.

Tra tutti, il denominatore comune era l’interesse, la curiosità e la voglia di conoscere di capire.
Nessuno di loro ci ha guardato con la diffidenza che in realtà proprio noi avevamo nei loro confronti, perchè questo ci era stato detto dai giornali e da consiglieri esperti che scuotevano il capo quando sentivano dei nostri progetti di viaggio.
Nessuno di loro, ha neppure capito che la mia Harley era americana e quendo glielo dicevo io erano colpiti e sorridevano annuendo ammirati.
Nessuno di loro si è indignato vedendo la mia madonnina attaccata sul manubrio, che mi ha guardato e protetto per questi ennesimi 8000 km.
Nessuno ha eccepito sul fatto che i nostri soldati fossero stati in Iraq o che ancora fossero in Afghanistan.
Abbiamo parlato con queste persone: di religione, politica, di vita di ogni giorno ma abbiamo trovato solo voglia di vivere in pace, di conoscere e di essere liberi.
Abbiamo visto il sogno nei loro occhi quando parlavamo delle noste città, della libertà di camminare vestiti come si vuole, di organizzare feste e di viaggiare per il mondo.
Non abbiamo trovato odio per gli americani, solo verso il loro governo: come allo stesso modo noi non possiamo certo definire queste popolazioni “popoli canaglia” ma sulla qualità dei loro governanti, certamente sì, ci sarebbe molto da dire.

Abbiamo voluto bene a questa gente, che vive silenziosamente (anche se non sempre) una esistenza difficile e spesso priva di libertà essenziali, ma ha voglia di ospitarci e di conoscerci per sognare un po’ e discutere con noi del mondo di fuori.
Esattamente come noi facciamo con loro, e per la prima volta, finalmente, con informazioni di prima mano, senza l’autorevole mediazione di qualche mass-media con i suoi irritanti eufemismi e smussature e accentuazioni e punti esclamativi che riescono sempre a deformare e trasfigurare una realtà che spesso è completamente diversa da qualla che ci possiamo immaginare.

Questa sera, forse posto un po’ di foto…

7 ottobre 2009

KAMASUTRA EXPRESS

Cari i miei con questo ultimo pezzo finisce anche per questa volta il mio compito, lascio spazio al Parods che le ultime notizie danno su un aereo Delhi-Milano.
Smonto il campo base, rifaccio il sacco e chiudo la tenda, lasciandovi con quest’ultimo report.
Un abbraccio a tutti…. e per chi volesse la mia email is in the site.
Long Run Threepercenters, il DePia.

7858
Il contachilometri segna 7858 km quando spengo il motore davanti al Shervani Hotel di New Delhi.
16 giorni di viaggio, di cui 14 effettivi di moto.
Media sui 580 km al giorno, nonostante 4 passaggi in dogana di almeno due paesi canaglia, attraversamento di diversi passi di montagna, un numero imprecisato di deserti, con relativi insabbiamenti, innumerevoli check point delle gendarmerie, militari di scorta sul sellino del passeggero, tre guasti di cui uno inizialmente irreparabile, un trasporto su pick up della Bmw (nuova di 6 mesi), tre fughe dalla polizia pakistana, due giorni con pernotto in zona talebana e un’onda monsonica con allagamento.
Ma veniamo all’ultima tappa.
Eravamo al limite dell’annegamento sulla grand trunk road, tra amritsar e delhi.
Era buio pesto, attorno a noi un muro d’acqua tiepida, nero tutto attorno, sulla strada il rischio era eccessivo. Ci fermiamo sotto una tettoia.
Siamo in nezzo a una baraonda di indiani gli uni attaccati agli altri, la pioggia tarda a smettere. Siamo stanchi e preoccupati. Ripartiamo, acqua alla caviglia, camion che urlano vicino a noi.
Ma per fortuna la dea kali ci manda un alberghetto dove tra l’altro si era rifugiato un gruppo di bikers di delhi.
Il classico gruppo che se fosse stato a milano sarebbe stato iscritto alla hog: auto al seguito, telefonini, caschi integrali. Impresentabili intruder, ma grosse e costose. La nuova classe dirigente di Delhi del nuovo millennio.
Questa sera siamo a cena da loro.
Nonostante le Intruder….

Senza commento cari….leggete e godetene tutti tre report fantastici nel week end
Saluti dal campo base…. Il Depia.

India monsoon Sono le 5 del mattino e mi trovo seduto sulla tazza del cesso in una camera d’albergo a 160 km da Delhi. E’ buio fuori e gli autotreni urlano sulla Grand Trunk Road, la strada che parte dal Kyber pass in afghanistan, e arriva oltre Delhi tagliando in due il subcontinente indiano.
Ripensandoci, i 400 km dal pakistan a qui, sono stati i peggiori del viaggio.
Il traffico e i pericoli di qs strada sono paradossali. I mezzi vanno in contro senso anche se la forma e’ quella di un’autostrada. Carri , animali, famiglie in motorino (visti in 6 su una vespa, di cui 3 bambini), camion variopinti che sfrecciano a 100 all’ora .
Ho capito perche’ usano solo il clacson quando ti sorpassano: non si puo’ distogliere lo sguardo dalla strada per vedere lo specchietto, altrimenti sei morto.
Ma non basta: improvvisamente diventa buio pesto e arriva il monsone. In 5 minuti siamo zuppi e ci fermiamo sotto una tettoia con altri 300 motorini. Nella promiscuita’ generale tutti stanno addosso alla moto chiedendo le solite cazzate e toccando pulsanti etc. Il problema e’ dove dormire e la pioggia torrenziale non smette. Ripartiamo e li si consuma la vera cazzata; non vedo niente, Arrigo non ha il fanale ed e’ attaccato al mio culo , spesso lo perdo.
L’accrocchio con le mie batterie sembra tenere nonostante l’acqua non aiuti. La mia visiera e’ appannata e sento i piedi galleggiare negli stivali, la belstaff e’ come non averla.
Camion e auto mi sfrecciano accanto e capisco che farei volentieri il cambio con un altro paio di notti in zona talebana.
L’india e’ un inferno. Ma siamo quasi arrivati…

Down to punjab Stamattina mi sveglio sulla stuoia. Occhi fissi al soffitto. Ventilatore che gira che sembra di essere apocalypse now.
Gia’ 30 gradi. Ah gia’: mi trovo nella zona talebana nortwestern frontier province, la zona montuosa che confina tra Pakist e Afghanist.
A casa di uno che ho conosciuto ieri notte e che ci ha ospitati. In giardino abbiamo una moto ferma. Ma non la harley: la stramaledetta bmw f850gs nuova. Decido di riprovare con una batteria da macchina. Il ragazzo ci offre quella della sua auto.
Usiamo due cavi spessi e corti e la moto dopo molti tentativi, parte. Bastarda, sapevo che era la batteria la colpevole. Per evitare problemi compriamo la batteria dell’auto e la piazziamo in una delle borse della bmw. Chiediamo tutto e la stronza non parte di nuovo.
Bastarda, capisco che e’ perche i cavetti sono troppo piccoli. Allora smonto tutto e facciamo un collegamento con un cavo da lavatrice e ne invento un secondo unendo quattro cavi per portare l’amperaggio necessario allo spunto.
Stavolta partiamo. Io ho il pakistano sul parafango posteriore. Entriamo a Dera Ismail Khan. Citta di merda. La polizia ci blocca perche in citta le moto sono proibite visto che i talebani le usavano per sparare alla gente. Ma dobbiamo entrare perche dobbiamo incontrare l’unico che ci puo cambiare 200 dollari nel giro di centinaia di km.
E non abbiamo una rupia per la benzina. Siamo nel dedalo del bazar. Gente che urla. Non troppo simpatici, direi. Ci saranno 40 gradi. Arrigo non puo’ spegnere la moto per paura che il mio accrocchio con la batteria da macchina, lo freghi e non riparta.
Fuggiamo dalla citta’ e brucio un posto di blocco. Il paki sul sellino e’ nervoso e si incazza. Dice che secondo lui ogni tre poliziotti uno e un talebano. Vabbe, un motivo in più per saltare il blocco gli dico.
Siamo ora nella valle dell’indo, grandissimo fiume pacifico che va fino a Karachi. Gli animi si rasserenano. Ma la strada e’ un incubo. A 100 all’ora guidando a sinistra, con carretti, bici e buoi e camion che strombazzano.
Si sente che l’india e’ alle porte. Forse anche domani.

North western province Sono coricato su una stuoia in casa di una famiglia di pakistani sul confine tra il balochistan e la north western region. Il pakistan.
E’ mezzanotte e ci saranno 40 gradi. Come ci siamo finiti e’ la conclusione di una giornata assurda. Abbiamo deciso all’ultimo di partire da Quetta e prendere la strada per zhob e dera ismail khan invece di quella a sud per multan.
Perche’? Perche ogni tanto si fa qualche cazzata. Si rivelano 500 km di sterrato e strada sulle montagne più ripide e pericolose che abbia mai visto. Per di più in zona calda. Trancio una vite del supporto marmitta ma non so come, ne avevo una di riserva.
La rimonto e procediamo maledicendoci quando la bmw f850gs di arrigo va in panne elettronica
Smontiamo tutto quello che si puo e col tester vedo che la batteria e’ morta. Provo a farla partire con la mia ma non bastano i miei cavetti. Scende la sera e non e’ il posto ideale. Riusciamo a beccare un pick up su cui carichiamo la moto, ma non finisce qui. Dopo due ore di spacca ossa un check point della polizia ci ferma e il sergente urla. Capiamo solo ‘taliban taliban’. Quello del pick up si rifiuta di proseguire e scarica la moto.
Restiamo li come due pirla, fino a che un altro si offre di portare la bmw fino alla prima citta dera ismail khan a 200 km da li attraversando la zona infestata.
Io piuttosto che tornare indietro su quella strada di merda accetto e mi faccio l’ultimo faticoso tratto maledicendo le nostre scelte e con la moto che sembra sbullonarsi a ogni metro. Scende il buio e sono un po nervoso. Arrigo e’ sul pick up . In una gola ideale da agguato i due paki del camioncino decidono di fermarsi per pregare !!!
Cazzo stiamo li come dei pirla e si riparte. Ma io sto finendo la benza come se non bastasse. Il pick up e’ ovviam a diesel e sono cazzi miei. Attraversiamo due paesini che pullulano di gente col kalasnikov a tracolla. Il pick up vola senza fermarsi ma io ho bisogno di benza. La moto sembra che capisca e consuma pochissimo, stella di una moto.
E’ li sotto di me con i suoi cilindri che pestano e sa che mai come ora non puo mollarmi a piedi. Mi infilo in una specie di casotto dove gente sta a pregare. Benzin benzin? Chiedo. No non c’ e n’e mi dice un ragazzo dall’aria simpatica.
E mi invita a seguirlo. Dopo 20 km siamo ospiti a cena nel giardino di casa sua. Poi a dormire sulla sua stuoia.
Fuori la notte e’ calma e ho le ossa rotte.
Domani vedremo…

Alla fine, da vera e propria Zia ansiosa, ho chiamato Giovanna (la moglie del Parods) che ci ha dato le prime info e ci ha raccontato dei problemi di comunicazione. Poi questa mattina e’ arrivata questa email che segue….Kennedy qui Apollo 13 tutto bene!! Saluti, il Depia

02.10.2009 – Good News, Pakistan.
Ciao depia, forse adesso rifunzionano le mail. Siamo in pakistan finalmente.
Da tehran abbiamo fatto esfahan, shiraz, bam e mir-javeh sul confine Iran-Pakistan. Sempre accolti da sorrisi e cordialita (nonostante la BMW di Arrigo eheheeh).
Non capisco perche gli USA ce l’abbiano tanto con loro, anche se in effetti il loro premier e’ più imbarazzante del nostro.
Il sud dell iran e’ pericoloso (dicono) e ci hanno appioppato delle scorte che ci hanno fatto perdere valanghe di tempo.
Passato il confine ci siamo trovati sulla famigerata strada taftan-quetta, la strada più pericolosa del mondo (aridicono) visto che per 600 km costeggia l’afganistan e ogni mese rapiscono qualche straniero.
In maggio hanno beccato un francese, in aprile un belga e a fine inverno, due giapponesi.
Vabbé, la sfiga cì’entra sicuramente, ma credo che un po’ uno se la vada anche a cercare: il francese dormiva in camper, il giapu girava a piedi fuori strada cercando punte di freccia e il belga probabilmente faceva altre cazzate. Insomma io me ne sto su una cazzo di harley che sono sicuro non mi mollerà a piedi, e i talebani e i contrabbandieri se ne possono andare affanculo.
Comunque ci becchiamo la scorta anche qui, ma ci arriva in vecchietto con un kalasnikov più grosso di lui che dice che dobbiamo caricarlo in moto!!!. Per mia fortuna, se lo prende su arrigo che ha il sellino ma dopo trecento km, la stada e’ cosi brutta che ci insabbiamo e cadiamo.
Non e’ il massimo volare in terra con un vecchietto che ha un kalasnikov carico…
Saluto da quetta.
Passo e chiudo per stasera….

01.02.2010 – IERI e OGGI. No News.
So’ gia’ che poi mi dira’ che sono diventato una vecchia zia, ma purtroppo non ci posso fare niente e quindi tra le diverse menate che mi preoccupano in questi giorni ho aggiunto il fatto che non sento il Parods da due giorni.
Cavolo mi sento come l’omino del Kennedy Space Center che aspetta un segnale dall’apollo 13…. qui Kennedy, Parods se ci sei rispondi….qui Kennedy, Parods se ci sei rispondi…..
In particolare poi sapendo che è nel punto più delicato del suo viaggio a cavallo tra Pakistan e Afghanistan, non aver ricevuto messaggi nulla nelle ultime due serate mi innervosisce non poco!!! Proprio come una vecchia zia (hey man, his my brother).
Crisi di ispirazione o blocco delle comunicazioni?
Mah, aspettiamo pazienti Ragazzi….qui Kennedy, Parods se ci sei rispondi.
Saluti dal campo base. Il Depia.

MONDAY. Rotolando verso sud con un pensiero rivolto a casa.
Saluti dal campo base. Il Depia.
500 km: Shiraz, molto a sud nell’Iran, domani forcelle a Est verso Bam e successivamente pakistan.
L’iran ci sta dando molto, oggi Persepolis un sito del 500 a.c., che abbiamo visitato praticamente soli.
E’ il brullo deserto della persia, 35 gradi all’ombra, tra le rovine dell’ex residenza degli imperatori di persia.
La moto respira bene dopo la pulizia del filtro e la regolazione del minimo.
Mi sento lontanissimo ma siete tutti con me.

WEEK END NEWS. Tehran, Esfahan e la sua moto.
Saluti dal campo base. Il Depia.
Domenica 27.09.2009. Esfahan. Citta di moschee e ponti coperti dove si assapora il te al tramonto.
Abbiamo conosciuto un prof che con suo figlio ci ha accompagnato per tutta la citta.
Ho smontato e pulito bene il filtro. Regolato il minimo e rabboccato mezzo chilo d’olio. Temperatura desertica.
Bambini fanno le foto all’harley e non alla Bmw.
Tutto il mondo e’ paese.

Sabato 26.09.2009. Oggi tehran.
Tra murales con le bandiere americane bruciate e il teschio sulla statua della liberta’, si nasconde un popolo meraviglioso completamente scollato dai capi del governo iraniano.
Ragazze velate con occhi profondi. Uomini facili al sorriso e traffico devastante. Cena in un ristorante ai piedi del 5000 m che sovrasta la capitale.
Leggera perdita di miscela dal filtro dell’aria. Quando ho tempo lo smonto e lo pulisco.
Domani si va a sud.

Venerdi’ 25.09.2009. Siamo in Iran, a 300 km da tehran.
Galoppata di 680 km tra paesaggi bellissimi. Dal massiccio dell’Ararat fino alle pianure.
Come fa l’harley ad essere la più’ bella moto del mondo quando vai in salita in terza piena, e anche la più pericolosa quando vai in discesa?
Vado a dormire che sono distrutto.
Domani tehran

DAY SEVEN – 704 km, 2700 metri, 3 gradi e sbirri turchi
Da Malatya, arrivati a Dogubaizit, sul confine con Iran. Secondo un classico threepercenters, siamo arrivati al buio pesto dopo aver scollinato un passo di 2700 metri a 3 gradi.
Un freddo del cavolo. Ho smesso i brividi di freddo due minuti fa.
Siamo sotto il monte Ararat, 5200 metri, e capisco perche il buon dio ha deciso di ambientare qui il suo sceneggiato con Noe e l’arca come guest star.
Viene voglia di pentirsi dei propri peccati e affidarsi alla provvidenza qui tra orde di kurdi, iraniani e turchi. Luogo di passaggio tra turchia, iran, georgia: gente dalla faccia strana e baffoni. Paesaggio bellissimo tra montagne e che salgono sempre di più. Oggi un bel po di strada, ma divertente tranne un furto di 50 euro a cranio perpetrato a nostro danno da una pattuglia turca munita di autovelox.
Ci voleva il Depia per risolvere la situazione. (Grazie Parodi per la citazione)
Bella sosta sull’enorme lago Van dove abbiamo assaggiato l’acqua vedendo che e’ salata. Poi ho commesso l’errore di scambiare la moto con la 850GS di Arrigo. Cazzo sembra di andare in macchina. A 110 sei fermo, non ti arriva un filo d’aria, le gambe sono protette dal serbatoio.
E’ un godere.
Vedo davanti a me, Arrigo sulla mia HD che arranca sui lunghi sterrati prima di Van. Mi fa tenerezza la mia fedele RKing, ma ragazzi detto tra noi, non scenderei mai da questa silenziosa puledra tedesca.
Domani di buon ora, ci aspetta il confine iraniano. E ci saro’ a cavallo della mia harley, questo e’ poco ma sicuro.

Ciao Ragazzi ecco il report dal Parods DAY FIVE and SIX , buona lettura!!!
Saluti dal Campo base….nei titoli la sintesi.
il depia.

DAY SIX – 680 km, per un hammam.
Freddo ma stavolta mi sono coperto meglio. Abbiamo fatto un passo a 5 gradi a 2000 metri.
E’ il benvenuto che ci da’ il kurdistan che ci sciropperemo domani per l’ultima tappa turca. Oggi bel passaggio a Goreme, la cappadocia.
Le costruzioni scavate nel tufo come i sassi di matera. Abbiamo varcato le prime catene montuose della turchia: ce ne libereremo solo in Iran. La moto va bene e anche oggi sveglia alle 6 45 e partenza alle 7 30.
E’ l’unico modo, se si fanno 700 km e si vuole arrivare nelle citta’ prima di sera e visitarle un po’. Stasera ci siamo concessi un hammam con massaggio.
Il bagno era identico a quello di Istanbul dove fu devastato a botte il mitico Surace (vedere foto sul sito…).
I massaggiatori anche qui sono brutali ma dopo 8 ore di moto, va bene cosi’…..

DAY FIVE – Un vulcano che sale dal mare.
Corro su una linea d’asfalto sulla pianura gialla e ondulata. Puo’ essere la siberia del dr Zivago, la polonia dei deportati o la steppa dei Kirgisi, ma invece e’ l’Anatolia.
Sotto di noi un cielo plumbeo si apre ogni tanto, per far passare pozzi di luce gialla che chiazza la steppa umida di pioggia.
Le nuvole nere e bassa piano piano restano indietro e la strada color acciaio si asciuga.
La moto mormora il suo discorso e le mie mani sono ferme sul manubrio. Sulla mia destra in lontananza una montagna altissima si alza improvvisamente sulla pianura.
Sembra un vulcano che sale dal mare tanto e’ solitaria.
Un nembo si sfilaccia sulla sua punta. – E’ un 4000 metri – penso dando gas. – Che freddo fa, speriamo che i raggi del sole facciano scomparire questi brividi…..

Ciao Ragazzi ecco il primo report dal Parods…
Per ora non includo miei commenti/pensieri al testo ma mi riservo per il futuro di farne!!!!
Saluti dal Campo base, il Depia

Day 4, Oggi 780 km e siamo quasi nel centro della turchia.
Il posto si chiama Konya, e anche se nessuno ne ha mai sentito parlare, io compreso, ha più di un milione di abitanti.
Prima abbiamo visitato Pamukkale, un sito archeologico romano con cascate termali di acqua calda in vasche naturali di travertino bianco abbagliante. Che posto unico , altro che saturnia…. La strada e’ stata lunga ma bella, attraverso steppe e monti ancora dolci: il kurdistan turco con i suoi 4000, e’ ancora lontano. La moto va bene, tranne un black out ai fanali che pero’ ho aggiustato scoprendo un maledetto filo strappato vicino al manubrio. Inizia a far freddo nonostante il sole luminoso: la belstaff non tiene molto e domani dovro’ inventarmi qualcosa per non surgelarmi.
La BMW F850-GS di arrigo e’ cattiva e veloce.
Faccio fatica a non sfigurare ma tengo botta…
Stay tuned
Roberto 3perc.

