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Algeria, Transahariana 2009


Algeria: la Transahariana e la salita all’Assekrem

18 – 31 Marzo 2009

REPORT


Vento contro
Vento forte, di quello che ti fa abbassare il casco e imprecare tra i denti: e’ questo il saluto dell’Algeria.
Con 500 km di Tunisia alle spalle, una notte in bianco passata in sella e la pancia vuota, mi presento al confine di Taleb Larbi.
Sono talmente debole che in dogana a momenti mi stendo per terra. Documenti, scartoffie, barrages, burocrazia: pare che questo paese faccia di tutto per non farmi entrare.
E’ tutto difficile, complicato, faticoso. Ma mi riprendo e mi si apre davanti il grande Erg Orientale, ed e’ ancora vento, vecchie Land Rover ammaccate che arrancano con asini legati sopra, vecchi in djellaba marrone coricati sulla sabbia ai bordi della strada.
Che fatica stare attaccato al manubrio di questo vecchio Road King, penso mentre la sabbia mi punge la faccia. Ma c’è poco da ridere: ho ancora 500 km da fare prima di un letto e una doccia.

Gli algerini del nord sono diversi dai tuareg del profondo sud, rilassati e privi di preconcetti antioccidentali, ma i miei timori islamici sono poco a poco spazzati via dal loro atteggiamento aperto e ospitale, dove il maggiore interesse e’ verso la mia moto e il mio essere solo su quella lunga strada, che si chiama Transahariana Centrale. Questa è una vera “mother road” di quelle che piacevano a Keruac, anche se qui manca la birra, il rock’n roll e qualche bella bionda.

Per giorni mi sono fermato a tavoli polverosi ai bordi di questa lunga strada, tra mosche e odore di montone alla griglia. Polvere e caldo, vecchie Peugeot furgonate che sferragliano sulla strada dissestata, mentre qualcuno mi mette davanti una chorba, con il pollice immerso nel piatto. In Algeria c’e’ questa curiosa tradizione che i bambini prendano a sassate gli occidentali. In effetti un po’ li capisco: accidenti, cosa si credono queste file di fuoristrada guidate da tipi molto fighetti che attraversano veloci il loro paesino, senza neanche degnarli di uno sguardo? Una sassata e’ quel che ci vuole per fargli capire che esistono anche loro!
Mentre attraverso El Oued, un po’ timoroso, noto che alcuni ragazzi raccolgono i sassi ma poi non me li tirano. Forse gli faccio ridere: un pazzo da solo su una vecchia moto che lì non c’entra proprio niente. E finisce tutto in un saluto e in un sorriso. I tratti senza rifornimento a volte superano i 400 km. Spesso arrivo al limite ma ce la faccio sempre, comprese le volte in cui il distributore ci sarebbe, ma e’ senza benzina!

Il vero spettacolo per un viaggiatore della Transahariana e’ osservare il deserto, che cambia sotto i suoi occhi: dal piu’ vuoto che abbia mai visto, il Tademait, a quello rosso e morbido a sud di In-Salah, verso Tamanrasset, da quello sabbioso a quello brullo e costellato da picchi dolomitici.

Ricordo un panino consumato in una piccola casotta quadrata in mezzo al niente, sulla Transahariana al bivio per Timimoum. Gatti che leccano la mia scatola di tonno, silenzio assordante, una madame in caffetano verde mi chiede se ho qualcosa da vendere, ma non ho niente di cui possa disfarmi, nella piccola borsa legata sul parafango. Mi dice “non c’è campo”. E non e’ certo l’unica cosa che manca qui, penso io. La mia guida, un tuareg alto e sottile che si chiama Moussa, mangia la baguette e beve un tè con due uomini con cui scambia poche parole. Ogni tanto un camion a rimorchio urla sulla transahariana a 35 gradi all’ombra, in un piccolo spicchio di mondo dove manca quasi tutto, ma dove pero’ nessuno sembra esserne preoccupato.
E ogni giorno la mia sveglia suona alle sei e mezza per un tè, una baguette e 750 km da fare, con la forcella puntata verso sud.
Il deserto profondo cambia ancora. A tratti sembra il Grand Canyon, con sabbia rossissima, felpata, formazioni rocciose altissime, poi ridiventa piatto e desolato. La strada presenta buche traditrici, ne ho presa una che ci si sprofondava, e l’ammortizzatore destro perde olio, mentre la cinghia fa un sinistro cigolio. Tamanrasset, la mia meta, si sta avvicinando mentre guido compatto, con la testa dritta, il foulard rosso sulla bocca e le braccia rilassate. Il vento caldo mi accarezza come un fon. La moto mormora bassa il suo discorso mentre mi porta attraverso il deserto algerino.

