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Tunisia 2008



Come al solito, tutte le foto, sotto il Report

REPORT
TUNISIA 2008, L’AFRICA IN BIANCO E NERO

Ho gli occhi chiusi e il lettino su cui sono coricato di pancia mi è un po’ stretto di spalle, e le braccia tenderebbero a scivolare giù se non tenessi le mani leggermente infilate sotto i fianchi.
In Africa si risparmia sulle dimensioni, ma in questo piccolo hammam, l’atmosfera è piacevole: tiepida, profumata e immersa nella penombra. Una lieve musica araba fa da sottofondo, uscendo da chissà quale vecchio stereo.
La ragazza tunisina che si sta occupando di me, avrà pure una buona terza ma non supera il metro e sessanta; non si può pretendere tutto, ragazzi.
Sono ricoperto completamente di un olio fragrante che rende il massaggio più lieve e piacevole mentre penso che, tutto sommato, questo hammam qui a Sousse, ce lo siamo davvero meritato.
Mentre la ragazza inizia il suo lungo massaggio dalle piante dei piedi, la mia mente si perde nei cinque giorni appena trascorsi.
Tre Harley-Davidson in Africa, ancora una volta.
Senza GPS, senza satellitare, senza tasselli sulle ruote: solo tre moto e tre motociclisti, una mappa Michelin e una bussola.
Come le altre volte, come le prossime.
Abbiamo incominciato ad andare in giro per il mondo con queste tre Harley, un po’ per sfida, tanti anni fa. Perchè ci faceva incazzare che la gente ci vedesse come i soliti arlisti da aperitivo: che cavolo, con quelle moto si può fare tutto quello che si vuole. Basta volerlo, e tenere la seconda sempre in coppia.
Un Dyna del ’98, uno Sportster Custom e quello che resta di un Road King 1340 a carburatore, sono la nostra scuderia enduro, il nostro nome è ‘Threepercenters’ e il circuito è il mondo.
L’Africa, l’Asia e un buon numero di Elefantentreffen; per cosa, poi?
Forse solo per godersi un massaggio come questo, in un angolo di mondo, con i muscoli indolenziti ed un leggero sorriso sulle labbra.
Anche questo è stato un grande viaggio e la prima scarica di adrenalina è arrivata subito il primo giorno, nel lungo tratto tra Tunisi e Le Kef, verso le montagne del nord ovest della Tunisia.
A velocità molto bassa, il Depia pinza il freno anteriore e inspiegabilmente la piccola gomma da 21 del suo Sportster Custom, lo tradisce e scivola sul brutto asfalto africano.
Per fortuna è subito in piedi ed attorniato da una frotta di ragazzini curiosi. Tutti ci osservano mentre cerchiamo di riparare quello che pare un problema al cambio.
Quasi ad ogni viaggio dobbiamo mettere mani alle brugole (e ai saldatori) ma si capisce subito che stavolta la faccenda è diversa.
Il cambio è bloccato in terza e non c’è verso di sbloccarlo.
Un ragazzo tunisino più sveglio degli altri cerca di farci capire che potrebbe forse aiutarci.
Ci siamo sempre trovati bene fidandoci dei meccanici locali, quindi perchè non tentare la sorte anche questa volta? Del resto non abbiamo niente da perdere.
Portiamo la moto davanti al suo antro nero e fuligginoso dove sono ammassati pezzi di vecchi motorini e scheletri di un paio di XT che dovevano aver assaggiato il deserto un bel po’ di anni fa.
Il ragazzo non ha gli attrezzi in pollici e noi gli forniamo chiavi e brugole. In breve il carter è aperto.
Olio trafilato e recuperato, mani nere, il Depia che tiene su la moto con il ginocchio. Non c’è ponte, non ci sono apparecchi diagnostici, non c’è libretto d’istruzioni, solo l’intuizione e le mani di un giovane meccanico che riesce poco a poco a capire come funziona quel cambio made in USA, che non ha mai visto prima.
In dieci minuti ha in mano la molla che l’incidente aveva deformato e fatto saltare.
Nel frattempo sono al telefono col Magni, il nostro amico meccanico, che da Milano ci dà le ultime dritte per riassemblare correttamente il motore.