******
KAMASUTRA EXPRESS: si parte, ragazzi!

Ciao ragazzi,
se leggete questo messaggio, vuol dire che sono partito per l’India.
Considerati alcuni elementi marginali di carattere politico e via dicendo, qualcuno potrebbe dire che questa è la madre di tutte le cazzate, ma le cose bisogna farle senza starci a pensare troppo, quindi bando alle recriminazioni e si parte.
Il monsone spira costante verso Est, il vecchio Siddartha ci strizza l’occhio, la dea Kalì ci ha contattato per un happy-hour a Nuova Delhi e un amico ha deciso di accompagnarmi (malgrado una impresentabile BMW).
Non so quando arriverò: il tragitto più diretto è attorno a 7000 km ma i Threepercenters, di solito non amano i percorsi più brevi.
La schiena regge ancora, ragazzi: Turchia, Iran, Pakistan e India: tutto qui e detta così non sembra poi neanche questa gran cosa.

Ci rivediamo a ottobre
Long run, threepercenters!

Sono andato alla fine della terra, sono andato alla fine delle acque,
sono andato alla fine del cielo, sono andato alla fine delle montagne,
e non ho trovato nessuno che non fosse mio amico.

Canto Navajo

PS: Il Depia vi aggiornerà sul sito, come già fece con la transahariana algerina, quindi potete restare in contatto
PPS: ma sul Karakorum, c’è campo?

16 settembre 2009
Rain sucks
Che strano quando uno deve partire per un lungo viaggio in moto e la sua città è allagata di pioggia. Un’atmosfera quasi invernale, caduta a tradimento dopo tre mesi d’estate cerca di impadronirsi anche del tuo cuore, che si era abituato al tiepido sole che ci si aspetta anche da questo settembre del cazzo.
Proprio quando l’animo dovrebbe essere proteso verso il salto, la scomodità umida della stramaledetta pioggia cerca di rovinarti la partenza.
Passare dal Magni e farsi dare i cavi dell’acceleratore, le leve di freno e frizione, la camera d’aria e un rabbocco d’olio. Il resto è già pronto. Misuriamo livelli e pacche sulle spalle, tutto mentre piove e hai il culo bagnato dalla sella.
Sembra tutto così lontano, mentre invece è lì, a un passo da te, ormai.

14 settembre 2009
Quando uno non scrive sul sito
Di solito è perchè non ne ha voglia. Oppure perchè ha i suoi cazzi.
A volte però, è perchè ha un progetto che bolle in pentola e gli occupa la mente, più che il tempo effettivo.
La testa è lontana e il tempo che ero abituato a dedicare al threepercenters.it, se ne va in telefonate, visite in consolato, librerie, mappe, contatti e decisioni.
Avere un progetto sarà anche bello, ma richiede tempo.
Speriamo che ne valga la pena ragazzi.
Stay tuned

1 settembre 2009
LosTresPorcientos
Una figata: LosTresPorcientos e non dico altro!
Scovato un articolo su una remota rivista messicana
http://issuu.com/chopperon/docs/chopper_on_ago-sep_03/65

Giugovaz, quando sei tornato dal cazzo di viaggio, visto che tu mi sembra sappia qualche parola in spagnolo scriviamo subito al tipo!
Depiaz 3%er

29 agosto 2009
Ve la butto lì…
Venticinque anni fa, anche i tedeschi erano capaci a fare delle gran belle moto…

27 agosto 2009
Tubo
Come alcuni di voi sanno, stamattina ho avuto un problemino alla moto. In effetti poteva essere una di quelle cose che ti rovinano un viaggio, o cmq una giornata.
Insomma, stavo uscendo dal consolato di un paese del terzo mondo dove mi avevano appena negato un visto e mi giravano le palle ai massimi. Inforco la moto e dopo un km, si spegne.
Benza c’è, riprovo. Non va.
La prima cosa che ho pensato è stata: e adesso che faccio? Poi ho pensato: vedi che culo, se mi fosse capitato laddove mi hanno appena negato il visto, come cacchio facevo? Rinkuorato dall’enorme botta di culo, tento cmq di vedere se posso far qlcosa per la botoretta.
Come prima cosa, vedo se arriva corrente: smonto una candela, pasticcio un po’, appoggio sul cilindro e accendo. La corrente sull’elettrodo c’è.
Allora passo al carburatore. Mi ricordo di quella volta che mi si era staccato il tubetto della depressione ed infatti è lui il bastardo. Lo vedo li che penzola come un belinone: si era ancora staccato. Smonto e alzo il serbatoio e il quadro comandi, metto la manina sotto e riesco a riattaccare lo stramaledetto tubino che è in una posizioncina di merda.
In effetti la moto adesso parte, ma va di merda. Tossisce, sembra che non le arrivi gas. Insomma arrivo a casa, mando qualche mex ad amici per illuminazioni, telefono al Magni che però apre lunedì, Nicola non c’è.
Tutti mi danno dritte benvenute: tubo vecchio, che non tiene, forse l’hai messo su male, c’è una bolla d’aria nel carburatore, hai il rubinetto benza rovinato.
Ma non sono convinto, rimugino e dopo pranzo decido di rismontare tutto.
Il tubo è in ordine, lo riassicuro bene nel suo posto. Provo il rubinetto svitando il manicotto e vedo che funzica: escono fiotti di preziosa benzina.
Cazzo, non so più cosa pensare.
Allora mi dico, forse con tutti questi “accendi e spegni” si sono sporcate le candele, e le tiro giù di nuovo, tanto che male può fare?
E invece scatta il colpo di culo: la candela che avevo provato all’inizio della vicenda, mi era probabilmente caduta e … L’ELETTRODO si ERA PIEGATO.
Praticamente stavo andando quasi a un cilindro.
L’ho raddrizzato e la moto come per incanto ha ripreso ad andare da dio.

- Morale 1): Per aggiustare un guasto ne ho provocato un altro e forse questo basterebbe per indurci a non fare niente
– Ma invece scatta la Morale 2): Quando nulla sembra funzionare, si DEVE FARE PIAZZA PULITA E RICOMINCIARE DACCAPO.
– E naturalmente la granitica Morale 3): NON ARRENDERSI MAI

4 agosto 2009
Dark side of the moon
Ragazzi, il Parods entra in silenzio radio fino al 25 o giù di lì.
Staccate le cuffie, Cape Canaveral.
Passo e chiudo

2 agosto 2009
Prosecco rider
Ieri sera sono andato a fare un giro a Bocca di Magra, per la precisione a Montemarcello. Non ci ero mai stato, ed è davvero niente male, ragazzi. C’era una festa da amici e dal giardino sul mare, che sovrasta la Palmaria e vari promontori della riviera di levante, penso di aver visto uno dei tramonti più belli che si possano immaginare in un posto che non sia il deserto.
Per raggiungere Montemarcello, ho fatto l’autostrada poi un po’ di camionabile della Cisa, insomma me la sono presa comoda. Ci saranno stati 50 gradi. Si viaggia bene quando fa caldo e sei in moto: lasci aperto il giubbotto di pelle, i polsini slacciati, ti godi le ventate calde e il fresco improvviso delle gallerie.
All’una di notte, dopo aver ballato tutta la sera manco fossi stato a un “rave” per quarantenni (detta così suona un po’ da ricovero, ma non era niente male, giuro), dove invece della vodka-redbull ci si massacra di prosecco ghiacciato, sono partito a dir poco allegro, per tornare a Milano.
La notte era fresca come quelle notti che arrivano dopo una giornata di sole che spacca le pietre.
Sono entrato in autostrada a Sarzana all’una, ho fatto prima, seconda, terza, quarta e ho tenuto la quinta fissa a 130 km/h fino a Milano.
Sull’autostrada della Cisa avrò incrociato tre macchine. Nessuna della polizia.
Due ore più tardi ero arrivato: alle tre di notte ho messo la chiave nella porta di casa.
Che era vuota, perchè i miei sono già tutti in vacanza.
Resisterò fino a giovedì sera?

28 luglio 2009
Frizioni
Ci sono dispositivi sulla nostra moto, che assomigliano un po’ a noi.
Prendi la frizione, per esempio: un’opera d’arte della meccanica, un’apparecchio geniale. Fino a che non lo si apre forse non ci si rende conto della sofisticazione con cui è costruito.
E nonostante tutto, senza il supporto di alcuna diavoleria elettronica: tutto ciò che la frizione fa per noi, lo fa basandosi su squisiti e rigorosi principi meccanici, sissignore.
Dopo aver svitato la leva del cambio, svitiamo il carter e la frizione è subito lì.
Sulle prime non capiamo come possa lavorare, visto che l’aspetto è un po’ criptico.
Ci sembra un ammasso di lamiere circolari con un dado che le tiene insieme, ma soffermandoci un attimo, capiamo che non è davvero tutto lì.
La frizione è la parte più diplomatica della nostra moto, il meccanismo più umano e quello che fa più fatica.
E’ lì per ovviare ai nostri errori, per mediare tra la violenza del motore e l’effettiva necessità che noi abbiamo di usarla.
Si governa facilmente, basta tirare una leva sulla parte sinistra del manubrio, ma dietro questo movimento che facciamo senza pensare, c’è una serie di perfetti sincronismi che si muovono in matematico coordinamento.
Il cavo fa alzare la molla spingi disco e consente alle molle di separare i dischi che in questo modo si allontanano gli uni dagli altri.
Tanti dischi che lavorano ad attrito, si allontanano di qualche millimetro e isolano la primaria.
E’ lo stato del “folle”, questa misteriosa dicitura che io da piccolo pensavo che corrispondesse a quando la macchina o la moto andava fortissimo, appunto a velocità FOLLE.
Ma non era così, non poteva essere così: anche se in effetti, la parola FOLLE è giusta anche in questa accezione, perchè si tratta di quando il motore può girare anche a velocità pazzesca, ma senza servire a nulla, visto che manca il collegamento tra la primaria e il cambio e quindi la ruota resta ferma.
E’ il motore che gira come un PAZZO, ma senza effetti utili, quindi gira come un FOLLE.
Chissà se poi è davvero questa l’etimologia.
Resta il fatto che la frizione ci lascia il tempo di staccare e di ripensare a come stiamo andando. Ci aiuta se abbiamo sbagliato marcia, se ci siamo insabbiato o infangati. Ci trae di impaccio se dobbiamo partire in salita.
E’ umana, la frizione.
Ma come tutte le cose umane, non possono essere usate sconsideratamente, altrimenti si rompono, o si surriscaldano e devono rimanere “convalescenti” per un paio di notti a rinfrescarsi. Poi se siamo fortunati, funzioneranno di nuovo e saranno in grado di riportarci a casa.
Quando rilasciamo la leva della frizione, (che non deve essere molle come un fico ma bella dura, da uomo), il selettore delle marce ha già fatto il suo lavoro e ha posizionato una nuova ruota dentata sull’ingranaggio della primaria, modificando il rapporto e facendo cambiare marcia, o in su o in giù.
Piano piano, accompagneremo questa nuova marcia e lasceremo che l’attrito del pacco dischi della frizione, riprenda a lavorare facendo passare il moto e la forza su di se, per scaricarsi sulla ruota.
La mia frizione non funzionava bene ultimamente.
Chissà, forse anch’io non lavoravo bene come mediatore. Ero troppo duro, brusco, non agevolavo i cambi di stato, i passaggi che la vita mi chiedeva.
Quella frizione che non andava, sembrava proprio una metafora della mia vita in quest’ultimo mese.
Io e il Magni le abbiamo provate tutte: regolando, registrando, stringendo e allentando. Cambiando olio e tirando i leveraggi delle marce.
Ma niente sembrava funzionare. Ne io nè lei avevamo alcuna intenzione di riprendere a funzionare come si deve.
La frizione era dura, brusca, improvvisa. Da ferma si bloccava e non era possibile mettere il folle. Facevo un minuto di tacco e punta ad ogni semaforo, senza risultato.
Proprio come quando discutevo per ore, senza arrivare da nessuna parte.
E allora l’altro giorno sono andato dal Magni con un’altra frizione.
Quando le cose non vanno, ci siamo detti, bisogna mettersi tranquilli e riprendere tutto daccapo.
Era un martedi pomeriggio, caldo e assolato.
Nella via Colletta non passava nessuno e anche le vecchie case grigie inizio secolo sembravano aver bisogno di riposare per una meritata siesta pomeridiana.
Il Magni mi ha mandato a comprare una bottiglia di tè in panetteria e ci siamo messi lì.
Lui lavorava veloce e tranquillo. Io guardavo e ogni tanto gli passavo qualche chiave.
Intanto parlavamo di quello che capita nella vita, di come vanno le cose, di come bisognerebbe prenderle, magari.
E la frizione piano piano, veniva rimontata con nuove molle, più morbide, con dischi più grandi che davano più attrito.
Dischi che mi avrebbero lasciato cambiare con più dolcezza.
La stessa che poco per volta – capivo – avrei dovuto mettere anche nelle mie cose, con un po’ più di distacco, di tranquillità, di generosità, perchè no.
In un’ora e mezza, poco meno, la nuova frizione era cambiata.
Il Magni accese la moto e registrò il cavo.
Poi mi chiese di provarla, ma io già sapevo.
Il problema era risolto.
Ingranai la prima, poi rimisi in folle. Poi ingranai ancora la prima, la seconda e poi tornai ancora in prima.
Poi mi rifermai in folle, dopo aver fatto una ventina di metri senza casco, davanti all’officina in via Colletta.
La frizione era a posto.
E forse anch’io.

22 luglio 2009
Distribuzione
Ragazzi, finalmente il “Cuore a due cilindri” è reperibile anche nei supermercati ed ipermercati: tipo Coop, Conad, Auchan e altre catene.
Praticamente è diventato un vegetale.

19 luglio 2009
Emilia e Toscana Tour

Foto a un click da qui.

19 luglio 2009
Giro Emilia-Toscana
Sfidando il tempo minaccioso, sabato mattina ci troviamo in quattro: Rudy, Depia, io e il Garella (già posizionato a Piacenza) per un giretto trepercentuale.
Nella migliore tradizione, Mario e Coffetti all’ultimo paccano per motivi più o meno verificabili e Rudy si dimentica le chiavi della moto arrivando praticamente 40 minuti dopo l’orario previsto.
Morale: alle undici sono ancora davanti al McDonald di porta ticinese. Da solo.
Si alza un vento tremendo e il cielo è così basso che l’ape-hanger di Rudy ha le manopole immerse nelle nuvole.
Il percorso da me proposto era già stato cestinato in serata e ci stavamo dirigendo verso Modena privi di qualsiasi meta e liberi di recarci ovunque, tranne ovviamente nei luoghi che avevo proposto ieri. Peraltro, a me per primo, non poteva fregar di meno quindi tutto regolare.
Doppiamo Maranello e nessuno si ferma a vedere la Ferrari salvo poi polemizzare sul fatto che la sosta era immancabile.
Arranchiamo sulla bella strada verso Serramazzoni, luogo di nascita di Luca Toni e ci rassereniamo sia noi che il cielo che si apre su un bellissimo paesaggio collinoso.
Oltre ad aprirci il cuore, ci si apre anche lo stomaco così sfondiamo affettati e primi al ragù e tortellini in brodo presso la trattoria “il Gallo” di Serramazzoni. Voto 6 e mezzo, onestamente niente di che, praticamente una chiavica.
Per tutto il pranzo vengo allegramente cazziato su vari argomenti personali ed è già ora di ripartire.
Facciamo 500 metri e prendo un chiodo che mi fa esplodere la camera d’aria posteriore.
Ritorniamo a Serramazzoni dove un gommista di trattori, il sig. Savio, ci risolve la situazione inventandosi come si cambia una ruota senza ne chiavi in pollici ne altro.
Garella viene mandato in paese a recuperare una camera d’aria da 16″ e ci ritorna con una gomma da cross che miracolosamente funziona e viene montata sulla road king.
Dopo un’ora e dieci ripartiamo stringendo la mano al gommista Savio di Serramazzoni, il cui ricordo porteremo imperituro nel cuore.
Ci dirigiamo verso l’Abetone e nel giro di un’oretta il passo è raggiunto tra squilli di tromba.
Mentre ci compiacciamo dell’impresa, una Audi nera ci si avvicina e ci comunica che qualcuno di noi ha perso una borsina nera per la strada.
Ovviamente è la mia e si tratta niente meno che della preziosa borsa delle mappe che conteneva anche una Tucano anti acqua nuova di pacca regalatami da garella in occasione del mio genetliaco.
Ritorniamo a valle ripercorrendo a passo del giaguaro tutto il tratto per sette volte ma ovviamente nulla viene rinvenuto. Il Garella viene calato dentro i cassonetti per ulteriore verifica ma senza risultato.
A quel punto decidiamo di fermarci ma l’Abetone è strapieno per varie manifestazioni di mountain-bike e gare in salita con auto d’epoca e non c’è un buco a pagarlo oro.
Allora optiamo per scavallare su Pistoia e andare a cercare un agriturismo.
Evitiamo per due minuti la gara in salita che bloccava la statale del Brennero e in breve siamo al bivio.
Se fino a mezzora prima la direzione era Pistoia, al bivio inaspettatamente viriamo senza la minima esitazione le forcelle in direzione Lucca: il prode Garella deve continuamente resettare il software e inizia ad andare in modalità sbattimento.
Incaricato di rinvenire un agriturismo, fa del suo meglio additandoci alcuni tuguri tristissimi situati tra cave di granito in disuso e vecchi impianti industriali nel fondovalle. Non viene preso in considerazione e procediamo verso Lucca che, come apprenderemo, sembra non avere ALCUN agriturismo nel circondario.
Ma non ci perdiamo d’animo e ci inerpichiamo fino alla mirabile Villa Volpi: un posto a dieci stelle che avrebbe allietato gli occhi del Surace.
Mortificati dal proprietario che ci allontana con il forcone, Garella fa partire un ctrl-alt-canc e minaccia di rientrare a Milano se non si trova da dormire entro venti minuti.
Miracolosamente l’I-phone del Depia ci scodella un generoso tre-stelle a poca distanza da lì.
Peccato che ci mettiamo circa DUE ORE a raggiungerlo e incazzati come dei crotali, occupiamo le stanze e andiamo a cena.
In tre ci scoppiamo un prosecco, due bottiglie di rosso e un paio di passaggi di calvados.
Non ci ricordiamo un cazzo di quello che è successo nella giornata e siamo tutti su di giri.
Il programma per domani è risalire a nord verso liguria, poi la garfagnana e le 5 terre.
Garella, unico sobrio, ci osserva meditabondo e si ritira in camera.
Il mattino dopo, ovviamente il programma è completamente disatteso: tutti a sud, Dio lo vuole!
Come l’armata Brancaleone, raggiungiamo Volterra in un paesaggio di sogno, tra Pinocchio e scenari tratti da “Speriamo che sia femmina”. La mia moto cigola perchè il sig Savio, il gommista, mi ha montato la cinghia con la tensione di una motosega canadese, la moto del Garella sfrega per terra ad ogni curva e ha problemi di cinghia pure lei, rumoreggiando. Il softail del Rudy e lo sporty del depia fanno un casino pazzesco dalle marmitte.
Raggiunta la rocca di Volterra entriamo con le moto fin sull’altare maggiore della cattedrale con i turisti tedeschi che dicono “bello bello, manifestazionen autorizzata motorraden, brafi, brafi”.
Parcheggiamo dentro il battistero e dopo due foto rientriamo tra i selvaggi colli del circondario, che meglio si addicono al nostro stile.
Il Garella si offre incautamente per trovare un agriturismo, possibilmente con vista panoramica, lontano dalla strada e preannunciato da un lieve sterratino, con sdraio, bistecca chianina e vista mirabile sulla campagna: hai detto un cazzo, cmq lo seguiamo.
Nel frattempo entriamo nella famosa regione tra Sangimignano e Poggibonsi, già cara al Tommaseo.
Inebriato dal paesaggio il garella perde la strada un paio di volte, mentre i succhi gastrici in agitazione fanno perdere lucidità all’intera compagnia.
All’ultimo bivio per Fiano, il Garella, accecato dalla fame, tira dritto e scompare tra i dolci colli che già furono declamati da Dante Alighieri.
Non lo ritroveremo più e solo alcune ore dopo, mentre ci troviamo finalmente stravaccati senza stivali su un meraviglioso montarozzo a prendere il fresco davanti ad una padella di spaghi pomodoro e melanzane, apprenderemo che lo stesso, ingobbito sul suo FatBoy metallizzato, sta attaccando i primi contrafforti della Futa, asserendo che al bivio era andato un po’ troppo forte ed era riuscito a fermarsi solo poco prima di Tavernelle Val di Pesa.
Perdendo l’unico elemento pensante, il gruppo è completamente allo sbando.
Le figlie dell’oste Marco, dotate di bocce ragguardevoli, senza sosta portano beveraggi e leccornie ai tre stanchi motociclisti, offrendosi anche di accoglierli nelle camere al primo piano per meglio accudirli.
Ci limitiamo invece ad attaccarci a bottiglie di Trebbiano e grappe varie, osservando da tre sdraio un panorama che fu lo stesso che commosse Lorenzo il Magnifico, circa ottocento anni fa.
Essendomi svegliato questa mattina a Milano, suppongo che in qualche modo siamo riusciti a rientrare.
Tuttavia, non ricordo come.
Mi scuserete.