L’altopiano di Tademait e’ un plateau alto 550 metri su cui si stende il deserto su cui ho viaggiato per 600 km. Poi un salto ci fa scendere sulla spianata di In-Salah. Mi affido a quelle ruote pesanti e massicce e a due vecchi cilindri.

Tamanrasset
E l’arrivo a Tamanrasset e’ una liberazione: la strada e’ talmente rotta che in alcuni tratti c’e’ la sabbia. Per il resto, voragini nell’asfalto. Panorami che ricordano il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Rocce nere, alte centinaia di metri che si ergono dalla sabbia giallo caldo, le premesse dell’Hoggar che scalero’ domani.
Ormai le macchine sono sempre piu’ rare, e’ il regno dei camionisti, veri padroni della transahariana. Li incontro su e giu’, mangiano, salutano lampeggiano. Hanno facce truci, ma si vede che gli sono simpatico. Cenni col capo davanti a una zuppa, poi qualche parola scambiata davanti alla moto.

Tutti chiedono “quanto fa? Quanto costa?” E io, “Ehh costa poco, va piano, e’ vecchia lo vedete…”
Ma poi parto via con una sgommata e penso:
“Vecchia un cazzo ragazzi, questa moto spacca” mentre il deserto si apre davanti a me per un’altra giornata verso sud.

A Tam, ho avuto la fortuna di essere invitato a cena da Mustafa, che con sua moglie Rashida ci prepara un eccellente cous-cous.
La sera passa tranquillamente per terminare ad una serata dove un gruppo fa musica tuareg.
Ritmi costanti, psichedelici: il blues del fiume Niger. Qualcosa che mi avvolge e non mi lascia andare a dormire anche se so che domani sara’ la giornata piu’ dura.
Gli occhi profondissimi di una delle cantanti, mi inchiodano ai cuscini e al tappeto.
Le ragazze tuareg (le Targuie) sono libere perche’ la loro societa’ e’ diversa e avvantaggia le femmine, (una leggenda dice che le donne fecero mettere velo agli uomini per la vergogna, dopo la loro sconfitta nella guerra con i Tebu).
Hanno diritti superiori per eredita’ e per scelta del marito.
Poi la nostra ragazza si alza sorridendo, e inizia un ballo lentissimo, che tutti gli uomini in quel momento, pensano sia dedicato a loro…

L’Assekrem, sul massiccio dell’Hoggar
La salita all’Assekrem, 2900 metri, e’ una sfida che a quanto si sa, nessuna moto da strada ha mai accettato.
Nessuna tranne la mia Harley-Davidson.
La pista e’ incerta, sabbiosa, spesso si separa e si perde.
Tu scegli la tua, come per la vita.
Sulle prime sembra buona, poi peggiora o si perde, ma devi proseguire nonostante il terribile tole-ondulee.
Rocce dolomitiche mi osservano dall’alto, e sembrano sorridere come quando noi vediamo una formica lottare con un granello di sabbia.

La pista piano piano peggiora e mentre si sale iniziano i veri problemi: rocce spaccate e taglienti, pietraie vulcaniche nere come il peccato.
Da 1500 a 2900 metri, dietro ogni curva c’è un nuovo panorama con guglie rosse e brune, attorno a cui volano lenti corvi e poiane.
Si sente solo il rumore del mio motore che tira in seconda. A volte in terza. Spesso in prima per togliersi dai pasticci.
80 km di bella fatica, dove ti scrolla tutto e pensi di non riuscire mai a farcela.
Ma all’improvviso, ci siamo.

In cima si trova un rifugio e una modesta costruzione quadrata.
E’ l’eremo di Charles de Foucauld, un monaco cattolico, fondatore dell’Ordine dei piccoli fratelli di Gesù, che visse qui i suoi ultimi anni, fino alla morte per uccisione da parte della setta dei senussiti che lo credeva una spia francese.