Ragazzi, funziona! Non ci vogliamo credere.
Il ragazzo non vuole soldi, ma ci chiede di provarla lui, quella stramaledetta moto. Ed eccolo a bordo, per dieci minuti di sfilata nel paese, che ricorderà molto più di quei 20 Euro che, a fatica, riusciamo a fargli accettare.
Che brivido però: mentre la tunisina si occupa dei miei polpacci, mi ritorna in mente la sensazione di sgomento quando ci siamo guardati in faccia con gli occhi che dicevano, “ragazzi, qui il viaggio rischia di finire ancor prima di iniziare…”
Ma è bastato un fischio, e l’angelo dei Threepercenters è arrivato subito a darci una mano.
Il giro della Tunisia che avevamo in mente era in senso antiorario; prima verso la regione montuosa ad Ovest, poi costeggiare l’Algeria verso sud, lambire il deserto e risalire lungo la costa.
La prima vera sosta è stata Tamerza e le bellissime oasi di montagna.
I rilievi a ridosso dell’Algeria infatti, sono brulli e asciutti ma talvolta il miracolo di una sorgente trasforma tutto in un meraviglioso giardino.
Decidiamo di raggiungere Tamerza lungo un tratto secondario che attraversa montagnole che non sembrano troppo alte.
In breve ci perdiamo e ad una biforcazione del tracciato un ragazzo si offre di farci raggiungere “le goudron” (l’asfalto) nel giro di pochi chilometri.
Accettiamo e carichiamo il ragazzo in moto con noi.
Attraversiamo sterrati e piccole deviazioni che mai ci saremmo sognati di prendere, quando all’improvviso ci si para davanti un enorme tratto di sabbia.
Il ragazzo scende dalla moto e indica con la mano un punto a mezzo chilometro. “Ragazzi, lì c’è OM-Laksab e la vostra strada”.
Sì grazie, adesso però tocca a noi annegare in questo sabbione che costituisce il letto di quello che, qualche centinaio di anni fa, era stato un fiume.
E sono di nuovo le solite spiacevoli sensazioni delle Harley sulla sabbia: lo sterzo che non governa, la moto che va sempre più giù mentre la prima in coppia piena, a poco a poco ti tira fuori. La ruota posteriore da 150 ci regala un filo di presa in più, ma che male alle gambe e alle braccia!
Pensaci tu, mini-massaggiatrice tunisina, adesso è il tuo momento, in questo piccolo hammam di Sousse.
Mi rilasso ancora nella penombra umida e con la mente ritorno alla terrazza del nostro albergo a Tamerza mentre, con una birra in mano, ci godiamo il tramonto sulla città vecchia e sulla macchia verde dell’oasi.
Il colore della montagna cambia piano piano dall’ocra all’arancio e al rosso fuoco: la nostra pellicola in bianco e nero non lo coglierà, ma va bene così, è una piccola emozione che resterà solo per noi.
Le mani della ragazza sono passate alle spalle e al dorso mentre mi rivedo sullo stradone verso Tozeur.
Una freccia dritta e liscia che attraversa la Tunisia verso la frontiera con l’Algeria.
Il vento si alza e preannuncia una piccola tempesta di sabbia.
Il nostro progetto è raggiungere il confine e percorrere la lunghissima strada frontaliera che di fatto separa i due stati.
“Stai sulla strada, ci dicono i tuareg, se esci a destra sei già in Algeria, e se quelli ti beccano senza visto, sono guai”.
Nessuno percorre quella lunga e stretta lingua di asfalto, solo pecore e cammelli sconfinano allegramente tra Tunisia e Algeria, indifferenti ai futili regolamenti degli uomini, nell’immensità del deserto.
Passano le ore e vediamo una macchina dietro di noi, insistente. Rallentiamo e questa rallenta, acceleriamo e lei pure.
Fitta d’ansia. Ci fermiamo e si fermano anche loro. Non c’è niente nel raggio di centinaia di km.
Chi sono? Che si fa? Poi dall’auto si leva una mano, un saluto: sono due militari, la nostra scorta.