13 luglio 2009
Serravalle
Se ci pensi, anche un rientro alla domenica sera dopo un borghesissimo finesettimana a Santamargherita, può far sognare un motociclista.
Già dalle nove di sera mentre monta il caos del rientro e tu te ne vai a cena fuori sapendo che te ne puoi sbattere perchè la tua moto ti aspetta, ti senti leggermente più furbo degli altri e appartenente a una categoria diversa.
Vedi i milanesi tradizionali che partono alle 16 con un sole della madonna e che rimpacchettano le loro cose perchè temono la CODA e si giocano metà weekend. Poi quelli che pur avendo una moto, la lasciano lì e se ne tornano in auto, quelli sono i più patetici.
Tu te ne stai tranqui in spiaggia o a cena fuori sul mare mentre la gente è già in sbattimento.
Poi viene il momento di rientrare.
E’ già tardi ed è notte, sono le undici o magari mezzanotte.
Nel silenzio del cortile monti il bagaglio e stringi le ultime zip. La città ti aspetta ma è un buon modo per chiudere un weekend. Infili i guanti e gli occhiali con le lenti trasparenti. Il foulard sulla bocca e il casco allacciato sotto il mento.
Poi vai.
Sei solo nel tuo giubbotto con la scritta del tuo club sulla schiena, un piccolo marinaio solitario davanti a un cruscotto composto da un contachilometri e due o tre tasti, non di più ma è quello che ti basta.
Ti tuffi nel flusso di auto tra l’aurelia e l’autostrada, ti ci infili come se facessi il rafting tra gli scogli. La notte è buia e tiepida, l’autostrada uno slalom di lucine rosse. Ogni tanto sbirci nei finestrini qualche faccia assonnata o inebetita dalla coda e dal procedere a rilento. Tu invece ti senti bene, sei felice. Osservi il testone del faro della tua RoadKing che piega a destra e a sinistra impercettibilmente, sempre trovando il varco perfetto tra un pullman di turisti delle pentole e qualche povero milanese sfigato bloccato a venti all’ora.
Non è questione di sentirsi più intelligente o più previdente: è semplicemente una cosa naturale, una tua scelta che per mesi hai anche scontato. Per esempio quando faceva freddo ed eri solo là fuori. Ma godevi lo stesso, nella tua stranezza, nel tuo essere diverso, nell’aver scelto una cosa più scomoda ma enormemente più unica.
E già ti sentivi il “viaggio” tra le mani, in quel manubrio dove le braccia si perdevano nel buio della notte.
Essere in moto ti fa godere di più. Come ora, per esempio. Quando quell’essere un po’ diverso, un uomo a due ruote invece che quattro, ti regala anche un vantaggio fisico e di velocità, di comodità. Ma non è certo quello il motivo che ti fa essere lì, a quell’ora di notte a zig-zagare nel traffico verso casa.
Ed è naturale, perchè di solito l’unico regalo di quelle due ruote scomode e pesanti, è il sogno, ma ti basta già.
E allora eccolo illuminarsi nel tuo cuore.
Anche se sono solo 150 km, anche se sei sulla tua solita vecchia autostrada, anche se domani sarai in ufficio come tutti gli altri.
Sorridi da sotto quel foulard rosso che ti copre la bocca e il naso, perchè sai che sei fatto diverso.
Perchè TU sei un motociclista.
Quegli altri, no.

9 luglio 2009
Cuban arlistas a Como
Io ho trovato il posto veramente spettacolare: un hangar dell’aeroclub idrovolanti più antico del mondo (a quanto dicono), e appena fuori, una movida in stile rimini con tacchi e scosciate.
Poi un discreto documentario sugli arlisti cubani che sono un miracolo di ingegno e passione.
Forse avrei movimentato di più il filmato stesso, ridotto a una serie di interviste che, si sa, dopo un po’ rischiano di essere un po’ ripetitive, ma cuba è sempre bellissima da vedere, anche sullo schermo.
Cmq complimenti a guido il regista, e alla metzeler, io mi son divertito

7 luglio 2009
Per noi che non dimentichiamo mai che veniamo da una SMALL TOWN
http://www.youtube.com/watch?v=3eDkAG3R0h8

5 luglio 2009
I Threepercenters visti da Bonelli Editore
Come regalo per il mio compleanno, i miei amici mi hanno fatto diventare un fumetto.
In effetti assomiglio un po’ a Zagor….
Ride-on!

23 giugno 2009
Ri-Presentazione del libro alla Libreria dell’Automobile
Quando il libro ormai ce l’hai già e si viene per una chiacchierata tra amici.

Foto di Giorgia Smaila. Grazie Giorgia!

24 giugno 2009
Divisioni
Ieri alla ri-presentazione del libro è venuto giù dalle montagne attorno a Bergamo, un amico che si chiama Juri.
Avete già letto qualcosa di lui perchè ho avuto il piacere di pubblicare diversi mesi fa qui sul sito un suo messaggio che parlava di un barman, (8 novembre 08), che come tutti i barman che sanno fare il loro mestiere, andava un po’ oltre l’apparenza e capiva al volo situazioni e atmosfere che nascevano davanti al bancone del suo bar.
Anche ieri, visto che eravamo tra amici, il vecchio Juri, con la sua sportster azzurra, ha partecipato alla chiacchierata, sollevando un punto importante.
L’Harley non unisce le persone, ma le divide.
Riflettete su questo fatto e sono sicuro che ognuno di voi può ricordare nella propria esperienza più di un episodio in cui ha visto sollevarsi un muro tra arlisti, tra gente che dovrebbe concretizzare quello spirito di famiglia (della HOG) o di fratellanza (dei club) o di immediata alleanza (degli motociclisti che si salutano per la strada).
Palle ragazzi, palle.
Mentre scrivevo facevo fatica a completare la frase: spirito di famiglia? ma siamo pazzi?
L’Harley in Italia e specialmente a Milano, è diventato uno status symbol non solo verso l’esterno, specialmente tra arlisti.
E’ diventato un eccezionale strumento di divisione e di qualificazione personale, visto che sono moltissimi i nuovi possessori di HD e non si può ovviamente pensare che si tratti solo di vecchi appassionati di moto, o di estimatori di un marchio leggendario.
L’acquisto di una veloce (?) V-Rod o di una costosa Ultra, spesso è il completamento di un parco auto di altissima qualità, che consente al proprietario di dimostrare il proprio livello sociale.
Ed ecco allora di conseguenza lo snobbare le manifestazioni e i raduni più sanguigni e semplici, dove chilometri e pane e salame vanno a braccetto, a favore di raduni sofisticati e all-inclusive, costosi e patinati.
L’harley divide, ragazzi, eccome.
Per esempio, sembra immediatamente dare a chi la possiede da un po’ di anni, il potere di considerarsi un veterano autorizzandolo a guardare gli sbarbati con sufficienza inarcando il sopracciglio di fronte a chi si sta avvicinando a questo mondo con la goffaggine naturale di chi è alle prime armi.
Divide per il modo in cui chi la guida decide di vestirsi, mettendosi le borchie o usando il gilettino numero uno, calzando i Frye o le DrMartens, i Camperos o gli stivali da moto.
Divide per come si decide di usarla, se iper-tecnologizzata e digitale, o se analogica e essenziale.
Juri aveva ragione, ma quello delle nostre harley è un mondo strano, un mondo che deve essere compreso poco per volta (se non ci si stufa prima), con la pazienza di chi ha deciso di viverlo perchè comunque continua a sentire una stretta alla bocca dello stomaco quando ogni giorno rivede la sua moto in cortile.
Un mondo che rende più difficile fare amicizia, paradossalmente, se si appartiene a due categorie diverse, borchiati o pettinati, Hog o club, iniezione e carburatori, ma anche un mondo che ti consente sempre di scegliere esattamente il tuo giusto modo di essere e di comportarti con coerenza e tranquillità, trovando spesso amici con cui vivere la tua vera passione, calibrata sulle tue esigenze e le tue aspettative.
Un mondo che credo valga sempre la pena di vivere, perchè credo che esista sempre qualcuno che la pensa come te, e sarebbe un peccato imperdonabile rinunciare alla magia di incontrarlo.

18 giugno 2009
Ci si vede alla Libreria dell’Automobile a Milano?
Martedi prossimo, 23 giugno, se volete sarò alla libreria dell’Automobile a Milano (non spaventatevi, è anche di MOTO, ovviamente), in corso Venezia 43, alle 18.00 per una presentazione e una chiacchierata sul mio libro Il cuore a due cilindri.
Ci saranno i Threepercenters tra cui Rudy Smaila che mi presenterà.
Sembra che le vendite stiano andando bene e la casa editrice FBE-Edizioni, ha pensato di riproporre il libro per l’estate.
Tra l’altro mi hanno detto che da settembre sarà in vendita anche nei megastores, tipo l’ Auchan, cosa che io ho sempre sostenuto visto che non tutti i motociclisti passano ore e ore a spulciare le librerie mantre è più facile comprare un libro quando te lo vedi proposto in uno scaffale alla cassa di un Ipermercato, dove magari sei andato per comprare qualche chiave o un prodotto per lavare la tua motoretta.
Comunque, solo per dirvi che se ci sarete ci potremo conoscere personalmente, parlare di viaggi e di cazzate e mi farà molto piacere.
Vi aspetto

17 giugno 2009
Transahariana
Se ci pensi, c’è tutto quello che serve
Madonnina sul manubrio, il tuo stemma che ti guarda da dentro il contachilometri, sole in faccia e strada libera.
Verso sud

12 giugno 2009
Tratta dai siti web di informazione
BLITZ CONTRO HELL’S ANGELS, 24 ARRESTI
VERONA – Vasta operazione della Polizia di Stato della Questura di Verona, con il supporto del Servizio cooperazione internazionale di Polizia: eseguite 24 ordinanze di custodia cautelare in carcere tra Italia, Francia e Germania nei confronti degli affiliati al gruppo motociclistico denominato ‘Hell’s Angels’, resisi responsabili di gravi episodi criminali.
I reati contestati a vario titolo sono quelli di associazione per delinquere finalizzata alle rapine, estorsioni, violenza e resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato.
Nell’operazione sono impegnati centinaia di agenti della polizia di Stato coordinati dalla Squadra Mobile di Verona, e coadiuvati dai colleghi delle squadre mobili di Vicenza, Padova, Treviso, Roma, Milano, Torino, Trieste, Cuneo, La Spezia, Pordenone, Lucca, Pavia e Massa Carrara.
Oltre alle ordinanze di custodia cautelare in carcere, il pm ha inoltre disposto perquisizioni a carico di ulteriori quattro persone, e altre perquisizioni domiciliari presso le ‘club-house’ dei charter (con questa parola il gruppo indica le proprie sedi, ndr.) di Milano, Cuneo, Pavia, Treviso, Padova, Massa Carrara e Roma, a tutti gli effetti risultati essere i quartieri-generali dove, secondo gli investigatori, venivano pianificate, discusse e predisposte le attività illecite.


10 giugno 2009
E già che ci sono, pure i pedoni
Se ci pensate, ogni volta che succede qualche casino per strada c’è sempre qualche mezzo davanti a voi che si è fermato improvvisamente per qualche cazzo di motivo.
In città poi è sempre così.
Ok, poi magari dietro di lui c’è qualcuno che andava forte, qualcuno che gli stava troppo sotto, ma vi voglio vedere a rispettare i 50 m di distanza di sicurezza in corso BuenosAires o in viale Tibaldi alle 8.45 di uno stramaledetto mercoledi mattina.
Tutti procedono come un fluido che miracolosamente procede senza intoppi, aggirando ostacoli, scegliendo la via migliore nel traffico, mettendocela tutta per non bloccare questa fila di mezzi sperando che non si pianti.
E poi ad un certo punto, c’è il coglionastro che decide di inchiodare in mezzo alla strada per fare attraversare uno stramaledetto pedone o qualche vecchietta con il cane.
Ed è il delirio: frenate, auto che scartano all’improvviso, blocchi di intere file, spesso tamponamenti improvvisi.
Io non capisco chi decide di fare questi gesti da donchisciotte del mercoledi mattina!
Poi a me i pedoni, mi sono sempre stati sulle palle…

9 giugno 2009
Scooteroni suck
Ho capito perchè odio gli scooteroni.
Per il rumore.
Il rumore atroce e inevitabile di quando aprono l’acceleratore e partono. Specie se erano fermi e hanno fretta, a un semaforo o dopo uno stop.
Partono con il gas aperto al massimo e scaricano nell’aria quel rumore teso, invariabile, continuo.
Baaaaaaaaaaaaaaam, che sai che non calerà mai perchè questi mezzi non hanno mai le marce, meccanismo gentiluomo che regala tregua al motore e alle orecchie di chi ha la ventura di passare da quelle parti.
Ma loro no.
Troppa fatica cambiare, pigiare la frizione o tirare una leva in più.
No, meglio il Baaaaaaaaaaaaaaaam, e chissene frega.
Intanto il vero casino se lo sente chi sta dietro mentre chi è sopra il lavandino con il suo maledetto casco MOMO DESIGN, tondo come una palla, lui non lo sente.
Intanto il più delle volte ha anche l’IPod nelle orecchie, o le cuffiette del telefonino ultima generazione.
E poi lo odio perchè ti blocca nel traffico.
Si perchè questo lavandino ambulante, è più grosso di una Touring.
Largo, basso ingombrante, carenato, carrozzato, copertinato.
Con questi personaggi che lo guidano, imbranati del cazzo, con i loro abitini da lavoro, che già sono delle mezze cartucce, e in più paiono ancora più piccoli, persi a bordo di quel sellone del loro Burgman-Tmax-vattelapesca.
E ti bloccano lì, perchè non sanno passare tra le macchine. Ma per forza: NON CI PASSANO perchè sono troppo grossi. E non passano manco sui marciapiedi, dove peraltro amano parcheggiare e occuparne metà.
Ma quell’accelerata, ragazzi, quanto la odio.
Baaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaam

8 giugno 2009

Sul fiume
Avete presente quando non ti si apre il paracadute e devi tirare quello di riserva?
Ci si salva, ma si resta traumatizzati, impauriti e si pensa che questa è l’ultima volta.
La soluzione in genere è rimontare sull’aereo e saltare ancora una volta, altrimenti è grande il rischio di non volerlo fare più.
Per mia esperienza a chi va in moto, cose del genere capitano.
A volte è quando si rischia di cadere, a volte quando si cade davvero, a volte quando cade un amico.
Insomma, il “grifo” sull’asfalto, più o meno grave, fa parte della nostra quotidianità di uomini che si sentono un po’ fuori dal comune tanto da scegliere la moto come mezzo priviligiato e voler quindi vivere la propria vita aggiungendole quel tocco in più di rischio, che ce la rende più attraente.
E questo fine settimana è successo: un amico del nostro Rudy ha perso la vita in moto, su una provinciale nei pressi della Serravalle.
Per una strana coincidenza proprio ieri sono stato molto colpito da un filmato sulla sicurezza sulle strade: 9 minuti di disastri su due e quattro ruote.
L’ho visto diverse volte e l’ho messo anche su faccialibro, insomma, erano immagini di cui non riuscivo a liberarmi.
Con questo bagaglio di tristezza, in una radiosa domenica pomeriggio ho capito che la cosa migliore da fare per esorcizzare tutto, era di montare sulla moto e andarmene fuori.
Come prima cosa, l’ho lavata a fondo, con calma, usando i prodotti giusti, accarezzandola, lisciandola, facendola tornare bella e pulita.
Sapevo già che l’avrei insozzata nel giro di mezzora su strade sterrate, ma non me ne fregava niente. Doveva essere pulita e pronta al viaggio perfetto.
L’avevo recuperata dal Magni qualche giorno prima, con la frizione e il relativo cavo nuovi, i nuovi ammortizzatori posteriori e una controllata ai cuscinetti delle ruote.
Andava che era una meraviglia e la leva sinistra mi sembrava che non lavorasse, tanto era diventata morbida.
Terminato il lavaggio, mi sono diretto verso sud, direzione Pavia lungo il naviglio, fino a poco prima di Casteggio.
A quel punto ho iniziato un lungo percorso di argini lungo il Po, direzione Cremona.
Ci sono strade deserte e magiche lungo il fiume, che devono essere percorse nel momento più caldo di un pomeriggio estivo, quando nessuno è in giro e i tigli emanano il loro profumo più denso.
Ci si perde facilmente ma proprio come un viaggiatore d’altri tempi, bisogna sempre tenere l’Est e stare vicino al fiume.
Ad Arena Po sono passato sulla riva nord, SanZenone, Costa dei Nobili e via sugli stessi argini, superando qualche barriera che sembrava messa lì solo per informazione, non certo per bloccare chi ci voleva passare.
Pochi i visitatori di questo paesaggio soporifero: ragazzi in due sul motorino con la fidanzatina senza casco, qualche vecchietto che percorreva pigramente l’argine in bici, un gruppo che prendeva il sole sul prato. Ad un certo punto ero su strade talmente poco frequentate che procedevo sull’erba, e sono arrivato su un campo di aviazione per piccoli aerei, che ho dovuto praticamente attraversare per ritrovare l’asfalto, scusandomi con la torre di controllo….
Paesi sonnecchianti che immagino d’autunno a temere per le alluvioni, tutti con il loro campanile e il loro monumento ai caduti della prima guerra mondiale.
Il giro era virtualmente infinito, fino a Piacenza, poi Cremona e via verso l’adriatico.
Un giro da fare piano, senza fretta, con il rumore delle rane e l’immobilità delle chiome dei grandi alberi di fiume.
Un giro che ti riconcilia con la tua moto e la tua vita.
Senza dimenticare.

Mammasantissima
Il nostro amico Davide, ci scrive dopo aver letto il mio sulfureo scambio di impressioni qui sotto con il mammasantissima Cereghini.