L’atmosfera e’ intima e difficile da raccontare: riesco solo a godermi il fatto di essere riuscito ad arrivare fin qui.
Entro nel rifugio per riposarmi, la moto fuori, che tira il fiato come me.
Dentro e’ bello: tappeti, materassi e ghirbe di pecora che trasudano per tenere fresca l’acqua.
I tuareg hanno preparato il te verde di rito, tre bevute nel bicchierino di vetro. Parlano fitto in arabo e sorridono.

Chissa’ se capiscono il perche’ di questa mia impresa, su una strana moto, ingombrante come un grosso cammello, ma non importa: sono arrivato qui senza farmi male e stasera qualcuno preparera’ una cena per me e la cosa basta e avanza.
I tuareg del rifugio vivono qui con turni di un mese o due.
Sto ad ascoltare la loro cadenza araba e mi lascio cullare dall’atmosfera. Di fronte a me tiene banco il piu’ vecchio che sembra essere il capo.
Uno dei ragazzi vorrebbe parlare della moto, del fatto che sono il primo ad essere venuto su con una moto come quella. Sono stupiti ed eccitati da questo piccolo fuoriprogramma.
Prometto un giro a tutti, tanto so che si accontenteranno di qualche foto sulla moto, niente piu’. In pochi attimi e’ ora di andare a dormire.
Mi avvolgo nel sacco a pelo. Fuori sento il vento che soffia forte sui monti e sulla mia moto, lassu’ sull’Assekrem, in fondo all’Algeria, a tremila metri.

Ritorno dall’Assekrem
Questa mattina, manco a farlo apposta, mi sveglio mezzora prima del solito, alle 6 per vedere l’ alba.
A stomaco vuoto mi faccio mezzora di scalata all’eremo a cui arrivo, non vi dico in che condizioni
Un monaco, Padre Zibi, polacco e dagli occhi timidi, mi offre un te con biscotti.
Glieli spazzolo tutti, per poi vergognarmi, ma stavo per avere un calo glicemico
A parte la mia imbarazzante sbafata, l’atmosfera è di grande intensità.
Don Zibi ci parla dell’amore che Foucault aveva per la cultura tuareg, tanto da scriverne il primo dizionario, francese-tuareg.
In breve è ora di rientrare, e i primi 22 km di discesa sono molto pericolosi.
Mi fermo a prendere fiato ad Afilal, in arabo “il posto da dove vedi tutto”.
In realtà nulla più che una tenda e un prezioso rigagnolo d’acqua abitato da pesci autoctoni, dei barbi.
E poi riprende il supplizio: chi cazzo dice che la discesa e’ piu’ facile della salita?
Mi sembra di sbagliare corsia, mi spacco le braccia. E scendo in prima e seconda.
La moto balla come una trottola e si scuote.
Ho capito che quando sbaglio corsia e’ meglio rimanerci dentro. La cosa piu’ pericolosa e’ cambiare direzione.
Faccio slalom tra massi grossi come palle da calcio. Mi si stacca ancora la molla del cavalletto, meno male che la avevo assicurata con fil ferro e la ritrovo li attaccata.

Procedo in piedi sulle pedane, mi si svita la sinistra e sono di nuovo lì fermo ad aggiustare.
Le braccia scrollano e ho un male boia al gomito destro.
La forcella e’ difficile da governare e le pietre la fanno deviare.
Ho l’ ammortizzatore destro partito, la cinghia cigola, la moto ed io soffriamo ma teniamo botta.

L’aria e’ frizzante mentre passo sotto le falesie dell’Assekrem.
Chissa quando lo rivedro’.
Un corvo grida roco in cielo. Ancora 60 km di spaccaossa e sono a Tamanrasset.

Ancora a Tam
Non si puo’ dire che Tamanrasset sia bella perche’ non ha ne architettura berbera ne austeri minareti svettanti, nè giardini o palmeraie.

In pratica, non ha un cazzo ma e’ lo storico centro carovaniero dei tuareg. Sono loro i veri re della citta’: con le loro Toyota Land Cruiser e le ormai rare Land Rover, girano per la citta’ e si trovano verso sera nella vecchia piazza delle guide per un te’ e per aspettare il prossimo ingaggio.

Sono uomini dignitosi, alti e magri, perennemente avvolti nel loro velo che lascia vedere solo gli occhi (la chech). Le loro donne sono alte e quando le incroci ti guardano negli occhi senza abbassarli.

