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MILANO – NEW DELHI

 

KAMASUTRA EXPRESS

 

 


Sono andato alla fine della terra, sono andato alla fine delle acque,
sono andato alla fine del cielo, sono andato alla fine delle montagne,
e non ho trovato nessuno che non fosse mio amico.

Canto Navajo

 

Un report, dite? Che palle ‘sti report, ragazzi, eppoi sulla homepage c’è la telecronaca del Depia, fatta diligentemente sui miei sms e mail, giorno dopo giorno, lungo questi 7853 km, attraverso quattro o cinque fusi orari, in fuga verso Est.

In realtà non ho proprio voglia di iniziare dalla Turchia e dirvi cosa è successo metro dopo metro, giorno dopo giorno, stato dopo stato.
E’ stato un viaggio lungo: mentalmente lungo, più che altro, visto che in fondo il chilometraggio non è immenso, a pensarci bene.
L’Asia è un continente enorme e rispetto all’Africa, con cui sono più familiare, ha una caratteristica particolare: la gente.
La quantità enorme di persone, auto, animali e mezzi che vi si aggira. L’africa è deserta in confronto, se si escludono alcuni grandi centri come Dakar e Il Cairo, e forse la costa mediterranea.
L’Asia è un animale diverso.
Non è immobile e statico come l’Africa: si muove, si evolve, emette odori strani, fa rumore, fumo, inquina.
A volte uccide e quando lo fa, di solito non è per un tuo errore, come nel sahara o nella giungla, ma è perchè qualcuno ti fa secco.
Ultimamente l’Asia non è considerata una meta molto sexy.
Per lo meno l’Asia che diciamo noi.
Ma c’era qualcosa che volevo provare e naturalmente lo dovevo fare sulla mia pelle (e su quella di Arrigo, un mio vecchio amico, con cui già eravamo stati in India più di vent’anni fa e che è stato al mio fianco in questo raid Milano-New Delhi).
Ero attratto da questa strada che ha percorso un bel po’ di gente nei secoli: Annibale, Alessandro Magno, Marco Polo, gli hippies fumati degli anni 70, orde di profughi e ultimamente anche un bel po’ di terroristi del cazzo.
E’ una mother road, certamente, e questo bastava per affascinarmi in modo irresistibile.
La mia moto lo sapeva che prima o poi mi avrebbe dovuto portare fin là, e quando, dopo un viaggetto nella bassa, l’ho accesa a tradimento, la mattina dopo; puntando le massicce forcelle verso est, lei l’aveva già capito, e ancora una volta non si è tirata indietro.
Diciamolo subito: la bombolona, dall’alto dei suoi 11 anni e 100mila km, non ha perso un colpo, arrivando in grande spolvero all’ombra del Gate of India, il monumento più famoso di Delhi, senza batter ciglio.
Non posso dire lo stesso della flessuosa e potente F800GS BMW di Arrigo nuova di quattro mesi che, dopo aver perso il gruppo ottico anteriore per sbullonamento sulla famigerata strada Taftan-Quetta, in Pakistan, il giorno dopo, sulla anche peggiore Zhob-Dera Ismail Khan, ha reso l’anima a dio, con una panne elettronica.
Quando Arrigo mi ha guardato e mi ha detto – Mi si è spenta la moto…- vi giuro che il peggiore dei miei incubi si è materializzato.
Cosa cazzo fare quendo una moto, non tua e zeppa di elettronica come una BMW comprata a giugno, vi si spegne sulla strada semisterrata che costeggia l’Afganistan, mentre sta facendo buio?
Diciamo che è stato stimolante, ecco. Ho tirato fuori il tester e dopo dieci minuti ho scoperto dov’era la batteria.
Che era a terra.
Good news e bad news: trovato il guasto ok, ma adesso?
Il posto di polizia dove ci eravamo trascinati, cerca di aiutarci come può, ma i tre gendarmi non hanno nulla di ciò che ci serve.
E allora chiediamo un camion che ci possa trasportare la BMW alla prima cittadina. Lo troviamo e pattuito il prezzo, ci avviamo verso la NorthWesrternFrontier.
Abbiamo ancora quasi 200 km prima di incrociare qualsiasi cosa abbia diritto a chiamarsi paese e improvvisamente un gendarme dell’ultimo posto di blocco, urla in pasthun stretto una serie di improperi tra i quali capiamo solo Taliban, Taliban.