Salviamo la rara specie di inguaribili romantici che prende la moto così sul serio, quella specie che dire biker è troppo riduttivo, perchè “bikerider” è più appropriato, quelli che le frecce non gli vanno da almeno un anno, ma non le aggiustano perche oltre a mettere mano al cazzo di rubinetto, amano cacciare fuori il braccio per svoltare, impegnandosi in manovre d’altri tempi, per frenare, scalare e buttare il peso dalla parte giusta, cosi come facevano i signori vestiti in tweed e stivali di cuoio marrone quando portavano le loro knucklehead con frizione a pedale e cambio a mano!
si forse in un mondo cosi veloce e pericoloso è da pazzi vivere la motocicletta in questo modo, rallentando invece di accelerare, forse siamo spinti dal bisogno di sentirsi diversi, dall ‘egocentrismo e dal narcisismo per non voler essere come gli altri, il bisogno di evadere da una vita borghese e “con i fari sempre accesi”.
beh allora io dico che, se il motociclista che ricerca se stesso finisce con l’essere egocentrico, narcisista e diverso, allora io sono quel tipo di motociclista.
“se te lo spiegassi non capiresti ” dice una patch harleydavidson. Cereghini, che te lo diciamo a fare? Probabilmente siamo noi stupidi romantici che non vogliamo capire, che non vogliamo scegliere la via più semplice, perchè non ci sembra quella giusta, non ancora almeno, perche crediamo di vivere in un mondo brillantinato ed utopistico, ma che ci fa stare bene
forse siamo noi i polemici, quelli che si incazzano perchè “gli altri” non capiscono. forse, ma forse no.
Bando alle polemiche e buon week end a noi patacche con i rubinetti e a quelli che con i fari sempre accesi puntualmente mi sorpasseranno ghignando durante il prossimo run

Caro Davide, non potrei essere più d’accordo, ed è una questione di vecchi guanti di cuoio e di frecce che non funzionano, o che non sono mai state montate, e per dirla tutta io le luci sempre accese non le tengo perche credo sia una stronzata che ti scarica la batteria, è il cervello che cerco di tenere sempre acceso, e l’attenzione, la prontezza, senza pensare che c’è un abs o una centralina a risolvere le tue cazzate

5 giugno 2009
Su Riders di giugno…
Ho polemizzato con Nico Cereghini,tipo:

Caro Riders,
L’ultimo pezzo del mammasantissima-Cereghini contro il rubinetto della benza (?!) mi fa pensare che forse sia giunto il momento di portare aria fresca tra i columnist della vostra rivista.
A parte la sterilità della polemica su questo piccolo dettaglio meccanico in confronto alle molte problematiche che si possono affrontare dalle pagine di una rivista come la vostra, nello specifico non vedo motivi per prendersela con il povero rubinetto. Per molti miei amici e per me, che guidiamo moto di dieci anni o più, la levetta della riserva è un rito.
Devi saperla girare in un secondo quando decidi di sorpassare, o magari preventivamente di girarla prima.
E’ un segnale onesto e inevitabile, non puoi ignorarla come la subdola spia della riserva (lei sì, che ti può fare rimanere a secco, starandosi o bruciandosi).
E’ un pezzo di moto che devi raggiungere a tentoni, alla cieca, e che ti conferma che quella è la “tua moto” visto che la devi individuare a occhi chiusi, regalandoti quella sensazione di governo e conoscenza analogica, non ancora schiava di centraline e spie, ma fatta di rubinetti, cicchetti e levette.
Un dettaglio umile e onesto, che puoi manutenere tu, che non ti frega, non si stara, non si brucia e per un attimo, ti fa sentire ancora un motociclista meccanico e non elettronico.
PS In tutte le moto che ho usato io, il rischio di passare da aperto a chiuso, non c’era: la levetta passava da sud a nord a fondocorsa, senza dover scegliere incerti posizionamenti intermedi.

Il Cerego ha risposto, piccato…

Concludo toccandomi sia il rubinetto della benza, che gli ZEBEDEI!!!!
Fanculo al Cereghino nazionale
(un grazie a Davide Fiore, lui sa perchè)

3 giugno 2009
Un vecchio giubbotto

E’ lì appeso, buttato distrattamente come ogni cosa che si debba usare ogni giorno.
E’ il mio vecchio giubbotto di pelle marrone, usurato sui gomiti e sulle spalle, con la cerniera che spesso si inceppa.
Un giubbotto che non ha mai preteso niente e proprio per questo l’ho sempre amato.
Trattare male un giubbotto non vuol dire non rispettarlo.
L’acqua, la pioggia, gli elastici coi ganci, il parafango bollente, però anche le lunghe ore passate a ribattere le cuciture, a spalmarci sopra il grasso di foca, ammantato di un profumo buono che mi ricorda mio padre che mi insegnava a prendersi cura degli scarponi.
E’ un giubbotto che ho trovato su una bancarella a Parigi un secolo fa, e l’ho pagato un soldo di cacio.
Ci ho fatto tanta strada, non solo in moto, anche in macchina e a piedi, e pure migliaia di chilometri in aereo. Si perchè, vi farà ridere ma c’è stato un momento, appena avuti i bambini, che avevo paura di salire sugli aerei e allora mi mettevo sempre quel giubbotto, anche se sotto avevo il gessato per andare nella city di londra.
Pensa che scemo, ma non so come mai con quella roba addosso mi sentivo sicuro, pronto ad affrontare qualsiasi problema e anche a venirne fuori, in un modo o nell’altro.
Io mi affeziono ad alcune cose, e poco per volta inizio a trasmettere a questi oggetti una parte di me, e a crearne una vera e propria anima, per cui quando li ho addosso, mi sembra di ricevere un abbraccio da parte loro, un rincalzo di conforto e di benessere.
Un giubbotto di cuoio marrone, rovinato e ben ingrassato, può cambiarti la vita, dicevamo da ragazzi con i miei amici, quando le cose non si trovavano, quando marche come la Avirex, la AeroLeather e la Schott, si faceva fatica a trovarle qui da noi.
E vivevamo di film, di fumetti, di libri dove gli eroi ne indossavano sempre uno, magari anche non di pelle, come l’indimenticabile giubbotto rosso, di James Dean in gioventù bruciata, con quella bottiglia di latte, a rinfrescargli la fonte, oppure il Perfecto di Marlon Brando, anche se a me era più simpatico Chino, che aveva una Harley, o a quello nero di Fonzie (l’unico che avevo trovato anche ad Alessandria nel 75, e mia mamma non voleva che ci andassi in giro).
Un giubbotto può cambiarti la vita: che frase del cazzo, se uno la prende così come viene adesso, detta da uno che ha 45 anni e tre figli.
Eppure continuo a pensare che sia così, e il giubbotto, un coltellino svizzero o un cappello da baseball … beh possono molto nella mente di un ragazzo.
Possono lasciare segni ed emozioni che ti restano dentro e che ti porti fino ad oggi, e quando li riprendi in mano, allora un poco, magari solo un poco, ti fanno tornare indietro e risentire quella pulizia che c’era nella nostra mente, quando era vergine e dovevamo ancora metterci dentro un fracco di cose e nessun’altro ci aveva ancora messo le mani.
Era la nostra mente, il nostro cuore e la nostra vita. Erano lì, puliti e freschi, da affrontare a morsi e da godere fino in fondo.
Con un giubbotto di pelle che vi faceva sentire proprio quello che domani avreste voluto essere.

25 maggio 2009
Eccola
Non so se avevo più voglia di farvi vedere Fiammetta o la Volvo, ma mi rendo conto che entrambe c’entrano ben poco con un sito di moto.
Però si dà il caso che io sono il capo del sito, e quindi ci metto un po’ quello che pare a me.
Quindi, signore e signori, eccovi la nuova entrata in famiglia, una vecchia Volvo 240 Polar SW, anno 1992, 150.000 km, duemila sia di cilindrata che di euro pagati per portarla via a un tipo di Udine, che in 17 anni l’ha curata come una bambina, sembrerebbe quasi per arrivare a darla a me come un gioiellone scandinavo.
Interni in pelle, aria condizionata, ma anche perticolari che non ricordavamo più, come i finestrini con la manovella e i pochi pulsanti sul cruscotto, illuminati da una lucina.
Una macchina che per me rappresenta la coerenza con quello che ho sempre creduto anche nel mondo delle moto, e in altri mondi: cose fatte bene, semplici, che non si rompono facilmente perchè fatte per durare ma anche perchè “non hanno” tante diavolerie inutili che possono solo rompersi.
E’ il trionfo dell’analogico e dell’essenzialità: una macchina che per chi come me ha vissuto negli anni ottanta, era un vero mito, e che ancora oggi, quando la vedo nel parcheggio vicino alle nuove auto grosse, rotondeggianti e gonfiate di cazzate che non servono a niente, risulta ancora un oggetto di grande eleganza.
Come ci sono arrivato a comprarmi ‘sta cavolo di Volvo?
Colpa della mia ultima auto, una lussuriosa Range Rover Vogue, ultimo tipo, super sexy. Beh ragazzi, volete sapere una cosa? Mai acquisto fu più sfortunato, ed ora sono ben felice di essere alla guida di questo vecchio drakkar svedese, a cui mi sono già affezionato e che sto già personalizzando, nella migliore tradizione custom…

23 maggio 2009
BRIVIDO DIETRO LA SCHIENA
Del Depia 3%er

18 Maggio 2009 ore 8.20
Anche questa mattina sono di corsa ormai le giornate volano via. Sono bloccato nel traffico sulla circonvallazione in viale Murillo.
Siamo tutti fermi, c’è il solito idiota che suona e sbraita dietro di me forse convinto che in questo modo il traffico scompaia, o forse lo fa per protesta contro la propria vita da sfigato in mezzo al traffico.
Mi ha rotto le balle svicolo a destra in via Pagliano, libero!
Faccio quei cinque metri e arrivo all’incrocio con via Spagnoletto.
Li su un palo dal mio lato noto una foto incorniciata. Fino a qualche giorno fa non c’era. La osservo giusto qualche secondo, quanto basta…. il viso è troppo giovane per essere uno che guidava la macchina, flash!!!! Un ragazzetto con lo scooter. Penso alla mia moto, allontano il pensiero velocemente, molto velocemente.

21 Maggio ore 8.15
Questa mattina vado in stabilimento, niente circonvalla! A Radio Pop i due della banda stanno facendo li scemi come al solito, prendono per i fondelli papi.
“Attenzione ascoltatori comunicazione di servizio, evitate piazzale Tripoli angolo viale Misurata perchè ci segnalano un incidente tra una autovettura e due moto”
Penso che fondo questa mattina vado dall’altra parte….. piazzale Tripoli e’ proprio dove normalmente mi immetto sulla circonvalla.

22 Maggio ore 8.21
Parto da via Rondoni, giro a sinistra in Tolstoi e poi a destra in Soderini.
Piazzale Tripoli in coda sto per immettermi nella circolvalla.
Sono fermo al semaforo ora tocca a me pronto a scattare come un giovane Schumi. Vedo il PALO di fronte, quello della preferenziale!!!
E’ pieno di fiori freschi legati con del nastro!!! Mi ritorna in mente la radio…..la segnalazione di servizio.
MI PARTE UN BRIVIDO DIETRO LA SCHIENA CHE MI PARALIZZA.
Non riesco a ripartire, sono stordito, quello dietro mi suona tre volte.
Parto devo girare a sinistra in viale Bezzi, non riesco sono come bloccato, TIRO dritto in viale Sardegna come un automa.
HO PAURA RAGAZZI. Penso a mia figlia, alla mia donna.
HO PAURA RAGAZZI. Vedo il tavolo a casa del Parodi pieno di bozze di vino e di viaggi, Vedo i miei amici del cuore.
HO PAURA RAGAZZI. Fermo la macchina, mi sento protetto, ho le porte, il tetto, il cofano e il baule.
HO PAURA RAGAZZI. Inizio a piangere e non sò perché, non riesco a farne a meno. Le lacrime mi scendono.
Passano dieci minuti. Riparto, faccio inversione al semaforo di via Sardegna e torno in viale Bezzi.
Arrivo al semaforo, e’ pieno di moto nella preferenziale, li guardo.
Ho ancora il volto bagnato dalle lacrime.
Verde, i primi due giappani partono come Valentino Rossi in pista.
Non ha senso!!! Penso a me, io vado piano ragazzi, vado molto piano.

Della carneficina che si compie giornalmente sulle strade cittadine non dice niente nessuno, non se parla mai!!!
L’unico segnale che la città sembra sopportare, e anche male, sono i pali pieni di fiori che sono sempre più numerosi.
Ripenso ai TG e alla macabra conta morti del sabato sera, come se negli altri giorni non morisse nessuno.
Ho guardato sul corriere non era nemmeno riportata la notizia,
E’ UNA STRAGE SILENZIOSA.

Sabato 23 Maggio ore 06.20
IL DEPIA

22 maggio 2009
Caschi e capelli
Da qualche tempo molti di voi mi scrivono per sapere qualcosa sui caschi. Quali uso, perchè, etc.
Io ho sempre usato caschi di tipo Bandit, con tutto ciò che ne consegue.
Verso la fine degli anni ’90, ricordo che anche la LEM a Reggio Emilia, aveva a disposizione un casco più piccolo dei bomboloni attualmente in produzione, che però andava a esaurimento.
Ne ho provato uno ed è stato amore a prima vista.
Tra l’altro il tipetto che me l’ha venduto era molto simpatico. Pensate che ha tirato fuori il guscio in plexiglass e mi ha fatto scegliere l’interno, montandomelo all’istante.
Anche se tutti voi sapete quanto tenga allo stile che piace a me, anche a costo di fare fatica o soffrire, non pensiate che sarei così cretino da girare privo di un minimo di sicurezza.
Indosso questi caschi perchè ritengo che siano sufficientemente sicuri.
Ho capocciato per terra tre volte nella mia vita, e tutte e tre con caschi di questo tipo, quindi a rigore non posso lamentarmene.
Ma il motivo di questo pezzo non era disquisire sulla sicurezza dei jet, bensì parlare di una cosa ben più importante.
La pettinatura, ragazzi.
Chi è pelato o porta capelli alla umberto (alla marines, per chi è nato dopo il 1963), i problemi non sussistono, ma per chi come me ha una discreta cabana di capelli, il problema deve essere affrontato con notevole serietà.
Il punto è che, se ci si infila il casco “alla cazzo di cane”, e lo si tiene su per un minimo diciamo di mezzora: beh quando lo si toglie, si assume una pettinatura “stirata-spettinata” che per giunta è CALCIFICATA in testa dalla temperatura e dall’atmosfera semi-umida della testa.
Provate ad entrare in un Consiglio d’Amministrazione con una simile acconciatura e vedete con quale credibilità riuscirete a convincere i consiglieri delle motivazioni per cui non avete fatto il budget.
Deve esserci una soluzione: forse le cuffiette-foularini che si mette con grande cura il Giugovaz, potrebbero aiutare nella preservazione del capello, ma in realtà la funzione, per lo meno nel mio caso, si limita a creare un elemento di ancoraggio che impedisce al casco di volare via oltre i 110 km/h: per il ciuffo, non serve a molto.
A volte allora, imposto una pettinatura con capello all’indietro e leggera scriminatura, che poi blocco indossandoci su il casco. Ma il risultato, quando levo il tutto, è che la pettinatura è quella di un ballerino di flamenco o Rodolfo Valentino. E non si riesce davvero più a cambiarla.
La soluzione potrebbe essere quella di buttarla in caciara e, con una rosa rossa tra i denti, abbozzare un passo di danza e offrirla alla consigliera più avvenente. Ma non sempre riesce.
Il più delle volte ci si presenta in riunione con teste schiacciato-arruffate che suscitano la disapprovazione dei presenti.
Ci si giustifica mostrando il casco e abbozzando qualche parola sulla scelta ecologica di non gravare ulteriormente il traffico, grazie alla scelta compatibile e sostenibile della moto.
Peccato che in quell’istante si sente sempre dalla finestra passare in strada il rombo lancinante di una marmitta aperta – screaming eagle che devasta come un tuono il silenzio ovattato della sala e scomparendo all’orizzonte, lascia dietro di sè una eco di lamenti di antifurti di veicoli e abitazioni.
I consiglieri a quel punto non vi guardano neppure più e scuotendo il capo, danno inizio alla riunione.

19 maggio 2009
Recensione
Bella recensione del “Cuore a due Cilindri” su “Motociclismo d’Epoca”, numero di giugno già in edicola.
Grazie al giornalista ed esperto di moto, Aldo Benardelli.

18 maggio 2009
Back to Basic
Per la cronaca: ho venduto la Range Rover Vogue iper-SUV-elettronica-metallizzata e mi sono comprato una Volvo Polar Station Wagon del ’91. Costo: duemila euro.
Che liberazione…

17 maggio 2009
Bettola run
Eravamo in nove tra cui un BMWista, due gnocche e uno fresco di patente. Fresco nel senso che al Coffets gliel’hanno ridata dopo due anni di sospensione-con-ignominia, per eccesso di bagordi.
Un buon gruppo, anche se con la consueta diversificazione.
Ma va bene così, del resto i threepercenters sono bikers zingari, poco sensibili alla formalità e alle rotture di palle tipiche di MC e Chapters.
Probabilmente la prossima volta si uniranno anche due in bicicletta, uno in macchina e due cinesi.
La partenza era prevista per le dieci e un quarto, ma Mario confonde Porta Ticinese per Porta Romana (tutte e due funestate da un McDonald di fronte, mala tempora) e, caffettino più, caffettino meno del Garella, ci muoviamo quasi alle undici.
Autostradiamo fino a Fiorenzuola, intenzionati a fare Castell’Arquato, Bardi e goderci un po’ di passi appenninici, ma pensiamo bene di perderci e ci troviamo dopo un paio d’ore su un bricco dove un nebbione e alcune gocciolone d’acqua ci fanno pensare al peggio.
Poco distante c’è una trattoriola di montagna con un aria un po’ decrepita. Mi avventuro all’interno per chiedere il menù ma il locale fa l’eco come il mio frigo nel mese di luglio quando vengo abbandonato a casa da solo. Da dietro il bancone una ostessa nerboruta cerca di irretirmi coll’assaggio di un tagliolino alle ortiche, ma mi sembra di essere cappuccetto rosso con il lupo e giro i tacchi dei Frye per tornare fuori di buon passo.
Ci dirigiamo verso Bettole, non prima di aver incrociato una coppia di sessantenni su una Honda Goldwing con tettuccio, vetri elettrici e zona massaggio shatzu, fermi davanti a un bivio, che si chiedevano dove fosse “pian del cazzo” o qualcosa del genere, perchè sai, il loro GPS si era addormentato.
Peccato che erano fermi SOTTO IL CARTELLO che indicava il luogo stesso.
Ci spingiamo dunque verso Bettole con rinnovellato entusiasmo e indotti dagli stimoli della fame, e il destino ci premia con il mitico ristorante Agnello, dove planiamo per non meno di tre ore, squarciando antipasto gnocco fritto, primo col bis, secondo, dolci e caffè.
Ed è subito sera, direbbe Ungaretti. Cioè, quasi, ma a quel punto i nostri programmi bellicosi di inerpicamento, erano mestamente affogati nel prosecco di Santamaria LaVersa, e dunque ci accodiamo a un Garellone (che questa volta ci piace e da il meglio di se, dotato di chiodo, Ray-ban, casco nero jet) che con la gloriosa Fat Boy, curva disinvolto gli stretti tornanti dell’appennino, con il culetto ben poggiato sulla sella e pedane incandescenti.
Il Giugovaz è costantemente quanto bonariamente massacrato dagli arlisti del gruppo e anche dai bambinetti del parcheggio che dicono “guarda, 8 harley con una automobile nera parcheggiata in mezzo”, e dunque decide di provare la nuova bombardiera nera Fat-Bob del Coffets, con la quale finisce per rientrare fino a Milano, ricorrendo a scuse ben poco plausibili per non risalire sulla sua BMW (guidata con un joystick dal Coffetti, che scuote il capo in segno di grandissimo disgusto).
Ci mettiamo d’accordo di proporre a Mario uno scambio con le nostre moto, OGNI VOLTA che facciamo un giro, e valutiamo che la cura dovrebbe sortir l’effetto desiderato della rottamazione del mezzo germanico, almeno entro le vacanze estive.
Rientriamo sulla ValNure, con deludente puntata a Grazzano Visconti dove l’atmosfera è simile a quella di Gardaland.
Rimontiamo prestamente in moto e dopo una affannosa ricerca dei miei RayBan (che avevo al collo), decidiamo che forse è ora di tornare a casa, ben felici che lo svacco, il prosecco e il trionfo calorico del grasso di coppa arrosto, non abbiano provocato defalcamento di punti, cuciture di punti, risse con smanettoni, cornificamenti, matrimoni o simili balordaggini alle quali ormai siamo adusi.

Rudy va via prima perchè in serata ha un concerto dei Simply Red al quale tiene moltissimo.