Anche qui ci sono gli extracomunitari: i nigerini scuri e con tratti negroidi, insieme ai clandestini del Mali e del Burkina, che affrontano deserto in traversate pericolosissime per arrivare qui o per tentare il grande salto verso l’Europa. Molti lavoricchiano e sbarcano il lunario, ma i bambini no. I piccoli nigerini, infatti, sono veramente miseri e si infilano ovunque come dei gattini per cercare cibo.
Strappano il cuore.
Mentre ceniamo sulla strada, due scugnizzi rubacchiano gli avanzi dai piatti dei tavoli.
Li chiamo e gli do il mio mezzo pollo e il pane.
I bambini si siedono al tavolo e mangiano circospetti, temendo una sgridata e una pedata nel sedere.
Quando finiscono scappano via. Ma a distanza di sicurezza ci ringraziano con un sorriso e con la mano.

Sfatiamo pure quest’ altro luogo comune sui comizi e la politica in Algeria. Oggi giravo per Tam a piedi e mi sono trovato al centro di una manifestazione politica.
Il 9 aprile ci sono le elezioni e la cittadina è piena di manifesti e bandiere con il vecchio presidente Bouteflika, un bel tipo e anche ok a quanto mi dicono i tuareg. Beh ho tirato fuori la macchinona fotografica e ho iniziato a scattare.
Foto bellissime con volti intensi ed espressioni uniche, donne, bambini, uomini che montavano fieri gli altissimi cammelli mehari, colpi di fucile a salve.
La polizia mi ferma e mi prega gentilmente di non fotografare i candidati.
Come sono diverse le cose viste da vicino!

Tam-In salah, on the way back
Transahariana sabbiosa e ventosa.
Dopo 400 km di nulla, inseguito dai diavoli del deserto (i piccoli tornados) un pick-up bianco mi si ribalta davanti.
Fa tre giri e si ferma nella sabbia. Mi fermo anch’io e penso, sono morti di sicuro.
Nel silenzio sento solo il cigolio di una ruota, e apro lo sportello da cui escono due fantasmi sotto shock ma quasi incolumi.
Un autotreno si ferma per dare aiuto, stupito di vedere li nel deserto, un toyota distrutto vicino ad una moto americana.
Tengo il Belstaff aperto a ombrello su uno dei due, coricato che sembra morto.
Hai una bella botta in testa amico, ma anche un bel culo, credimi.
Il sole e’ allo zenit, qui sulla transahariana.

In-Salah
Sono seduto nel bar di In-salah, il luogo piu’ caldo del mondo.
E’ sera e c’e’ movimento.
La veranda si trova sotto un grosso albero di tamerici che da’ sulla strada principale, polverosa e male illuminata ma molto animata.
Neri e arabi bevono il te e parlottano seduti ai tavolini. Una musicaccia africana a volume troppo alto, rovina tutto.
Penso alla giornata trascorsa: oggi ha fatto molto caldo sulla strada. Verso le tre ho visto una acacia poco distante dalla pista e ho pensato, ragazzi o mi fermo all’ombra o ci lascio le penne. Attorno a me la sabbia e in lontananza l’erg Mhadjbet.
Un piccolo sciacallo mette il musetto fuori tra le rocce e scompare.
Ma quando e’ il momento di ripartire, mi insabbio.
Spingi, tira, metti la prima, metti la seconda.
Ce la faccio, col fiato corto e fradicio di sudore, ma la moto si e’ surriscaldata e ne ha risentito. La frizione slitta e mi manda un messaggio chiaro: basta sforzi caro Roberto.
La lascio raffreddare, se questa parola si puo’ usare nel sahara alle due del pomeriggio, poi allento il registro del cavo frizione e ammorbidisco la leva.
Domani mattina, a motore freddo, vedro’ se il leggero slittamento sara’ migliorato, ma in ogni caso, devo diminuire lo sforzo sia su di me e su di lei. E quando e’ lei a chiederlo, e’ un ordine.
Ma mentre finisco il mio te’, capisco che mi stanno togliendo la sedia da sotto il culo, qui a In-salah non c’è gran vita notturna e mi devo trovare un altro posto sotto le tamerici.
Che palle pero’: basterebbe un po’ del nostro stile occidentale, solo un pochino, per migliorare tutto: una birretta, una musica appena piu’ ascoltabile e magari qualche ragazza che possa almeno “camminare” anche di sera.
Insomma, i piaceri piu’ elementari della vita, che cavolo.
Mi guardo attorno e in effetti sembra tutto abbastanza assurdo.
Uomini che bevono aranciate extradolci, in gruppo tra loro, furtivi o sghignazzanti. Pasticciano telefonini ultraluminosi mentre stereo martellanti escono dalle loro scassate Nissan. Forti luci al neon e te’ verde.
A duecento metri da me la sabbia selvaggia del sahara bussa alle porte delle casette piu’ periferiche di questo strano paese.
Dal bar in chiusura escono gli ultimi arpeggi di una musica strana e ripetitiva.
Qui il rock e’ off limit, ma del resto a cosa serve il rock senza le ragazze?