Ci hanno appioppato una stramaledetta scorta per percorrere quel tratto. Senza dircelo, per giunta.
E allora ci rilassiamo di nuovo e possiamo goderci questo abbacinante giallo azzurro di sabbia e cielo.
Quando la strada devia verso est, la scorta si volatilizza al sole del Sahara e dopo poco, capita una di quelle piccole cose indimenticabili.
In mezzo alla sabbia e ad una piccola macchia di arbusti, vedo un pastorello che si sta godendo una doccia clamorosa, sotto un grosso tubo che, arrivando da chissà dove, pompa una portata d’acqua che giudico quasi offensiva per essere nel deserto del Sahara.
Il ragazzo ci guarda allibito e io guardo lui.
Non so chi dei due invidia più l’altro, ma io ho una possibilità in più: posso fermarmi, togliermi gli stivali e i jeans e buttarmi sotto quella doccia proprio come sta facendo lui.
Mentre in questo momento le mani della ragazza tunisina salgono e scendono lentamente sulla mia schiena, riprovo la sensazione di piacere che mi ha regalato quell’acqua fresca nel calore delle tre del pomeriggio, in un posto sconosciuto nel deserto tra l’Algeria e la Tunisia.
Dopo mezz’ora di doccia, bastano cinque minuti per asciugarci al sole ma manca qualcosa, e come noi abbiamo goduto della loro acqua, è giusto che anche i pastorelli godano delle nostre moto. Così i due ragazzi a turno si inerpicano sul sellino dello Sportster Custom del Depia che li scarrozza nell’aria rovente del pomeriggio.
Piedi nudi sulle pedane, aria calda nei capelli, senza il casco e con la camicia che svolazza.
Sono liberi quei ragazzi, con i loro sorrisi, le loro pecore e la loro doccia nel deserto.
Sono liberi più di ogni altro biker al mondo.
Le mani della ragazza passano dalle spalle ai tricipiti, mentre sorrido ancora pensando a loro. Omar, si chiamava il più grande, e devo ricordarmi di mandargli le foto.
Abbiamo voluto un viaggio per capire lo spirito della gente, per andare dritti al cuore, il nostro e quello di questo strano paese. E’ per questo che Luca mi ha dato la sua Nikon F6 con pellicola Kodak Tri-X in bianco e nero: quello che serve per andare dritti all’anima.
E portarsela via con uno scatto.
Abbiamo ricevuto tanti sorrisi ma a dire il vero, abbiamo beccato anche qualche sassata.
Si perchè l’attraversamento di un paio di villaggi ci ha riservato un’accoglienza piuttosto vivace. Ma non ce la siamo presa. Erano sempre ragazzi giovani che forse non avevano altro modo per entrare in contatto con noi – anche solo per un attimo-.
E in fondo cosa accidenti vogliono questi tre motociclisti rumorosi e ingombranti, che attraversano alle sei di sera il loro piccolo mondo proprio all’ora dell’uscita della scuola? Proprio nel momento in cui si vuole essere grandi, belli e fichi davanti alle compagne.
Ed ecco quindi la sfida, il fare a gara a sfiorarci, lo spingersi addosso a noi, provocando anche qualche pericolo.
Qualche sassata pure, sì, ma non abbiamo mai smesso di voler bene e rispettare quella gente.
Abbiamo mangiato pane e tonno in scatola insieme ai muratori sotto le tettoie dei cantieri e nelle piccole botteghe, e ascoltato i loro Muezzin cantare le preghiere in piena notte nella medina deserta.
Un viaggio per cogliere un’anima di un paese che ormai per molti europei è solo “4×4″ e “su e giù per le dune travestiti da Lawrence d’Arabia”, con la compatta digitale e gli SMS alla fidanzata rimasta a Milano.
Ma sentivamo che qualcosa doveva ancora succedere, che dovevamo ancora guadagnarcela l’intimità con quella terra.
In qualche modo noi, con la nostra ferraglia made in USA, volevamo sentirci ancora più vicini a loro.
Ed è stato così che, come al solito, abbiamo fatto la nostra cazzata.