15 maggio 2009

Buon week-end ragazzi

13 maggio 2009
Birra
Ero inginocchiato sul fianco della mia moto questa mattina. Erano le dieci e mezza e faceva già caldo.
Avevo appena aperto le fibbie della mia borsa laterale e un piacevolissimo profumo di cuoio mi faceva pensare a selle e finimenti da cavallo.
Avevo appena fatto scorta di birra e altre cose, e in effetti, quando mi ricordo di riassortire la cambusa ci vado piuttosto pesante. Così, avrò avuto venti bottigliette di Corona che non sapevo dove cavolo mettere. Le ho tolte dalla confezione e ho incominciato a stiparle nella borsa.
Ce l’avevo quasi fatta, e stavo finalmente allacciando la patta della borsa di cuoio ma alcune bottiglie sporgevano fuori, un paio le avevo in tasca e una era lì che non sapevo dove cazzo metterla.
Mi sono girato e ho visto che un ragazzo mi stava guardando da un po’.
Sorridendo, ha indicato col mento la montagna di birre chiusa nella borsa dell’Harley Davidson, e questa cosa che chissà quale sogno di “vita biker” deve avergli fatto ricordare.
Con un sorriso mi ha detto – sei troppo forte…. –
L’ho ringraziato con un cenno, ho raccolto l’ultima Corona, e gliel’ho passata.
Alla tua, amico.
Ho ingranato la prima e sono partito.
Dissolvenza sulle note dei Lynard Skynard (con tintinnio di birre sul posteriore)

12 maggio 2009
Presente
Ho guardato la mia agenda aperta sulla scrivania, e mi sono stupito: domani è mercoledi, non giovedi.
Ancora una volta ultimamente, mi è capitato di essere proiettato avanti nel calendario.
Brutto segno, direi.
Vuol dire che vivo troppo nel futuro e poco nel presente.
Mi capita sempre quando ho troppe cose nella testa, di solito impegni di lavoro o rotture di scatole day-by-day.
Il problema è che in questo modo, le giornate sembrano essere vissute in apnea, prendendo in continuazione la rincorsa per ciò che deve ancora accadere. E solitamente sono rotture di palle.
E invece il presente è la mia vita vera.
Il motociclista che ho in mente, quello della foto in bianco e nero, o di quel fotogramma che ho impresso nella mia memoria, beh dovrebbe essere l’eroe del presente, il moschettiere dell’istante che sfugge, il simbolo del Carpe Diem.
Un’ombra sottile che sfugge guizzando tra le auto bloccate nel traffico. Un casco e un paio di occhiali scuri che nascondono un viso sereno, un sorriso appena accennato, una promessa di galoppate libero su qualche collina dove potersi lasciare indietro tutto.
Parole.
A volte non ci sto proprio dentro, anche se questo fa parte del gioco. Il gioco della vita normale, non quella dei libri e dei film.
Non mi sento davvero un ribelle, o meglio, non ho intenzione di buttare all’aria il tavolo, anzi. Ci sto bene qui, anche perchè è la mia vita e l’ho scelta io.
Ma come ogni cosa, è fatta in modo sinusoide, come i bioritmi (qualcuno ci crede? Io non lo so, ma mi piace citarli, ogni tanto): a volte sono al top, a volte no.
Me ne accorgo quando accendo la moto.
Se le sensazioni che lei mi da sono quelle di un normale mezzo di trasporto, allora guardo se c’è benzina, istintivamente valuto quanta aria tirare a seconda della temperatura esterna e di quanto è stata ferma, e ingrano la prima, già preda di un turbine di pensieri che poco hanno a che vedere col sogno. E capisco che quelli sono i momenti meno sexy.
M altre volte, per fortuna, il contatto tra il culo e la sella, anzi ancor meglio tra l’interno cosce e il serbatoio (ecco, è lì la sensazione vera…), beh a volte quel tocco, quella sensazione di pienezza e di controllo, mi riempiono di energia.
E’ un momento di totale PRESENTE, dove il futuro e i programmi sono annebbiati in una nuvola incerta nascosta da qualche parte del cervello.
Neuroni molto più potenti, alleati con i legami oscuri e ancor oggi incompresi che hanno col cuore, portano su la dopamina, l’adrenalina, gli ormoni ed altre interessanti sostanze che finiscono per “ina” e “oni”, che poi sono quelle che ti fanno godere.
E tu stai bene.
Per fortuna queste sostanze, seppur nascoste, sono pronte a saltar fuori quando meno ce l’aspettiamo.
Basta una brezza tiepida che ci porta un profumo improvviso di gelsomino o di tiglio, un raggio di sole che dopo dieci mesi, grazie alla rotazione della terra, fa capolino di nuovo in quell’angolo della nostra scrivania o della camera da letto.
E la tua maledetta agenda sembra lontana chilometri, mentre il presente si riappropria del tempo e ti fa capire che hai tutto a portata di mano.
E sei pronto per fare qualche memorabile cazzata!

8 maggio 2009
I barconi
Tanto sono abituato a fare incazzare la gente, e allora so che qualcuno non sarà d’accordo con me.
Magari il primo a non essere d’accordo sarà proprio il Depia, ma intanto con i fratelli sono abituato a discutere.
E il punto è questo: oggi tre barconi di migranti partiti dalla Libia e intercettati in acque internazionali dalle nostre motovedette, sono stati riportati al porto di Tripoli.
Cazzo, NON A QUELLO DI LAMPEDUSA
Il governo parla di evento storico e l’ONU, invece, eccepisce sul fatto che la nostra politica di accoglieza sia cambiata così radicalmente, e dice che l’Italia HA FATTO UN ERRORE.
Ne parlo sul sito perchè credo di poter dire qualcosa in fatto di africa e specialmente delle popolazioni che ci vivono.
Quello che dico è che secondo me, NON E’ AFFATTO UN ERRORE ciò che è stato fatto, ma un passo avanti verso la dignità dei popoli del terzo mondo.
Non mi interessa che il governo ora se ne decori come una medaglia, ma l’immigrazione clandestina, fatta sulla pelle degli africani, deve essere contrastata in ogni modo.
Ed è un’immigrazione che arricchisce le casse della mafia africana, quella dei mercanti di uomini e della mafia Italiana, che qui li sfrutta.
La situazione in cui ci troviamo è stata sostenuta dai molti benpensanti radical-chic di sinistra, che affermavano l’accoglienza ad ogni costo.
Il buonismo Italiano, fatto di accoglienze incondizionate, ha creato un mostro le cui radici sono oggi ben fisse nella terra africana sahariana e subsahariana.
Questa immensa associazione a delinquere è ben oliata e collaudata e si porta dietro una striscia di sangue nero, dalla Somalia, all’Eritrea, al Sudan, alla Libia, ma anche dal Ciad e dal Niger e dalla Nigeria.
Migliaia di disperati che pagano cifre da capogiro, per andare a morire nell’arsura del sahara o tra i flutti del canale di sicilia.
Per regalare loro un sogno finto, che in Italia si trasforma in prostituzione, centri di accoglienza, spaccio, piccoli furti.
O pomodori in puglia a 10 euro al giorno, picchiati e umiliati.
Non siamo pronti ad accogliere questa gente.
Per lo meno, non come dovremmo. Certamente non come questa gente si meriterebbe.
E allora quei tre barconi che hanno girato la prua di la da dove sono venuti, sono il taglio della testa di questo mostro, che parte dall’equatore e finisce in sicilia.
Se tagliamo la parte finale, tutto il castello di carte crollerà.
L’ONU dice che forse tra quelle persone c’erano alcuni che chiedevano asilo politico? D’accordo, si rivolgano alle nostre ambasciate, a Tripoli, Algeri, Asmara, Kartoum. Non sono in molti: ci sarà qualcumo che darà loro ascolto.
Ma la maggioranza non è in quelle condizioni e lo fa per rincorrere un falso sogno di miglioramento, messo tuttavia in pratica attraverso una deportazione crudele, strisciante e illegale.
Che non possiamo accettare, nè, indirettamente, alimentare.

29 aprile 2009
La vespa
Mentre tornavo verso l’ufficio ho costeggiato il parco.
Un temporale si stava avicinando e gli uccelli volavano bassi sul cielo nero.
Probabilmente non erano gli unici che sentivano l’avvicinarsi dell’acquazzone.
Mentre pennellavo curve e slalomavo tra le auto i cui guidatori si affaccendavano a tirare su i finestrini, ho sentito un leggero ronzio e una sensazione di solletico vicino all’orecchio, ma non ci ho fatto troppo caso.
Giunto davanti alla banca, ho tolto il casco e ci ho infilato dentro i guanti, con un rapido e consumato movimento.
Ho preso l’ascensore, sono entrato nel mio ufficio e appoggiando il casco bandit sulla mensola, dai guanti è uscita una vespa piuttosto stupefatta di trovarsi lì.
La prima cosa che ho pensato è perchè non mi ha punto, visto che era lei la causa del ronzio sulla tempia e vicino all’orecchio.
Poi ho pensato che in effetti era stata una brava vespa a non pungermi, oppure ero io che avevo avuto un culo pazzesco.
Ma l’ultima cosa che ho pensato è stata che il mio ufficio non ha la vetrata apribile, e quindi io e quella vespa avremmo dovuto passare insieme il resto della giornata.
Visto che, qualora l’insetto non avesse apprezzato il passaggio gratuito che le avevo dato nel mio bandit la nostra forzata convivenza avrebbe potuto essere assai spiacevole e il vespone, con tutta probabilità, avrebbe trovato il modo di dimostrarmi in modo molto chiaro il suo disappunto, ho aspettato che si posasse sulla scrivania, ho preso l’ultimo numero di LowRide, l’ho avvolto a manganello e …

Rubinetto della benza
di Davide Fiore
Ad un amico, proprietario di un ottimo super glide ad iniezione che, per sfottere me ed il mio evo, mi ha chiesto cosa sia il rubinetto della benzina, ho risposto:

“E’ quella piccola leva magica che hanno le moto vere, che usano quelli che si attraversano i deserti con un bandit, gli occhiali ray-ban e un fazzoletto in faccia,
quello che quando accendi la moto è un rito, quello che non fa rumore come la pompa elettrica della benzina, quello che devi saper girar in un micro secondo mentre sei in sorpasso,
quello che non puoi ignorare come faresti con la spia gialla,
quello che quando vai ogni tanto accarezzi e controlli, giusto per sentirti più tranquillo, oppure tanto per fare qualcosa,
quello che un giorno mi mancherà se dovessi comprarmi una bellissima electra ad iniezione, perchè vorrà dire che gli anni sono passati ed io sono invecchiato”

Davide Fiore

28 aprile 2009
In realtà…
In realtà non ho veramente un cazzo da dire, ragazzi.
Sono qui in ufficio, alle dieci del mattino di un martedi che non ha un senso.
Ogni tanto alzo gli occhi verso la vetrata che da sullo stramaledetto sommergibile Toti.
A pensarci bene, il più contento dev’essere lui: tra un po’ si rimette a galleggiare…
Questa mattina mi sono svegliato con la sensazione che, nella giornata, non mi si prospettava niente di particolarmente divertente. Effetto del meteo credo, ma anche di una subdola distrazione dal sogno che al contrario dovrebbe sempre albergare (e spadroneggiare) nella mia testa.
Anche il tè non aveva quel gran sapore e ho ricoperto con un dito di burro le fette biscottate per godere un immeritato (e colpevole) sollazzo gastronomico.
I ragazzi erano già usciti, a piedi, nelle pozzanghere, a prendere i loro tram per andare a scuola.
Attraverso i vetri li immaginavo nella scostante atmosfera umida e fredda che solo una grande città al mattino mentre piove, riesce a dare.
Bravi ragazzi, che lasciate dormire il papà.
Mi sono infilato i copripantaloni, i copriscarpe, la mia giacca Belstaff che avevo già riposto nell’armadio in alto.
Accendo la moto che parte obbediente con un cicchetto di aria tirata.
Primo colpo. E’ una soddisfazione ma ormai, dopo 11 anni mi ci sono abituato e mi pervade solo una leggera sensazione laterale di appagamento, nente di più.
In realtà non ho niente da dire, ragazzi.
Oggi non ho il rock n roll in testa o schegge di luce che lampeggiano negli occhi.
E’ forse l’effetto di ritorno del viaggio in Africa, bellissimo ma lungo e faticoso? O forse l’essere quotidianamente travolto dalle mille cazzate della vita di tutti i giorni? O forse, chi lo sa, è solo il fatto di aver la possibilità di parlarne con voi, che mi spinge a tirar fuori i molesti granelli di sabbia che si annidano in fondo all’anima e le impediscono di girare liscia come due pistoni ben lubrificati.
Ma forse siamo noi che con questa felicità, pretendiamo troppo? Con l’eccitazione e il ritmo che pretendiamo, che esigiamo, che ci sentiamo di meritare ogni mattina, forse prendiamo un abbaglio? In effetti a pensarci bene, c’è gente che ci vive da secoli con questo immobilismo mentale, privo di stimoli.
A noi motociclisti capita meno spesso, grazie alla “moto di sicurezza” che, Nico Cereghini a parte, è la nostra scialuppa nel mare della sfiga e riesce quasi sempre a farci tornare puri per un attimo, noi e la nostra vita ideale.
Si, deve essere così, in fondo.
Perchè se so una cosa, quella è che l’uomo non è fatto per rompersi le palle, ragazzi.
E se ci si pensa, abbiamo sempre la possibilità di fare qualche cazzata che ci zuccheri la giornata. E mi vien subito voglia di provarci, anche se devo ricorrere a tutta la mia scorta di ottimismo/allegria/tendenza a fare cazzate.
Realizzo che la scorta personale è quasi in riserva, e probabilmente questo fatto è tipico nel DNA umano (e animale): se stai sotto l’acqua e al freddo da più di sei mesi, qualcosa incomincia a girare in modo diverso, e questo non va bene.
Ma come un’adolescente brufolosa alle prese con il suo diario di HelloKitty, mi sembra ancora una volta di aver parlato troppo.
E per non dire un cazzo, tra l’altro…

PS Approfitto per dirvi che Nico Cereghini (quello del casco sempre ben allacciato e i fanali accesi ricorderete), mi sta sul cazzo, come tutti i mammasantissima in genere. Sull’ultimo Riders, su cui tiene una rubrichetta, ha scritto uno sproloquio contro il rubinetto della riserva sulle moto.
No comment

23 aprile 2009
La storia di Manuel Rumi
Mi trovavo sulla strada verso Tamanrasset quando, parlando di viaggi e di piccole e grandi imprese con la mia guida, venne fuori il nome di Manuel Rumi.
Avevo in mano la mia carta Michelin, tutta stropicciata e sporca e come al solito la mia fantasia volava tra i nomi, le piccole linee tratteggiate e gli immensi spazi gialli e bianchi della mappa.
– Moussa, vedo qui che ci sarebbe anche un’altra strada che ci consentirebbe di arrivare a Tamanrasset.

Questa qui, che si addentra nell’Erg Orientale dopo Touggourt e passando per Bordj Omar Driss e imboccando successivamente la pista di Amguid, si ricongiunge proprio dove siamo noi, a In-Ecker, sulla Transahariana.-
Moussa abbozzò e mentre sorseggiava il suo tè verde, disse:
– E’ una strada che diventa pista e si insabbia molto spesso. Non so se con la tua moto ce la faresti. Vedi, proprio qui passa vicino alle dune del Tiffernine, le più grandi dune del deserto del Sahara.-
Ero stato subito affascinato da queste poche parole e continuavo ad osservare la carta.
– Capisco, Moussa. Tra l’altro vedo che qui la pista per Amguid si biforca e volgendo verso sud est diventa una piccola pista militare che giunge a Illizi.
Quest’ultima mi sembra veramente bastarda come pista: tutta all’interno del Tiffernine e dell’Erg Issauane.
Accidenti, chissà in che condizioni sarà…-
E Moussa a quel punto, iniziò a raccontarmi la storia di Manuel Rumi, perchè sembrava che qualcosa si fosse collegato, nello spazio infinito del tempo e del deserto, tra due motociclisti, che a distanza di vent’anni, laggiù in Algeria, erano stati colpiti dalla misteriosa pista di Illizi.
Proprio ventanni fa, caro Roberto, un ragazzo di 27 anni che amava la moto e il deserto, rimase affascinato come te da quella pista.
Non era uno sprovveduto e non aveva una Harley, bensì un Tenerè, con cui aveva già fatto molta strada in Tunisia e Marocco. Amava l’Africa e i deserti e aveva il cuore pieno di sogni.
Partì da Como a fine luglio dell’89, con lo scopo di attraversare il Sahara e giungere a Lomè.
Con lui c’era Renato, un amico che però per un problema di visto (aveva il passaporto canadese), fu bloccato alla dogana algerina e rimandato indietro a Tunisi.
I due amici si accordarono per rivedersi a Tamanrasset, ma già qualcosa aveva incominciato ad andare storto.
Manuel ricordava di aver incontrato degli Italiani sul traghetto Habib, (Genova – Tunisi) che avevano un programma similare, e contava di raggiungerli: ma avevano già un paio di giorni di vantaggio.
Fu così che Manuel, con un po’ di batticuore, affrontò l’immensa Algeria da solo, dirigendosi verso Bordji Omar Driss.
Lungo il tragitto fece amicizia con un tedesco che guidava una pesante BMW R80 G/s.
Decisero di fare un pezzo di strada insieme: Bert Wherehen, questo era il suo nome, aveva in mente di raggiungere Tamanrasset attraverso la pista di Amguid, mentre Manuel continuava a pensare alle grandi dune del Tiffernine.
Per due volte Manuel chiese al tedesco in che stato fosse quella pista, e Bert gli rispose che non era in buone condizioni.
Poco prima di imboccare la pista per Amguid, a “Les 4 Chemins”, i due motociclisti fecero campo e si prepararono alla loro traversata.
Anche due motociclisti francesi che facevano la stessa strada, si accordarono con loro per partire insieme la mattina dopo.
Ma il destino non era della stessa idea.
Il mattino successivo alle sei, quando sul deserto l’alba fa capolino e porta un po’ di tepore dopo una notte di gelo, visto che i francesi non si erano presentati, Bert e Manuel partirono verso Amguid.
La pista è piuttosto facile da seguire: grosse carreggiate la tracciano abbastanza chiaramente ed è percorsa da camion con una certa frequenza.
Bert che con la sua pesante BMW R80 temeva un insabbiamento, si era spostato sulla destra della pista e procedeva su un tratto di sabbia dura ma che si alzava impercettibilmente. All’improvviso gli mancò la terra sotto le ruote e la moto fece un volo di due metri prima di cadere rovinosamente.
Bert si rialzò miracolosamente incolume, ma la BMW si era aperta in due: la caduta aveva piegato la forcella ed il guasto non era riparabile sul posto.
I due motociclisti capirono che il viaggio per Bert era finito e aspettarono con pazienza che un camion accettasse di caricare la moto per riportarla presso un centro abitato.
Nell’attesa passarono due camion nella direzione di Amguid e due in senso opposto. Tra l’altro anche i francesi sarebbero ancora dovuti passare, quindi Bert non si preoccupo’ eccessivamente quando Manuel gli disse che avrebbe continuato da solo verso Amguid.
I due motociclisti si salutarono e Bert passò a Manuel la sua acqua, la benzina e le sue cartine che erano più dettagliate.
Manuel partì in direzione di Amguid e da quel momento in avanti, nessuno sa più nulla di ciò che veramente gli successe.
Qualche tempo dopo un altro motociclista tedesco, Ralph Wortmann, che si trovava a passare per la piccola pista che attraversa il Tiffernine, vide una Tenerè rossa e bianca ferma sul cavalletto, con uno zainetto viola appoggiato in terra vicino alla ruota.
Sulla moto c’erano ancora acqua e benzina e la moto si trovava vicino a una “balise” cioè una pietra miliare usata nel deserto per segnare una pista.
La pista era quella verso Illizi, quella piccola pista assai poco frequentata, che forse Manuel aveva sempre voluto fare sin dall’inizio.
Il corpo di Manuel era nei pressi della moto che, come si seppe, aveva avuto un guasto.
Gli mancavano poco più di cento chilometri per arrivare a Illizi.



Laggiù nel Sahara, a fianco della pista
che si perde nell’infinito,
ci sono piccoli monumenti,
testimoniano il passaggio dell’uomo.
Sono piccole cose abbandonate:
un pezzo di lamiere contorta;
una scatola arrugginita, un bidone,
un copertone rotto di auto o di camion.
Qua e là affiorano dalla rosata sabbia
piccoli cespugli verdi e fanno loro corona.
Io vado ai Quattro Camini con Vittorio
per posare, all’inizio della pista
che porta ad Illizi, una piccola targa.
Viandante che un giorno passerai da quelle parti,
vedrai luccicare un pezzo d’acciaio
fra lamiere contorte, scatole arrugginite,
bidoni e pezzi di coperture d’auto.
Tu non ci farai caso, ma su quel rettangolo
d’acciaio c’è scritto il nome di un ragazzo, il mio,
che si è fermato lì per salire in cielo
ad ammirare il deserto che tanto amava.

Mario Rumi, papà di Manuel

Mario Rumi, per ricordare l’amore che Manuel aveva verso questa terra, ha creato una fondazione che si prefigge di costruire pozzi d’acqua nell’africa sahariana e sub-sahariana
Queste sono le coordinate della “Fondazione Manuel Rumi”
22030 – Lipomo (COMO) – Via Cadorna, 104
Tel. Fax – 031 555472
E.Mail –
info@manuelrumi.org
C/C postale 17591223

16 aprile 2009
Rudy in Provenza 2009
Per ora qualche foto, report in arrivo.