Ain-salah – Zelfana
Il bello di svegliarsi la mattina alle 6 nel posto piu’ caldo del mondo, è che la temperatura e’ ideale.
Monto in moto nel silenzio spettrale di questo piccolo paese sperduto nell’Algeria del sud. La frizione risponde bene, la notte e’ servita anche a lei per riprendersi. Comunque, sto molto attento a non forzare troppo.
Mi piazzo in quinta e tiro dritto. Attraverso un tratto di deserto tra i piu’ desolati.
Appena dopo l’oasi, infatti, la transahariana si inerpica sull’altopiano del Tademite, un piattone privo di vita e di acqua. Lo attraverso nel silenzio del mio casco e dei miei pensieri. Ho passato una notte agitata ripensando al rischio che ho corso con la moto.
E’ stata una vera cazzata raggiungere quel filo d’ombra sotto l’acacia, e stavo per rimetterci la frizione.
Del resto le cazzate sono sempre in agguato, come la curva dei due pirla sul pick up.
Sotto di me il ronfare pesante del Road King mi rassicura, ancora una volta mi riportera’ a casa.
Rifletto che sono salito sull’Assekrem senza sfrizionare una sola volta, e per un pelo, mi vado a incartare come il primo pirla in un sabbione nella fornace del Tademite. Che idiota!
La transahariana scorre sotto di me, imperturbabile nei secoli anche se oggi i padroni sono autotreni a venti ruote che perdono i pezzi per strada.
I bordi della strada sono disseminati di pneumatici e carcasse di auto di ogni genere.
Vedo anche un furgone wolksvagen, ormai calcinato da decenni di sole e vento, e immagino l’allegro gruppo di hippies mentre osservano incuriositi il motore fuso e scaricano chitarre, fumo e jeans e si avviano sulla strada, nell’attesa di qualcuno che li tiri su per continuare il loro viaggio verso Tamanrasset…

Mother Road
Come in tutte le “mother roads” anche qui i luoghi di sosta sono pochi e inevitabili.
Grossi camion fermi, poliziotti ai barrage con le striscie chiodate per bucare le gomme, tuareg sui loro Toyota.
Ed un tipo con una Harley di dieci anni e una vecchia Belstaff ricoperta di sabbia incrostata.
Il tam-tam che chiamo “Radio-transahariana” sa gia’ da dove vengo e dove vado.
Sa che mi sono fermato ad aiutare due persone in un incidente, sa che ero gia’ passato di qua e che ero arrivato a Tam per poi rientrare a nord.
Me lo dicono o camionisti con cui scambio qualche parola mentre osservano la moto con aria interessata e cortese.
Poco prima, entrando nelle promiscue sale dove servono chorba e mosche, tutti gli sguardi si erano alzati su di me.
Sguardi duri senza sorriso, per la fatica la stanchezza e la diffidenza che deve imparare ogni camionista del deserto.
Ma e’ facile strappare loro un saluto, un sorriso e un cenno del capo.
Basta essere i primi a salutare e rendere omaggio a chi quella strada la vive ogni giorno da anni, e se la guadagna ogni giorno, chilometro dopo chilometro.
Conosco Omar che osservando la moto mi dice che due giorni prima l’avevo sorpassato, e che lui e’ quello che guida quel grosso camion laggiu’, che trasporta le auto.
Ha fatto Algeria, Mali, Mauritania, Marocco. E’ stato anche in Europa. Altri chiedono curiosamente quanti cilindri ha la mia moto e se va a 220 km/h, come da tachimetro.