Dopo aver costeggiato l’Algeria, circumnavigato l’immensa spianata salata chiamata Chott el Jerid, raggiunto Douz e Matmata, di fronte a noi si apriva la regione delle colline. Più a sud c’era solo il deserto, quello vero, che ti inghiotte e ti restituisce cambiato e purificato. Un deserto che già avevamo affrontato negli anni passati, con la stessa sensazione di rispetto e timore, ma anche di fiducia, che in fondo ci ha sempre assistito.
E’ stato così che abbiamo deciso di prendere una pista che da Tachine, piccolo borgo a sud di Matmata, portava a Beni Keddache e a Chenini, un bel po’ di km più a sud.
La pista è sterrata e segnata a mala pena sulle nostre mappe. Ma esiste, e per noi questo basta.
Pensiamo che il primo bivio dovrebbe essere dopo cinque o sei km, ma lo incrociamo dopo più di dieci, e la pista è già diventata una mulattiera ammazza-sospensioni.
Procediamo lo stesso, con le nostre bottiglie d’acqua mezze vuote e calde come thermos, i serbatoi a metà e i camperos che litigano con rocce e sassi che ben pochi veicoli hanno provato a scalfire.
La pista peggiora sempre più mentre il sole è allo zenith.
Il problema è che in mezzo alla pista si devono affrontare uadi, letti di torrenti in secca, grandi pietroni che spuntano dal terreno, buche e frane.
Aumento leggermente l’andatura e in breve mi trovo da solo.
Il gran caldo mi provoca cattivi pensieri, nei quali il corpo di un motociclista pazzo sulla sua improbabile Harley-Davidson, è ritrovato dopo una settimana su una pista semi abbandonata del sud della Tunisia, abbattuto da un colpo di calore (e probabilmente anche di stupidità, visto che tutti ci avevano sconsigliato quella pista).
Dopo ogni collina spero che all’orizzonte si veda un paese, una casa, una strada, ma si vedono solo altre colline, ed altre ancora.
Abbiamo incrociato diverse piste e a volte abbiamo dovuto scegliere a naso, quindi esiste la possibilità che abbiamo preso una di quelle che – invece di incrociare la strada provinciale – si perdono nel deserto.
Ho una sensazione di sgomento, mi sento disorientato.
I miei muscoli si contraggono al ricordo, e la ragazza tunisina dell’hammam se ne accorge e mi sussurra “detendre vous, s’il vous plait”…
Sì, rilàssati un fico secco: mi sono preso un bello spavento invece.
La pista era lunga più del doppio di quanto immaginavamo e ben peggiore di ogni più nefasta previsione.
Mario e il Depia, con le loro Dyna e Sportster Custom, mi raggiungono sull’ennesima cima raggiunta.
Siamo in ballo da un paio d’ore, il panorama è al tempo stesso bellissimo e terribile: null’altro che colline brulle a perdita d’occhio e proprio in fondo, i segni della presenza del deserto.
Mi sono seduto vicino ad una pietra miliare dove speravo di trovare indicazioni, ma che invece era muta ed erosa dai venti.
Poteva averla piazzata una pattuglia fantasma uscita dalla fortezza Bastiani, comandata dal Tenente Drogo, nel perlustrare quella zona remota alla ricerca dei Tartari, che però esistevano solo nella mente di Dino Buzzati e nel cuore di qualche viaggiatore stanco che l’avrebbe usata solo appoggiarvi la testa e dormire.
Mario arriva per ultimo e scrollandosi la polvere di dosso dice che cinque minuti prima ha incontrato un mulo con un uomo sopra, e che i due andavano molto più veloci di lui sul suo Dyna…
Quella piccola frase ed il pensiero che un uomo con il suo mulo, là fuori da qualche parte, stavano condividendo la nostra stessa strada, hanno avuto uno strano effetto su di me.
Per magia tutto è tornato al suo posto e quella strada, incerta e cattiva, è ritornata ad essere solo una sfida.
Noi non avevamo muli, ma solo le nostre tre Harley-Davidson, basse e bastarde.
Ok d’accordo, quella pista era stata una cazzata, ma prima o poi ne saremmo usciti.
E prima di quello stramaledetto mulo, potete scommetterci…




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