12 aprile 2009
Piccoli registi
Il trailer del film realizzato da Pietro, Vittorio e dal loro amico Ascanio.
Miracoli di Adobe After Effects….

TRANSAHARIANA EXPRESS
Dovevo giocarmi due settimane di vacanza impreviste, con una Harley-Davidson Road King del ’98, e un vecchio sogno da realizzare.
Volevo provare ad andare ancora più giù: trasformarmi in un peugeottaro anni ’70 o in un beduino, ma provare percorrere la Transahariana Centrale fin dove si può.
Quella lunga strada che taglia l’Algeria e arriva a Tamanrasset, sul Tropico del Cancro, luogo mitico di carovanieri e di Tuareg, quasi sul confine con il Mali e il Niger.
Dodici giorni col gas tirato, lungo una striscia di asfalto che poco a poco si trasforma in pista e ti fa fare lo slalom tra le buche.
E già che sono lì, provo pure ad addentrarmi nel desolato massiccio dell’Hoggar e cerco di arrampicarmi sull’Assekrem, a 2900 metri, con la mia stramaledetta moto da strada. Per cosa? Per passare una notte nell’eremo dove visse Charles Foucault, e poi ritornare a casa.
Forse un po’ diverso da prima.

L’ennesima cazzata, ragazzi, a un click da qui: Algeria, Transahariana 2009

Algeria, Transahariana 2009

1 aprile 2009
Ragazzi sono tornato
Per il momento, ecco tre video.
Non ho ancora ben capito cosa mi ha lasciato dentro questo viaggio.
E’ stato talmente lungo e talmente corto al tempo stesso: 5400 km, segnava ieri notte alla una, il contachilometri della mia moto davanti al portone di casa mia. Due settimane fa, l’avevo azzerato nello stesso identico luogo, con la valigia, il sacco a pelo e un po’ di preoccupazione a cavallo della mia inseparabile amica a due ruote.
Dovevamo raggiungere Tamanrasset, e andare ancora più giù, arrampicandoci su una montagna in mezzo all’Hoggar dell’Algeria meridionale. Il cuore mi batteva un po’ perchè il programma era ambizioso ed ero solo a cercare di farlo.
Ok, una guida mi avrebbe assistito nei tratti algerini (tra l’altro è obbligatoria), ma resta la solitudine mentale e la mancanza dei miei amici.
Gli sms al Depia sono stati un legame prezioso e un sottile filo di amicizia che riscaldava un po’ l’animo quando ero laggiù.
Riguardando la carta, ero davvero in basso, ragazzi. In fondo alla Transahariana, una vera mother-road, sulla quale e attorno alla quale , si svolge l’unico filo di vita possibile per tutta la gente che vive là.
Vi lascio qualche video per iniziare, aspettando lo sviluppo delle foto ma specialmente il tempo di maturare ciò che questo viaggio mi ha lasciato.





18 marzo 2009
 Il Parods e' partito...
"Dio ha creato i luoghi ricchi d'acqua perche' l'uomo vi possa vivere
ed   ha creato il deserto perche' l'uomo vi possa trovare la propria anima"
Anonimo


Passi mesi a pensare come organizzare l’anno che sta per arrivare. Programmi, voluti, ti perdi tra sogni da realizzare e posti da raggiungere.

Ma quando gli uomini progettano, gli Dei ridono, diceva un vecchio saggio, ed infatti per un imprevisto tutto cio’ che hai messo in piedi se ne vola via e ti ritrovi a zero, tutto da rifare.

Dopo essermi incazzato giusto quel tanto, ho pensato questo: e se fosse arrivato il momento di mettere alla prova tutto quello che fino ad ora avevo scritto e creduto?

Ok, allora ho messo una borsa tutto quello che avevo imparato fino ad ora, nei viaggi con i Threeps e lungo ogni chilometro percorso sulla mia moto, e ho deciso: si parte lo stesso.

Cosi’, vado da solo, verso una meta piuttosto cazzuta, lontana, a sud

Detto tra noi, MOLTO piu’ a sud di quanto immaginavo di arrivare senza i miei amici.

Ma ormai ho deciso e – in realta’ – senza neanche troppo pensarci.

Mario e’ in Messico per ritrovare se stesso e magari fondare nuove radici, il Depia e’ bloccato con la sua deliziosa piccola Beatrice, gli altri ragazzi non saranno con me, vuoi per impegni di lavoro, mentali o per altri motivi.

Ma e’ come se li avessi tutti con me, come ogni volta, laggiu’ in africa.

E poi non sar¡§¡ã solo, nuovi amici trover¡§¡ã per la strada, con cui condividere questo ennesimo viaggio.

E visto che oggi sono in vena di scolpire il granito, e’ vero: scompare chi maledice l’imprevisto, chi vuole sempre sapere cosa succedera’ domani e chi da’ sempre la colpa alla sfortuna.

E allora che sia: forcella a sud, ragazzi, che in fondo non e’ certo la prima volta, e che cazzo…

Dove vado? Ah gia’.

Beh l’idea e’ quella di seguire la Transahariana Centrale, quella che taglia il Sahara attraversando prima la Tunisia e poi l’Algeria, in una lunga galoppata verso Tamanrasset, citta’ mitico nel sud dell’Algeria,quasi al confine col Niger e giusto sotto il tropico del Cancro.

Da li’, tiro il fiato e mi piacerebbe salire sul massiccio dell’Hoggar (foto qui sotto) al centro del quale sta una montagna alta 2900 metri chiamata Assekrem dove si trova il luogo che voglio raggiungere con la mia moto: l’eremo di Charles Foucault.

Questo tipo piuttosto originale (ex-ufficiale francese ed ex-playboy fine 800), se l’e’ goduta alla grande per meta’ della sua vita, e poi ha deciso di indossare il saio e ritirarsi lassu’ a meditare per bel po’ di anni senza rotture di coglioni.

Un tipo cosi’, mi e’ stato subito simpatico: chissa’ se capitera’ anche a me.

Ecco tutto, ragazzi: piste, strade, tratte percorse da carovane di Tuareg, cammelli allo stato brado, peugettari fumati anni ’70 e – da domani – anche da una vecchia Harley di dieci anni, guidata da uno strano tipo che ogni mattina davanti allo specchio, riconosce ancora nei propri occhi un sinistro bagliore.

La scheggia…

Inshallah e ride-on!






16 marzo 2009

Ci siamo quasi

Quando hai quella sensazione di serpenti nella pancia, di quando qualcosa si sta avvicinando.

Tipo una partenza, ragazzi…

Sento gia’ il profumo di viaggio, quello vero.

La moto e’ pronta, anche se qualche cigolio, povera stella, ce l’ha sempre.

Io sono pronto? Forse, ma non ci voglio pensare troppo.

Si perche’ quando parto tutto resta indietro, comprese tutte le ansie della partenza, quindi tanto vale non pensarci dall’inizio.

Lascio che il viaggio mi faccia entrare nella sua dimensione, nella quale nessun’altra cosa e’ ammessa.

Ed e’ tutto da divorare, come i chilometri e il sole in faccia.

Tutto da divorare.

12 marzo 2009

Siamo solo noi

del Depia 3%er

Anche questa sera ci ritroviamo per la nostra cenetta tra amici (questa volta a casa mia, cucino io!!).

Anche questa volta come capita a volte, mi sono occupato io dell’organizzazione.

Ho chiamato Robi, Mario ed altri amici che per cortesia e visto il seguito di questo articolo non cito per nome.

Anche questa sera alla fine saremo solo noi tre…i tre.

Come sapete il nostro non e’ un MC, ma anzi e’ semplicemente un gruppo di amici.

Proprio per questa ragione mi girano le balle due volte nel sentirmi dare sempre le stesse scuse del cazzo tipo:

“Sorry ma stasera ho da fare a mezzanotte. “

“Scusami ma sto seguendo un deal della madonna e proprio alle 9.00 di sera ho organizzato un conference call con un venditore di poncho in guatemala”, e robe simili.

Basta … a questo punto sapete che ve dico miei cari amici del casso … non solo non ve chiamo piu’…ma anzi lancio un concorso…..

A CENA CON I 3%ERS

Hai voglia di venire a cena con noi 3percentuali?

Bene inviaci una email al solito indirizzo, scrivi quello te pare e ti frulla per la testa e noi con serenita’ ad aprile vedremo di organizzare una bella cena con un paio di voi (a nostra scelta e mai troppi)!

Perche’ alla fine …. anche se nun ce scrive nessuno…siamo solo noi.

Il Depia

10 marzo 2009

Liscio come l’olio

Ci sono cose che vanno storte e altre che vanno lisce come l’olio.

Questo penso, mentre svito il bullone sotto il carter, per cambiare l’olio motore della mia 1340 Road King del 1998.

Mentre la chiave fa girare docilmente la testa del bullone, penso che questa e’ una di quelle che funzionano bene. Il grosso bullone mi finisce in mano e un fiotto di olio nero e tiepido mi scorre tra le dita per finire in una bacinella di carta stagnola.

Anche il giro di domenica e’ andato liscio: appuntamento alle dieci in Porta Ticinese, con i soliti amici, Rudy, Luca, e persino Mario era puntuale. Ne sono pure arrivati altri e alla fine sembrava quasi di essere un piccolo ciapterino! (qui lo dico e qui lo nego…)

Ma alcune cose vanno anche storte.

L’atmosfera a volte e’ un po’ meno scatenata e molti hanno perso un po’ di smalto e di allegria, altri affrontano nuove realta’ di famiglia e di lavoro e un’ombra di preoccupazione ogni tanto passa loro sugli occhi come una nuvola scura.

Guardo l’olio denso che si e’ raccolto nella bacinella e penso invece com’e’ facile con la moto: l’olio vecchio si sostituisce in un lampo, una candela sporca si pulisce, un serbatoio si riempie.

Un mondo ideale, questo nostro mondo parallelo su due ruote, e popolato solo da amici, gite fuori porta o viaggi lontani, dove i soldi in tasca bastano sempre per il pieno e una birra.

Mentre l’olio fluisce bene dalla lattina di Castrol nel bocchettone del carter, penso a come e’ invece difficile portare avanti un progetto o un business plan.

Penso alla facilita’ con cui si sceglie una meta con gli amici, e mi viene un brivido pensando a quante interminabili discussioni nelle riunioni d’ufficio per decidere niente.

Immagino un bivio abbandonato in mezzo a due remote stradine e la velocita’ con cui decidiamo la nuova direzione, e la mia mente va alle difficolta’ con cui in ufficio si deve combattere per cambiare una direttiva che magari non e’ piu’ quella giusta.

Quante similitudini ci sarebbero tra la vita vera e quella passata stringendo il manubrio della nostra Harley-Davidson, considero mentre misuro il nuovo livello dell’olio. Ma non sarebbe giusto scambiarle: l’ufficio, le bollette e le rotture, da un lato e la nostra moto dall’altro, che ci aspetta sempre pronta nel garage e in un angolo della nostra mente.

9 marzo 2009

Paroads marzo 2009

Ue’ ragazzi, lo leggete LowRide?

Questa e’ la mia rubrica PAROADS di marzo, in edicola questo mese

E’ una di quelle notti in cui vi sentireste di fare il giro del mondo. La vostra moto risponde docile ai comandi, il motore ha un ritmo continuo e rassicurante.

La strada si srotola davanti a voi, illuminata dal fanale anteriore. I vostri movimenti sono sicuri e gli strumenti della moto funzionano a dovere, un lieve colpo d’acceleratore, una frenata per controllare l’ingresso in curva. Vi sentite come dentro ad una piccola navicella o alla carlinga di un caccia, o forse una scialuppa di salvataggio. Poche spie e un paio di indicatori sono sufficienti a governare il mezzo a due ruote che vi sta facendo attraversare la notte.

Fuori dal vostro casco l’aria vibra veloce ma il giubbotto di cuoio pesante vi rende impermeabili ad ogni soffio d’aria. Siete il capitano di una piccola barca da pesca che osserva il mare scuro e non si preoccupa di qualche schizzo. Attraversate un paesino e la strada si anima di qualche luce: un bar che tarda a chiudere, l’insegna di un remoto distributore di benzina, una piccola stazione ferroviaria. Ma voi tirate dritti, siete sereni e vi sentite bene. Con la vostra moto sapete di poter raggiungere qualsiasi meta, arrivandoci senza fatica ma soprattutto liberi da tutti i pensieri che di solito occupano ripiani e scaffali secondari della vostra mente, pensieri ricorrenti e noiosi, ombre di fastidi, piccole preoccupazioni, paure represse ma sempre pronte a saltar fuori.

E’ come se quella navicella dove vi trovate adesso, composta dalla vostra moto, il vostro casco e i vostri stivali preferiti, avesse fatto un salto nell’iper-spazio e si fosse lasciata dietro cose che non avevano la forza di rimanere attaccate alla vostra mente. Solo i pensieri che vi piacciono restano li’, gli altri, poco a poco sono lavati via dalla velocita’ e dal vento.

A meta’ strada vi fermate per un caffe’. Mentre attraversate la porta della piccola osteria nella penombra, la vostra moto e’ illuminata per meta’ dal fascio di luce della porta aperta. Avete lasciato la ruota dritta e il manubrio sembra chiedervi di riafferrarlo subito per ripartire. L’idea di un caffe’ e il suo profumo e’ la sola cosa di cui avete bisogno, il resto e’ gia’ dentro di voi, in quella notte. La ragazza dietro il banco vi sorride lievemente e vi segue con lo sguardo fino a che non siete risaliti in sella. Avvertite che c’e’ un po’ di magia nell’aria ma sapete anche che l’incantesimo si romperebbe con l’ingresso di un’altra persona.

Bastate voi, basta la vostra mente resa sensibile e ricettiva (e forse anche dolorosamente vulnerabile) dall’atmosfera del viaggio. Ripartite e bruscamente vi ritrovate subito in quell’altra dimensione che avevate abbandonato dieci minuti prima, e che ora e’ pronta a ricevervi e a chiudersi attorno a voi. La vostra moto e’ la vostra casa, il vostro rifugio fedele.

In un rettilineo voltate la testa all’improvviso, e scorgete l’ombra rossa del vostro fanalino posteriore, perdersi nel buio della campagna.

8 marzo 2009

Sole

Dopo tre cazzo di mesi, un week end degno di questo nome.
Siamo di nuovo su strada.

7 marzo 2009
Motociclisti strana e meravigliosa gente
Se ve la sentite, non vergognatevi di piangere


3 marzo 2009

Mi sono simpatici i motociclisti.
Il piu’ delle volte c’e’ una sorta di misterioso fluido che ci unisce tutti.
Mi sono simpatici per quelle occhiate di intesa quando ci si riconosce in qualche negozio del centro, con quei goffi giacconi neri e quell’ingombrante casco in mano, con i capelli spettinati, con i pantaloni bagnati sul davanti.
In coda al supermercato col casco ancora in testa perche’ non riusciamo a tenere quello o i sacchetti della spesa.
Mi sono simpatici per le guance rosse di freddo sotto le quali c’e’ subito un sorriso quando in ascensore, dopo averci osservato di sottecchi, uno sconosciuto anche un po’ ammirato, ci dice “voi sempre in moto anche con questo tempo, eh?” e il sorriso e’ l’unica risposta, perche’ se dovessimo metterci li’ a spiegare nessuno capirebbe.
Mi sono simpatici perche’ i vigili in moto fermano solo loro e quando tu passi vicino, lanci loro un’occhiata di solidarieta’ e affetto e un silenzioso buona fortuna, che sarebbe potuto capitare anche a te.
Mi sono simpatici perche’ sulla strada hanno le stesse reazioni che avresti tu, e ti fanno il sentiero nel labirinto del traffico, accellerano e frenano come avresti fatto tu, e quando c’e’ una macchina che fa una cazzata, il motociclista che la sorpassa scartando all’improvviso, scuote la testa esattamente come stai facendo tu, dieci metri dietro.
Mi sono simpatici i motociclisti, perche’ con il casco sembriamo tutti uguali (vabbe’, modulare BMW a parte…) e in fondo la sola differenza e’ una moto che ti fa stare piegato in avanti o un po’ piu’ dritto, il resto e’ uguale in quel guizzo di tempo in cui e’ dato vederli passare.
Mi sono simpatici per le piccole irregolarita’ che tutti commettiamo e che sono solo un autarchico modo di snellire il traffico, contro cui nessuno potra’ far mai nulla perche’ il motociclista non e’ mai perfettamente allineato.
Mi sono simpatici quando notano un motociclista fermo sul ciglio della strada, le marce incominciano subito a scalare e un segno col mento chiede “Vuoi aiuto? sono pronto a fermarmi”
Mi sono simpatici se vedo parcheggiate davanti alla trattoria due moto diverse dalle nostre ed e’ subito goliardico gioco di ruoli per poi sempre finire in un brindisi e in uno scambio di impressioni sulla statale appena percorsa o su quella ancora da fare.
Mi sono simpatici se ci incontriamo in una nazione straniera, lontani da casa, ad una dogana difficile o a un posto di blocco, pronti a far gruppo con te e a dichiararsi tuoi amici.
Mi sono simpatici anche quelli che ormai non guidano piu’ e mentre passi si fermano sul marciapiede, con lo sguardo che ti segue con un sorriso, o che quando ti fermi o stai per partire, ti fanno una domanda o un apprezzamento che non e’ mai banale, ma lascia trasparire la loro passione che e’ ancora li’.
Mi sono simpatici questi motociclisti.
Quelli che non badano alla marca della moto, ai colori sulla schiena o a quello del proprio passaporto.
Misterioso fluido che trasforma un uomo aggiungendogli due ruote

24 febbraio 2009
La notte del Depia
Del Depia 3%er
Da alcuni giorni guardo il sito e vedo che non arrivano nuovi pezzi scritti da Roberto.
La cosa non mi preoccupa perch¡§¡Ö ormai conosco gia’ questi suoi momenti, ma per sicurezza non rinuncio mai ad una telefonata di verifica. “Ciao Fratello, bla bla bla bla, ho visto che non hai scritto niente in questi giorni, come mai?”
“Si hai ragione Depia, ma sono appena tornato dalla vacanza… ho dei casini in ufficio… mi fa male la mano…ho il gomito che fa contatto col ginocchio…”
“mmmmhh”
“Va, be’ la verita’ e’ che in questo periodo sono poco ispirato e preferisco interiorizzare la cosa invece di scrivere qualcosa tanto per farlo.”
“Hai ragione Robi e sai cosa faccio magari per aggiornare il sito ti mando un pezzo mio….”

E’ notte fonda, questa appena passata, e non riesco a prendere sono. Sicuramente e’ capitata anche voi una di quelle notti in cui sei talmente stanco che fai una fatica bestiale a prendere sono. Ecco ieri notte era una di queste e anche se sono notti molto faticose ho imparato ad amarle.
Mentre la mia mente si perde tra i pensieri sempre in bilico tra le ansie e la felicita’, tra le questioni private e quelle di lavoro, mi piace ascoltare i rumori di casa, quelli che chiamo i suoni della notte e che la mia mente ha ormai metabolizzato Quelli con cui riesco a dormire senza sentirli nemmeno piu’.
Sono diventato padre da poco e quindi ai soliti noti ho aggiunto il sottilissimo respiro della mia gnoma (un amore).
Chi e’ padre probabilmente conosce perfettamente questa sensazione, sa che in questi primi mesi quando e’ in camera con voi, si dorme con un orecchio sempre rivolto alla prole e che al suono delle propria compagna che ormai hai interiorizzato si aggiunge questo nuovo e leggero con cui lentamente entri in confidenza con una sottile sensazione di preoccupazione e gioia allo stesso tempo.
Questi suoni sono il mio privato, il mio intimo, la mia mente li riconosce, li accetta come parte di me e mi permette di dormire senza problemi!