Quando parto ho sempre cento occhi che mi seguono e quando alzo la mano, tutti rispondono al saluto. Gli stessi che mi lampeggeranno qualche chilometro dopo, sulla lunga strada che taglia in due il sahara.

Presso Ghardaia il vento si alza e si scatena una tempesta di sabbia, breve ma intensa. Le propaggini dell’erg occidentale arrivano fin qui e cercano di appropriarsi anche della vecchia strada.
Il vento rende l’orizzonte lattiginoso e la strada si perde dopo poche centinaia di metri, in un muro di foschia.
Turbini di sabbia attraversano l’asfalto come un tappeto alto un metro, che mi sembra di guadare con la moto come fosse in torrente di sabbia impalpabile. Mi pare davvero di essere su una nave, la mia cara nave a due cilindri, che al fresco del vento ha recuperato tutto il suo sprint e veleggia a 110 all’ora.
In realta’ la media dell’intero viaggio e’ stata piu’ bassa, sui 90, vuoi per le pessime condizioni dell’ asfalto , vuoi per il vento contrario e per risparmiare carburante. Ci sono diversi tratti dove per oltre 400 km non c’e’ nulla e questa e’ proprio l’autonomia della mia FLHR, il cui serbatoio tiene quasi 19 litri, riserva inclusa.
Ce l’ho sempre fatta per un pelo, forse contagiato dalla fatalita’ che caratterizza questa gente.
Anche se non sempre li capisco; quando accomodano qualcosa, questa diventa definitiva anche se si e’ usato lo scotch e il filo di ferro. Fino a quando si rompera’ ancora una volta e abili mani nere lo ripareranno ancora e poi ancora.
E’ la loro vita, profondamente vissuta nel presente, senza nessun pensiero per il futuro, parrebbe, e le preoccupazioni ad esso connesse. Un presente ingombrante, spesso scomodo e difficile ma la loro realta’, nella quale c’e’ sempre spazio per una domanda, una conversazione, una pausa per prestare attenzione a qualcuno che e’ appena arrivato.
Anche qui in Africa i telefonini stanno diffondendosi a vista d’occhio e cio’ modifica profondamente comportamenti, specialmente dei ragazzi.
Sempre piu’ spesso li si vede concentrarsi sulle piccole tastiere proprio come noi occidentali, che sacrifichiamo al cellulare e alle sue distrazioni inutili, tantissime occasioni di osservazione, di pensieri e nuove conoscenze.
Ma purtroppo tutto il bello e il brutto del progresso occidentale, trova qui sbocco e clienti vergini, magari sottoalimentati ma pronti a diventare schiavi di nuove necessita’ che prima non conoscevano neppure.
Arrivo a Zelfana, centro termale sulla strada per Ouargla.
La localita’ è gremita per una festa nazionale e non ci sono stanze libere. Un gentilissimo direttore d’hotel ci sistema presso una casa privata ma la polizia ci fa sloggiare visto che gli occidentali non possono dormire presso case private. Peccato che non ci da alternative, e rischiamo di dover passare la notte in guardina pur di trovare un letto al coperto.
Finisco in un ostello della gioventu’, da cui sto scrivendo queste ultime righe, in un letto a castello.
Domani se tutto va bene varchero’ il confine per la Tunisia e sento gia’ il profumo di casa.

L’ultimo sguardo verso sud
Il deserto tra Ghardaia e El Oued e’ piatto e bianco, le dune si affacciano sulla strada e la invadono ma senza la violenza del sud algerino.
La moto sembra essere davvero tornata in forma e mi sono goduto questi ultimi km di Algeria mentre la Tunisia si avvicina e con essa il termine del mio viaggio.
La media di 700 km mi e’ toccata anche oggi, ma l’affronto senza l’ansia per la moto e per le enormi distanze ancora da percorrere.
Il vento ci spinge verso nord-est e mi accorgo che la moto viaggia al dieci percento piu’ forte.
Il rombo nelle orecchie e’ piu’ pacato, continuo.
Evito con destrezza buche e subdole lingue di sabbia sulla strada: 4500 km di allenamento iniziano a dare qualche risultato.
In lontananza, la strada confinaria tunisina mi ricorda quando la percorsi l’anno scorso, con Mario e il Depia.

Ma c’erano tre solchi invece di uno.



Se volete, qui ci sono Gli SMS inviati al Depia con i quali lo aggiornavo giorno per giorno, dell’evoluzione del viaggio.

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