Bene, cosa c’entra tutto questo con i due miei soci vi starete chiedendo?
Ecco, ieri notte mentre ascoltavo la notte ho fatto una piccola riflessione sulle mie amicizie, attuali e passate. Una piccola classifica che qui vi riporto:
1) Quanti amici ho avuto ed ho? Tanti e anche se con l’eta’ sono diminuiti, alcuni si sono persi e nuovi ne sono arrivati restano ancora un certo numero diciamo 66.
2) Con quanti di questi 66 hai condiviso veramente pezzi di vita importanti come quello attuale? Boh forse meno del 50%.
3) Con quanti di questi 66 hai condiviso almeno una volta e anche se breve una vacanza? Boh forse meno del 15%.
4) Con quanti di questi hai condiviso una doccia? Boh forse meno del 10%.
5) Con quanti di questi 66 hai condiviso una chiacchiera al di la della porta del cesso? Boh forse meno del 5% (sono uno veramente poco pudico).
6) A quanti di questi 66 la tua mente e’ abituata? Conosce ormai il suono delle loro notti e il respiro come una parte intima di te? Senza boh, il TREPERCENTO (+ 0,02 per i precisi)
Lascio a voi il calcolo.

17 febbraio 2009
Tornato dalle savane Kenyane
Non spendo piu’ di un paio di bit su questo viaggio in africa, veramente bello e che vi consiglio di fare, ma che purtroppo ho effettuato senza moto ma servendomi di un grosso coso bianco a forma di supposta, con due ali e con delle strisce che ricordano la bandiera italiana disegnati sul timone di coda.

Passiamo invece ad una grande questione che appassiona migliaia di aficionados del sito.
la maggioranza non osa chiederlo, alcuni ne fanno timido cenno, altri, come il nostro lettore Armandino Cennamo, lo chiede in modo molto diretto, e la domanda e’ rivolta al Depia e a Mario…

Come mai, sul vostro sito, si leggono soltanto le belinate che scrive il Parodi?
Traduzione: ogni pensiero, ogni racconto, qualunque commento sono firmati da Roberto! E voi? Non ditemi che siete analfabeti!?
Se il Parods non ha contato balle, in questi giorni e’ in Africa.
Perche’ non approfittarne sputtanandolo con qualche piccante rivelazione? Potreste dirci che si e’ innamorato di una carenata giapponese e sta pensando di rottamare il Road King, che non e’ mai stato all’Elefantentreffen, che il primo dell’anno se ne sta in casa al caldo e col cavolo che tira fuori la moto, e tante altre belle cose.
Invece niente, nessuna notizia, mai un commento!
Perche’?: Siete o non siete in tre?

Depia
Caro Armando,
per prima cosa grazie per averci scritto perche’ e’ sempre carino che qualcuno si prenda del tempo per noi.
Rispondo alla tua domanda facendoti notare che non e’ proprio vero che sul sito ci scrive solo il Parodi, diciamo che ci scrive prevalentemente lui…. 95% delle volte. Se però sfogli bene le diverse pagine troverai anche alcuni pezzi scritti da me e alcuni scritti da Mario.
Se invece ti stai chiedendo perche’ ciò accade…. ecco alcune delle possibili ragioni:
1) Roberto scrive molto bene e con grande facilita’ rispetto a me che sono un mezzo analfabeta e per scrivere un pezzo ci metto un sacco di tempo e fatica.
2) Roberto non ci ha ancora insegnato ad usare il software per gestire il sito perche’ ha paura che noi gli si faccia qualche casino…. del resto ormai lui e’ molto piu’ tennico web di noi due.
3) Io e Mario siamo fondamentalmente dei pigri del cazzo mentre Robi ci mette un sacco di passione.
4) Roberto e’ geloso di noi, infatti ha capito da un p¡§¡ã che sia io che Mario abbiamo molta piu’ fantasia e siamo molto piu’ brillanti di lui nello scrivere e quindi ci boicotta. Noi per¡§¡ã per il quieto vivere del gruppo lo lasciamo fare……. altrimenti si incazza e ci resta male.
5) Ci siamo divisi le arti: Robi scrive, io dipingo e creo in cucina, Mario canta e scegli il vino.
A presto
Il Depia

Mario
Caro Armando, cari 3% ers…
come avrai notato dalla risposta del Depia… lui ha molto piu’ senso dell’umorismo del Parods!
ehehehehehehe
Scherzi a parte, il motivo per cui io e il Depia siamo pressoche’ assenti – nella “fisica” redazione dei pezzi sul sito – e’, per quanto mi riguarda, la totale mancanza di tempo.
O meglio: volendo, ma volendo davvero, il tempo ce l’avrei anche… ma e’ molto piu’ divertente leggere le belinate del Parods, confrontarsi con lui quando ci chiede cosa ne pensiamo di questo o di quell’argomento, suggerirgli nuove idee o appoggiarlo nelle sue corciate…. fare da “assistant director” insomma.
Altre volte, e’ bello sfancularlo e dirgli un bel “no… io non ci sto” di Scalfariana memoria.
Cosi’ poi, si finisce in qualche localaccio a bere birra e mojito dopo di che, ubriachi… ci si trova a brindare al prossimo viaggio in Burkina Faso…
Maledetto Parods !!! Regge l’alcool molto piu’ di quanto ci si aspetti.
E comunque le cose stanno piu’ o meno cosi’: lui (il Parods) si diverte un mondo a scrivere e raccontare ai discepoli il mondo biker; il Depia si diverte a cazziarlo; io mi diverto a guardarli…
In fondo, sono i miei brothers.
Con simpatia, Mario 3%

6 febbraio 2009
Muffa
Le strade sono talmente viscide che sono mesi che non riesco a fare una piega come si deve.
Fate conto che ho montato la borsa laterale wild-hog… e non sono ancora riuscito a raschiare il fondo.
Ho il motore rifatto nuovo e non sono ancora riuscito a tirare la quinta per vedere se supera i soliti 170 all’ora che faceva prima.
Ho una tosse secca e fastidiosa che sale quando rido e quando corro, ho il raffreddore perenne (quello come al solito) ma questa volta mi sembra di piu’.
Gli stivali hanno tre strati di grasso di foca per impermeabilizzarli ma i piedi sembrano sempre un po’ bagnati.
La giacca fa la muffa sui bordi e il resto e’ sale tirato su dalla strada.
Non riesco a pensare al sole, ai sogni e ai viaggi. Mi sembra tutto cosi’ lontano. Non puoi parlare di sole se stai a mollo nella pianura padana. non riesco neppure ad avere il mood giusto per organizzare un viaggio, mi sembra tutto impossibile.
Per reagire ho comprato un po’ di ricambi e un manuale per la manutenzione, quello Ufficiale di Fabbrica. Specifico del 1340 (Dyna, Softail e FLT, cioe’ la mia).
E’ uno spettacolo: finalmente tutti i segreti del mio motore, svelati. Il circuito elettrico completo, i fusibili, lo schema del carburatore, i rele’, le tecniche di smontaggio delle parti. Tutto quello che serve.
Mi ci butto ogni sera immaginando di affrontare problemi e di provare a risolverli.
Il “Manuale” ragazzi, finalmente.
In realta’ e’ poi tutto molto piu’ difficile a farsi che a leggersi, ma e’ gia’ qualcosa.
Nel cortiletto bagnato di pioggia di via Quadronno, ci sono io seduto su un seggiolino di Fiammetta, un sabato mattina, che osservo la mia moto semismontata con un grosso volume aperto sulle ginocchia.
Ogni tanto passa qualche condomino, mi lancia un’occhiata strana e poi va.

PS Mi sono rotto le palle ragazzi, stasera parto e vado in Kenya.
Ci vediamo tra otto giorni.
PPS Indovinate cosa mi porterò da leggere.

2 febbraio 2009
Viaggiatori
Giorni di sogni, notti di pensieri. Dove si andra’? Ce la faremo? Non sara’ troppo lontano?.
Mi rigiro nel letto con la luce spenta.
La moto andra’ bene? Le gomme terranno? Cosa capitera’ dietro la collina, dietro quella curva, dietro la sbarra di quella dogana.
La vulnerabilita’ del motociclista e’ grande, ed e’ piu’ grande ancora se il motociclista e’ anche un viaggiatore.
Un piccolo corpo ed una mente che si affidano ad un immenso mondo sconosciuto.
Al cibo che troveranno nelle osterie, alle coperte e al riparo di una locanda, all’acqua di una fontana o, meglio, di qualche bottiglietta che si spera abbia ancora il tappo.
Il motociclista non si affida solo alle condizioni dell’asfalto, alla strada e ai cartelli, ma all’aiuto che potra’ ricevere, alle cose che potra’ comprare per le proprie necessita’, alla benevolenza (o all’onesta’) di un poliziotto con un turbante o con un basco verde e il tuo passaporto in mano.
Il motociclista viaggiatore e’ un piccolo miracolo di fortuna, di coincidenze e di sorrisi. Un cavaliere moderno che non ha paura di farsi attraversare dall’aria, dalla polvere e dai sassi che gli scorrono via a 15 cm dalla suola degli stivali.
Il motociclista viaggiatore e’ un personaggio d’altri tempi, che non pu¡§¡ã permettersi l’autonomia, la superiorita’, la sicurezza dei turisti moderni chiusi nei loro blister asettici fatti di aerei e pulmini con aria condizionata, ma che vive di aiuto, di supporto, di colpi di fortuna, di lunghe attese e di simpatia.
Un piccolo uomo con grandi occhi e grande cuore.

28 gennaio 2009
Centralina e targa
Con 25 dollari (19 euro) + spese di spedizione, mi e’ arrivata a casa una centralina di ricambio per la mia 1340.
Il pezzo e’ un NOS (New Old Stock) in realta’ usato per qualche tempo ma ad un prezzo che fa ridere rispetto a quello a cui l’avrei trovata in Italia. A parte la difficolta’ di reperimento (la mia HD e’ del 98) in Italia il prezzo della centralina si aggira sui 150 Euro di media.
Allora su e-bay ho trovato questo tipo, Otis, che sta nell’Ohio, e vende pezzi harley. Dio lo benedica.
La scatolina e’ arrivata e ho subito provato il pezzo per vedere se funziona.
Sostituire una centralina su un 1340 e’ veramente una cazzata: si leva la fiancatina destra ed e’ subito li’ sotto. Non ho neppure avuto bisogno di svitare le due viti (ho lasciato su la vecchia, l’ho scollegata e ho connesso la nuova). Va da dio.
Ma se andava, vi chiederete perche’ ne ho presa un’altra. Semplice, avere una centralina di scorta e’ una di quelle cose che mi rendono piu’ tranquillo.
Insieme al regolatore di tensione e a poche altre parti, mi consentono di pensare che insomma, posso combattere contro una buona parte di sfiga, o per lo meno provarci anche quendo mi trovo in mezzo a paesi dove il PIL procapite e’ inferiore ai duecento dollari all’anno…

Comunque in questi giorni girare in moto non e’ un piacere, e’ una sofferenza.
Il clima di Milano mi impedisce di godermi qualche bel giro, sto messo una chiavica di salute e per giunta la mancanza di una bella febbraccia mi impedisce pure di starmene a casa a cazzeggiare.
La moto poi richiede un lungo periodo di riscaldamento mattiniero: 30 secondi con l’aria tirata, e poi almeno 3 minuti con l’acceleratore puntato un po’ piu’ su del minimo. Poi ogni 4 giorni smonto e ripulisco le candele che sono nere come il carbone.
Che palle ragazzi.
Poi a volte non ho tempo, parto lo stesso prima di aver finito e la moto tossisce e starnuta per mezz’ora. I percorsi urbani non aiutano, e neppure il fatto che avendo i pistoni nuovi, devo rispettare un minimo di rodaggio.
Insomma, e’ veramente deprimente. Per di piu’, ho dovuto “lavarla” per due o tre volte di seguito (cose mai vista) perche’ nei giorni scorsi la quantita’ di sale per terra era veramente troppa anche per la mia bombolona.
Che merda ragazzi, che citta’ del cazzo e’ Milano.
Tanto piu’ che da qualche giorno il no-global qui sotto mi ha pure staccato la targa e io ci ho messo un po’ a decidermi a fissarla col nastro americano.
La tentazione di continuare a girare senza targa era tanta: del resto ho visto che pochi lo notavano (probabilmente perche’ la mia moto e’ cosi’ dannatamente BELLA che tutti se la gustano e nessuno nota particolari come il fatto che, cazzo, e’ senza targa).
Lo dico perche’ ieri mi sono fermato sulle strisce per far passare una mezza gnocca e questa non passava e se ne stava li’ a occhieggiarmi. Io cavallerescamente ho fatto cenno col casco di passare, e lei si e’ finalmente mossa. Ma si e’ girata verso di me e mi ha detto “va bene passo, ma stavo ammirando la moto…”
Mi ha zuccherato la giornata.
I vigiloni non possono far nulla se ti vedono passare senza targa, perche’ tu vai e loro possono solo tirarti dietro delle maledizioni. A parte i vigiloni-balle-spaziali, quelli con i casconi e le moto bianche. Ma a quelli dico che si e’ appena staccata e che sto andando dritto a casina. Di solito ci cascano alla grande.
Poi per¡§¡ã ho pensato di infilarmi la targa nella cintura della belstaff, sulla schena.
Mi sembrava di essere al tourist-trophy. Ovviamente era mezza coperta dalla cintura e non si vedeva una cippa, ma l’intenzione era encomiabile e nessuno avrebbe mai potuto eccepire.
Cmq ragazzi, dopo una settimana di cazzate, ho finalmente nastrato la targa sul parafango.
Sta veramente una chiavica.
Ma e’ giusto cosi’: sto male io, e sta male anche lei.
E’ o non e’ la mia stramaledetta moto?

23 gennaio 2009
Senza targa
Questa mattina mentre andavo in ufficio mi fermo per dare la precedenza allo stramaledettissimo tram in corso Italia.
Mentre son li’ che penso “che strana sensazione fermarsi per dare la precedenza… non so se mi piace…mmmmh mi sa che e’ la prima e ultima volta che lo fo…”
Beh, un ciclista del caXXo, uno di quelli con la MASCHERINA che manco fossero a Shangai, la borsa a tracolla e ci mancava solo la scritta NO OIL, beh questo mi si infila dietro, sulle strisce, come una scheggia (anzi una ECO-Scheggia) e …. zac mi tira una centra con il pedale e MI STACCA DI NETTO LA TARGA.
Dopo la consueta sequela di imprecazioni (
“ma scusi non poteva girare al mattino in macchina sulla sua Euro-zero come fanno tutti invece di fare il greenpeeace in bicicletta? ma dove va, a salvare delle foche monache o il panda gigante”??), prendo le generalita’ e tutto il resto e riparto con la targa nella borsa.
Approfittando della situazione, sono transitato sotto tre telecamere della corsia dei Taxi.

21 gennaio 2009
Il segreto di ogni Salotto Letterario
Ve l’avevamo detto.
Adesso ve lo facciamo anche vedere

Enjoy…

Foto gentilmente inviatemi dal fotografo Luca Mattioli

20 gennaio 2009
Dedicato a chi capisce / quando il gioco finisce
Gli amici servono per confrontarsi, oltre che per andare in moto e piangere sulle loro spalle quando ci molla la morosa o quando i nostri capi ci fanno incazzare.
Questa mattina il Depia mi ha telefonato e mi ha detto “Cazzo robi, ma che cavolo fai? Mi sembri diventato come l’A.M.A. quando ha pubblicato il suo editto contro i onepercenters…”.
Quello che mi dicono i miei amici, anche se spesso e’ velato di un allegro sfott¡§¡ã, e’ sempre importante e io ci ho pensato.
E’ vero, non c’ero a Verona (eravamo a Padova e sapete in compagnia di chi…) e ha ragione il Depia a dire ” ma se non c’eravamo neppure, cosa te ne frega di esprimere un parere cosi’ radioattivo, per di piu’ verso persone molto suscettibili”
(OK questa e’ la traduzione, la frase reale suonava pressappoco cosi’ “oh, ma sei pirla? cha cazzo scrivi, che poi ti fanno un culo cosi’?”)
Ma il Depia ha un enorme vantaggio rispetto a me: e’ piu’ distaccato da questo ambiente, vede le cose da un’angolazione diversa e questo mi ha fatto pensare.
Ho riletto il pezzo
(che e’ quello qui sotto) ma confesso che mi ci sono ritrovato ancora.
Ma con un unico aspetto in piu’.
Le cose che ho scritto non sono per chi sta fuori dall’ambiente MC ed e’ naturalmente scandalizzato dal comportamento di quei biker, o per chi prende le distanze e non esita a definirli “violenti”.
Nossignore, perche’ altrimenti non avrei scritto niente di nuovo.
No: io lo dedico a loro, ai bikers che si sono picchiati, agli amici che ho all’interno degli MC, alle persone che conosco e che so che sono di buon senso, che hanno la maturita’ di capire fino a che punto indossare dei colori può condizionare il loro comportamento, a chi sa quando e’ il caso di lasciare perdere.
A loro dedico il mio sfogo e insieme dedico anche tutte le mail di supporto che ho ricevuto in questi giorni.
Perche’ penso che il mondo biker non sia fatto solo da grassi tedeschi rissosi (quasiasi siano i loro colori) o da persone che vanno alle fiere con il coltello in tasca.
Perche’ penso che sia il momento di voltare pagina e non essere piu’ preda di vecchi rancori causati dagli errori di pochi.
E questo lo dedico ai bikers che mi piacciono, che stimo e con cui so che si può discuter di tante cose.
Persone con cui condivido, oltre alla moto, anche una cosa: l’attaccamento ad un mondo che e’ molto piu’ fragile e contraddittorio di quanto pensiamo.

17 gennaio 2009
Non se ne può piu’
Bel sabato pomeriggio a Padova, dove i Threepercenters erano stati invitati da Bikers’ Life a partecipare ad una discussione sul palco della fiera con altri quattro motociclisti viaggiatori.
La fiera era uguale a qualsiasi altra fiera biker con le gran gnocche sulle moto e la solita paccottiglia in vendita sui banchetti.
C’erano un po’ di MC che giravano (Gremium, Unknown Bikers e altri…) e insomma, la solita roba.
Ho considerato la fiera da un punto di vista un po’ diverso perche’ essendo col Depia, che di robe biker non e’ tra i piu’ preparati, ho dovuto spiegargli il significato di diverse cose. Se uno ci si pensa, non c’e’ come spiegare le cose a qualcuno per ricondurle alla giusta dimensione.
Per esempio gli MC presenti in fiera, con lugubri colori e grande prevalenza di tedeschi che si stendevano di birra e guardavano tutti in cagnesco. L’impressione era che senza quella patch sulla schiena non avessero molti altri scopi.
Ma adesso non voglio iniziare una dissertazione MC-si o MC-no; ma resta il fatto che il mio amico Depia girava li’ in mezzo e non voleva credere ai suoi occhi: “ma questi sono gli MC di oggi? Ma allora chi mai potrebbe aver voglia di entrarci, in un club MC?”
Incontriamo un mio conoscente, prospect di un grosso club MC, che invitiamo a venire a vedere la nostra presentazione, ma lui ci dice che e’ bloccato qui da tutto il giorno e “non lo fanno muovere”. Il Depia sulle prime pensa che scherzi, ma e’ tutto vero: e’ la vita del prospect, e allora il Depia e’ ancora piu’ allibito.
In effetti, se sei insieme a una persona che vuole restare fuori dall’ambiente (la vostra ragazza o un amico pensante) e si guarda a questa strana realta’ con distacco, c’e’ da rimanere veramente basiti.
Ok lo spirito di appartenenza e il mito, ma certi aspetti della realta’ MC sono talmente assurdi che non si capisce cosa cavolo pu¡§¡ã spingere qualcuno a fare cose che forse potevi accettare (o subire) giusto se eri a militare (e non vedevi l’ora che arrivasse “l’alba”). Ma non e’ questo il punto.
Torniamo verso la nostra zona e stiamo per iniziare quando mi avvertono che a Verona se le stanno dando di santa ragione. Ovviamente ancora gli MC, e due tra i club piu’ grandi ed importanti.
Manco a dirlo, i colori diventano ancora una volta un pretesto per perdere la ragione.
E allora polizia schierata, qualcuno finisce all’ospedale, cancelli della fiera chiusi per un oretta. Chi ha comprato il biglietto ha paura ed costretto ad aspettare che questa gente finisca la loro rissa.
Il primo commento che mi viene in mente?
Non se ne pu¡§¡ã piu’.
Queste persone, che pretendono il ” rispetto ” della comunita’ biker, che entrano gratis ai Rally e parcheggiano all’interno come le star, si sono comportati come fossero totalmente privi di buon senso.
E allora diciamolo pure, perche’ tutti lo dicono quando vedono in TV le risse nei bar, quando vedono la violenza gratuita, quando leggono sul giornale i casi di bullismo e di prevaricazione.
Dobbiamo dirlo e forte.
Questi avvenimenti non fanno bene al mondo dei motociclisti che e’ prima di tutto il NOSTRO mondo e non quello di una minoranza di persone che si ascrive una non meglio identificata autorita’ di controllo basata su tradizioni spesso discutibili, ma che poi non esita a creare disordini.

Non c’e’ nulla da capire, o meglio io non riesco davvero a capire come si sia arrivati a tanto: gente che ha piu’ quarant’anni che arriva da lontano con l’auto o l’aereo con l’unico scopo di litigare con altri adulti che ( e questo e’ il paradosso) sono vestiti come loro e condividono lo stesso stile di vita e le stesse motociclette.
Mi ricordano molto gli Ultras… ma su quelli nessuno ha dubbi.
Continuo a non volerci credere, perche’ conosco persone all’interno degli MC, ma so che purtroppo e’ un fatto che esiste da decine di anni e probabilmente continuera’ ad esistere ancora.
La cosa incredibile, come diceva un mio amico, e’
“possibile che non capiscano, oltre al male che fanno agli altri, il male che fanno a se stessi”

Mentre a Verona scoppia il pandemonio, i Threepercenters fanno amicizia con alcune pornostar
Era tutto pronto per l’inizio del fantomatico salotto libresco sul palco della Fiera quando dall’altra parte del palazzo, nello stand di custombike, da dieci minuti una pantera bionda si avvinghiava come un pitone ad un palo di Lap Dance con gli Steppewolf che accompagnavano i movimenti delle sue clamorose chiappe.
Stava venendo giu’ il soffitto per l’entusiasmo del pubblico mentre le presenze al salotto letterario, chissa’ perche’, scarseggiavano.
Io e il Depia, che era il bravo-moderatore, ci siamo guardati negli occhi e abbiamo chiamato il responsabile delle manifestazioni-fiera dicendogli “fino a che quella passera non si stacca da quel cazzo di palo noi non iniziamo”.
Dieci minuti dopo, il passerone imperale veniva non solo staccato dall’avvinghiamento selvaggio, ma procedeva a lunghe falcate verso la zona Salotto Letterario, dove i pochi avventori non volevano credere ai loro occhi.
Il Depia imponeva alla gnocca (ancora in autoreggenti e perizoma) di assettarsi vicino al Parods, che stava commentando il viaggio a Srebrenica o qualche altra cazzata del libro.
“E gia’ che ci siamo prendi su anche il libro che ti facciamo due foto, va!”
E qui, chiunque avrebbe immaginato un sorriso ammiccante e una strizzata d’occhi verso la telecamera con il volume vicino al viso…
Invece ognuno ha il proprio mestiere e la passera imperiale cosa ci combina?
Allarga lasciviamente le gambe chilometriche e … infila il libro del Parods esattamente nel luogo che stava al centro dei pensieri delle oltre cento persone che stavano guardando in quel momento.
Ondata di flashes ed entusiasmo inarrestabile.
Bacio della gnocca al Parods con profferte di matrimonio immediato.
Il salotto letterario in Fiera era avviato per bene e il Depia lo conduceva con piglio professionale.

Nello stesso momento, a Verona, alcune decine di quarantenni giunti da varie parti d’europa con colori diversi sulla schiena, si prendevano a botte per motivi talmente lontani da essere ricordati a fatica.
Una questione di scelte…

16 gennaio 2009
Domani (Sabato) tutti a Padova
Come gia’ detto, domani alle 16.00 padiglione 8 presso lo stand di Bikers Life, si terra’ un “salotto” tra scrittori motociclisti e viaggiatori (in collegamento dal messico, pure uno che sta facendo la panamericana in moto).
Noi saremo li’.
Il bravo presentatore sara’ “Il DEPIA”, che al momento e’ molto preoccupato visto che non gli hanno dato nessuna informazione e non sa un cazzo su quello che deve dire ne su chi deve presentare.
Le risate sono assicurate visto l’approccio casalingo e dilettantistico della cosa.

Ci si vede.

Dal nostro Guestbook
Angeli e Diavoli, bellissime parole di Giorgio Gasparrini, dedicate a Pascal Thierry, il motociclista morto alla Parigi-Dakar sudamericana

Angeli e Diavoli
Si dice che ogni volta che saliamo in sella ad i nostri destrieri insieme a noi salgano pure angeli e diavoli… e’ vero…
Rappresentano quel dualismo che rende questo modo di vivere cosi’ denso di emozioni che a volte il cuore pare voler saltar via dal petto e mettersi a correre… ad urlare… diavoli che girano quel polso in maniera a volte cosi’ irrazionale e violenta che lo schizzo di adrenalina ti arriva diritto al cervello senza passare dal via lasciandoti i tremori per lunghissimi interminabili minuti… che ti spingono a piegare quel tanto che basta da far diventare bianche le mani e diventare tutt’uno con la nostra passione… la nostra vita… tanto da pensare di averlo sfiorato quel limite… di aver scosso quel mantello con il nostro passaggio radente… e angeli che portano il volto e la voce di chi non e’ piu’ con noi… dei nostri affetti… delle nostre paure ed esperienze costruite sulle nostra ossa rotte… angeli che ti accarezzano quel polso che torna a colorarsi e lascia andare la manetta quel tanto che basta per godere senza infastidire quel mantello che fino ad un secondo fa avremmo strappato urlando per lo spostamento d’aria per vedere s’e’ veramente cosi’ bella e sinuosa questa mitologica creatura perennemente celata dall’ombra della paura…
Pazzi? A volte forse… ma gli anni.. i kilometri e quelle risate che non sentiremo piu’ ci fanno crescere piu’ di qualsiasi schiaffo o cinghiata presa in gioventu’… eppure “gli altri” non ci capiscono… esser Motociclisti e’ pericoloso… si muore… ma chi ve lo fa fare?

Poi ci trovate i WeekEnd in qualche strada di campagna sperduta tra i monti… seduti su un muretto con la sigaretta che si consuma lenta all’angolo delle labbra… con lo sguardo perso all’orizzonte e una mano che inconsciamente segue le sinuose linee del serbatoio o dell’affilato cupolino… colorati come farfalle… bardati come antichi cavalieri… da soli o in sfavillanti sfilate di scintille e riflessi… con il saluto sempre pronto anche se chi incroci non l’hai mai visto e mai piu’ lo rivedrai…

Poi ci vedete seduti intorno ad un tavolo di trattoria o stesi su un prato vicino ad un lago.. con le nostre belle in vista.. rigorosamente in vista… che facciamo baldoria e ridiamo e mangiamo e beviamo tra noi come se fossimo nati tutti lo stresso giorno, dallo stesso grembo… tutti delle medesima classe sociale, estrazione e famiglia… ma come potreste credere che magari ci si e’ semplicemente trovati sulla stessa strada senza essersi mai visti o parlati prima? Ci crederebbero? Mai…

…ma in moto si muore… e’ vero… capita… ma quanta Vita e’ capace di regalarci questa passione?

Il papa’ di uno di noi che ora non c’e’ piu’… il papa’ di un Angelo con il 24 sul cupolino e nel cuore ci ha definiti cosi’:

“…Mi aveva tanto parlato di voi, ma a dire il vero non lo avevo mai ascoltato piu’ di tanto, ma essendo un gran “capoccione” me li ha voluti far conoscere uno ad uno,questi ragazzi e ragazze meravigliose da abbracciare e baciare come figli propri, immersi in quelle loro tute di pelle, con i loro tatuaggi, con i loro caschi da i colori sgargianti, tutti veri DURI! Gente che su strada non abbassa mai lo sguardo,ma provate ad alzare loro quelle visiere scure da marziani e troverete occhi splendidi, puliti, gonfi di quelle lacrime vere in cui puoi annegare ed arrivare fino in fondo alla loro anima per vedere com’e’ candida,occhi che solo la gioventu’ piu’ sana pu¡§¡ã avere. Provate poi a togliergli quelle tute e troverete al loro interno dei bambinoni innamorati della vita,delle scorribande,dei week end a bistecche e salsicce, ma ancora tanto bisognosi di un padre o di una madre che li prenda per mano quando la sorte inizia a giocare cosi’ duro….”

…si, e’ vero.. in moto si muore, capita… pu¡§¡ã capitare ad ognuno di noi… ci si fa male… tanto male… ma quanta vita si trasforma in ricordi bellissimi, in attimi eterni, in risate cosi’ fragorose da far tornare il sole anche in una fredda e piovosa giornata di novembre?

Parlate con ognuno di noi… fatevi raccontare un giro, un aneddoto, una curva… e perdetevi in quello sguardo che comincia a scintillare come quello di un bimbo che scopre la vita per la prima volta… nelle risate… nel sorriso che, spontaneo, stira gli angoli del viso e distende la fronte…

Parlate con ognuno di noi… e chiedetegli cosa sarebbe di lui se un giorno dovesse rinunciare a questa passione… e preparatevi a sentire l’urlo del silenzio… e a vedere quello sguardo di bimbo diventare lo sguardo di un marinaio costretto a vivere a terra con il mare in vista… di un pilota che guarda il cielo ancorato a terra…

Gia’.. in moto si muore… ma ora credete di poterci capire? Io non credo… non ancora…

Chiedete allora di portarvi ad un raduno, ad una scampagnata… bagnatevi di pioggia scrosciante che vi penetra fino alla biancheria intima.. che vi entra nelle ossa… lasciate che il freddo vi punga fino a farvi lacrimare… lasciate che il sole tenti di liquefarvi mentre indossate l’immancabile giacca tecnica… o semplicemente provate a chiedergli di fermarsi cosi’, senza nessun motivo apparente per strada accostandosi al ciglio per stupirvi di quanti (automobilisti) non vi degneranno di uno sguardo e quanti (motociclisti) si fermeranno per offrirvi aiuto, compagnia, un semplice passaggio al piu’ vicino distributore anche se esso si trovi a svariati km o un posto nel proprio box per la moto e un pasto caldo per voi mentre aspettate i soccorsi…

..fatelo e allora, solo allora arriverete a sfiorare l’essenza di essere Motociclista…

In moto si muore, e’ vero… ma non esiste modo migliore per vivere il tempo che ci e’ concesso… e se ancora non lo avete capito beh.. lasciate perdere, non lo capirete mai… ma se un domani mentre andrete a mare con la vostra famiglia automobilisticamente corretta dovesse sopraggiungere uno di Noi e vedreste vostro figlio girarsi di scatto e salutare sbracciando come un pazzo rinunciate a capire anche lui… lui che nella sua incoscenza vede in Noi quella scintilla che voi non siete stati capaci di scorgere… e se vedere il Motociclista ricambiare il saluto… beh… non c’e’ nulla di strano sapete? Tra Angeli in terra ci si saluta sempre… ma questo, chi ha perso le ali, non lo ricorda…

Motociclisti… strana, meravigliosa gente…

Giorgio Gasparrini

12 gennaio 2009
Marrakech Express
Non bastano tutti i cammelli del deserto per comprarti un amico

REMINDER REMINDER REMINDER Presentazione a LEGNANO
Organizzata dalla Galleria del Libro di Legnano, il 15 gennaio 2009, h. 21,00 ci sara’ una presentazione del Cuore a Due Cilindri, presso il Maniero della Contrada San Bernardino, via Fiume 27, Legnano.
Vi aspetto numerosi

Inoltre sabato prossimo 17 gennaio, alla Fiera Bike di Padova, alle 15.00 sar¡§¡ã con il Depia e altri amici scrittori-viaggiatori-motociclisti, per il gia’ annunciato salotto letterario: in realta’ un pretesto per sparare due cazzate sui viaggi in moto in giro per il mondo.

10 gennaio 2009
Facce nella neve
Con una Bonneville sotterrata

7 gennaio 2009
Milan-Treffen
E questa mattina ancora, ragazzi. Ma peggio.
Parto alle 9, in un silenzio irreale.
Come ieri, so che il pezzo bastardo sara’ il primo: via quadronno, via lusardi, strade residenziali con poco passaggio. E infatti e’ cosi’: non ci sono praticamente le corsie, e procedo sculettando come Valeria Marini su un tappeto solido di neve immacolata. Faccio 300 metri e 2 curve e sono gia’ sudato come un animale. Per di piu’ la moto starnuta e tossicchia: come tutte le vecchie HD, anche la mia patisce un po’ il freddo…
Ma in lontananza vedo corso Italia, dove immagino di trovare traffico e per lo meno un po’ di poltiglia. Ma non e’ cosi’. La via e’ deserta! Le uniche corsie sono quelle del tram e se ci finisco dentro e’ la fine. Ferro bagnato e innevato:niente di peggio per una moto. Procedo in prima in mezzo alla corsia: la cosa incredibile e’ che “tiene” ben di piu’ la neve compatta che la rotaia. Il freno non esiste. Mi fermo piantando i tacchi degli stivali nella neve. Curvo a malapena. Ho anche paura perche’ in via San Luca i fili della luce carichi di neve sono scesi a poco piu’ di tre metri da terra. E c’e’ l’alta tensione li sopra….
Dietro di me procede una macchina ma non osa suonare. Penso che capisca che sto facendo il possibile.
Arrivo in via Molino delle Armi, dove DEVE migliorare la situazione. E invece no.
I mezzi pubblici (tutti senza catene) sono bloccati in colonna sulla corsia preferenziale, perche’ alle colonne di san lorenzo c’e’ un falsopiano e non riescono a salire. Incredibile. Ce ne saranno dieci o dodici in fila.
Io devo andare in quella direzione ma non si pu¡§¡ã. Allora imbocco nella corsia sinistra in completo controsenso, intanto quelli che vengono giu’ vanno talmente piano che possono evitarmi tranquillamente. Forse.
Un gruppo di vigili mi vedono passare tra di loro, e non dicono niente. Sono impegnati a spingere gli autobus per liberarli dal falsopiano.
E intanto continua a nevicare ragazzi.
Arrivo alle colonne di San Lorenzo e giro a destra, verso il centro.
Un fotografo si ferma e mi fa qualche scatto. Quando gli passo a fianco sorride e mi dice “…e’ facile andare in moto quando c’e’ bel tempo…” Io ricambio il sorriso e vado verso il Carrobbio. Attraverso prudentemente l’intrico ghiacciato delle rotaie, ognuna delle quali potrebbe farmi volare per terra.
Scendo via Correnti verso via DeAmicis a 10 all’ora, frenando con i tacchi dei miei Frye (benedetto grasso di foca…).
Imbocco via SanVincenzo che sembra la salita di Solla, vicino alla buca (e chi mi intende sa cosa dico). Il motore tossicchia ancora un po’ ma si e’ stabilizzato.
Ed eccomi in via Olona. Si, ma dove la parcheggio?
Ai lati della strada, monti di neve mi impediscono di salire sul marciapiede, e mi salva il PAM, con i suoi omini che hanno gia’ liberato un saliscendi.
Mi ci infilo con la moto, e rubo anche mezza tettoia.
Spengo il motore, sudato e con le braccia doloranti.
In un barlume di lucidita’ penso che per¡§¡ã adesso devo andare a lavorare.
E la cosa pazzesca e’ che mi sono divertito…

6 gennaio 2009
Come domare la Ruta 40 con un po’ di ferrivecchi
Sono un gruppo di argentini, che si chiamano “Los Piyus”. Come dimostrare che con una vecchia moto si possono fare sterrati e cazzate, esattamente come con qualche cavallettona tassellata e iperelettronica
Grazie a Matias e … ai loro ferracci: fatevi un giro qui
Piyus e divertitevi.

Ci sono andato davvero…
La befana benefica, batte 2 a 0 almeno un paio di Elefantentreffen.
Annullata per evidenti motovi metereologici, vedeva solo alcuni squilibrati presentarsi in piazza Duomo a Milano, dove durante la notte erano scesi dai 15 ai 20 cm.
Beccatevi alcune mie foto del trasferimento da casa al luogo di ritrovo.

5 gennaio 2009
Befana
Se mi sveglio domani mattina vado al raduno di moto della Befana Benefica di Milano.
Garella ha detto che non viene….
Voi che ne dite?

4 gennaio 2009
Presentazione
Organizzata dalla Galleria del Libro, di Legnano, il 15 gennaio 2009, h. 21,00 ci sara’ una presentazione del Cuore a Due Cilindri, presso il Maniero della Contrada San Bernardino, via Fiume 27, Legnano.
Vi aspetto numerosi

1 gennaio 2009
Inizio
Quasi ogni anno, alla mattina del primo, mi viene una irrefrenabile voglia di prendere la moto e fare un giretto.
E’ il mio modo di farmi gli auguri, il mio personale sistema di inaugurazione dell’anno, una piccola conferma che comunque decidano di andare le cose nei prossimi 365 giorni, io sarò li’ ad aspettarle a cavallo di quella moto, sicuro che per lo meno qualcosa di bello ci sara’.
Accendo la mia FLHR al mattino magari neanche troppo presto, visto che quella stessa mattina ci sono anche un altro paio di cose che sono abituato a fare, ugualmente piacevoli e ugualmente beneauguranti.
La via e’ silenziosa e stranamente libera e piena di parcheggi. Mi verrebbe voglia di metterci subito la macchina.
Dopo un paio di tentativi la moto si accende, aria tirata, mentre respiro il freddo della prima mattina dell’anno.
Il peso rassicurante del RoadKing si sente docile tra le gambe e sembra che aspetti tranquillo il mio ordine di iniziare a galleggiare sulle due ruote.
Sono movimenti fatti e rifatti migliaia di volte, che mi rasserenano e mi mettono subito di buon umore. E’ l’abitudine a fare alcune cose piacevoli, gia’ conoscendo le sensazioni che ne derivano e pregustandole.
E’ un po’ come fare l’amore: sai sempre esattamente quello che proverai, ma non rischi mai di stufarti.
Dopo mezzo minuto di aria tirata, vista la temperatura polare, regalo alla RK un altro paio di minuti senza aria ma con acceleratore puntato al minimo.
Poi capisco che e’ il momento di partire e ingrano la prima. La moto fa un impercettibile movimento in avanti, uno scatto controllato che mi informa che lei e’ pronta.
Apro la manopola del gas e lentamente lascio che la strada faccia vivere l’anima viva di quello strano e perfetto animale che e’ la mia moto. Prima, seconda, rallento per imboccare la
chicane tra via vigoni e via lusardi, dove Vittorio mi chiede sempre di raschiare la pedana. Sorrido, e mi godo le accelerazioni piene del motore fresco e ricondizionato (vabbe’, me le godevo anche prima, ma adesso mi sembra tutto piu’ bello).
Immediatamente sento che il cervello inizia a vagare su tanti sogni e innumerevoli progetti di viaggio: africa, asia, elefantentreffen, chissa’ dove andremo quest’anno? Weekend primaverili, viaggi con i Threepercenters, tortuose scavallate sugli appennini verso la liguria durante i dolci venerdi sera di giugno e luglio, mentre giovanna e i ragazzi mi aspettano la’.
Penso anche ad altre cose, alle speranze di questo anno nuovo, alle paure che le cose non riescano a migliorare come tutti noi ci aspettiamo. Ma e’ come se tutto ci¡§¡ã fosse leggermente attutito e anestetizzato dal fatto di essere a bordo della mia Harley pronto, se non a vincerle, per lo meno ad affrontarle con l’aiuto di un oggetto meccanico che, come una piccola medicina (niente piu’ di un’aspirina o un buon sciroppo per la gole) riesce miracolosamente ad aiutarmi, e talvolta, magicamente a guarirmi.
In pochi minuti sono sul naviglio pavese che si perde nella campagna innevata. La lunga strada dritta che costeggia il canale e’ grigia e bianca, incorniciata da pioppi e tigli scheletrici dai cui rami cadono grossi fiocchi di neve.
Sorpasso quelche ciclista e un paio di sparuti corridori.
Tiro due affettuosi sacramenti al vecchio Magni, che non mi ha ancora preparato il parafango, mentre il casco e la belstaff mi si ricoprono di schizzi alzati dal pneumatico anteriore.
Mi fermo per una foto e sembro un portaordini della prima guerra mondiale, infangato e schizzato come un personaggio di “Addio alle Armi”.
Ma l’autoscatto in bianco e nero, dove prevale il grigio e le bellissime sfumature che solo la pellicola vera sa ancora dare, ha un piccolo-grande punto focale, che illumina tutto il resto: e’ un leggero sorriso, che si legge negli occhi di questo bizzarro motociclista che il primo dell’anno, invece di dormire, se ne va a inzaccherarsi sulla sua vecchia moto e sembra pure divertirsi.
Uno strano e luminoso sorriso.
Il mio.


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