L’autista del camioncino, invece, capisce benissimo, si spaventa e senza pensarci due minuti rinuncia alla faraonica cifra pattuita e scarica la BMW in mezzo alla strada (se così si può chiamare).
Siamo distrutti e stanchi e non possiamo andare ne avanti ne indietro, anche perchè la strada per arrivare lì è stata una delle peggiori mai percorse nella mia vita (mi è costata anche il silentbloc che regge la marmitta, ma per fortuna ne avevo uno di scorta).
Dalla gola spunta un altro pick up: lo fermiamo e offriamo a lui il denaro. Il ragazzo è disposto ad attraversare la zona tribale con la BMW sul cassone.
Partiamo, evitando pecore e qualche sparuto camion multicolore che porta patate e prodotti agricoli.
La gola è impressionate, ripida, incredibilmente profonda, scura e confesso che solo lì, in tutto il viaggio, ho l’impressione che forse sto facendo davvero una cazzata.
Ma lassù qualcuno ci ama davvero e l’irreparabile non capita.
Penso al francese rapito a maggio, ai due belgi e al giapponese scomparsi su queste strade nei mesi precedenti, ma forse il nostro turno non è ancora arrivato.
La FLHR gira da dio, ma la strada mi spacca la schiena e le spalle. Dopo un po’ ho bisogno di benzina.
La moto sembra capirlo e riduce il consumo: non entra mai in riserva, ma io so che prima o poi mi dovrò fermare.
Frattanto passano villaggi dove si aggirano uomini con barbe nere, turbanti enormi e Kalasnikov a tracolla. Mi guardano passare in moto con aria distaccata.
E’ la zona dove il Pakistan si è ritirato e ha consentito il governo autonomo ai capi tribù.
Mi sembra di essere il generale Custer che attraversa un campo di sioux e ogni tanto si ferma a chiedere un otre d’acqua.
In effetti il ragazzo del camioncino mi fa segno di non fermarmi, ma cazzo io ho bisogno di benza, fino a che un gruppo di giovani pakistani ci offre di seguirli: ci penseranno loro a portarci dove c’è benza.
Sono di parola, e una volta arrivati, dopo il pieno, ormai al buio pesto e ancora lontani da tutto, gli stessi ragazzi mi propongono se vogliamo fermarci da loro. Arrigo accetta subito e veniamo scortati a casa di questa famiglia di pakistani.
-Non dovete più preoccuparvi di nulla – ci dicono – Ora siete sotto la nostra protezione – Aggiungono sorridendo.
Si ok, ma prima allora?? è la prima cosa che mi viene da pensare.
Come nella bibbia, veniamo rifocillati, lavati e sfamati meravigliosamente.
Tutto il paese viene a renderci omaggio (tranne le donne, ovviamente, esseri inferiori, che non vedremo mai, se non di sfuggita e ricoperti del burka più spesso, comprese le bimbe).
Durante la sera parliamo a lungo con queste persone, dall’ottimo inglese e dall’eccellente preparazione scolastica.
Obama non cambierà nulla, dicono, finchè gli ebrei comanderanno gli USA, come eminenze grigie.
Gerusalemme e Israele il punto cruciale del problema Islam-USA: piuttosto che la Coca Cola e Wal Mart, è Sion il vero nodo da risolvere.
Ed è li, ci sembra di capire, che si giocherà il futuro del mondo.
Il nostro essere italiani e cattolici, non è un problema: lo dichiaro, a domanda, senza rinnegare nulla. Ma mi sento sicuro con queste persone, come anche prima con gli iraniani e i kurdi, dall’inizio del viaggio.
La curiosità e la nobiltà di queste popolazioni, che considerano sacra l’ospitalità, ci rasserena e ci fa sentire protetti,
anche se dormiamo in casa di islamici che definirei abbastanza fondamentalisti.
Il giorno dopo, risolviamo il problema della moto di Arrigo, montando un accrocchio con una batteria della macchina dei pakistani, collegata con cavi quadrupli e uno di un compressore elettrico, per portare lo spunto al motorino d’avviamento.
La moto parte e questo è l’importante. Fuggiamo verso la città per fare un cambio di dollari, ma si rivela un errore clamoroso.
DeraIsmailKhan è un covo di talebani, che ammazzano la gente dalle moto, tanto che le stesse sono proibite.
Abbiamo problemi a entrare e salteremo anche un paio di posti di blocco, ma non importa, ce la facciamo, cambiamo e abbiamo rupie sufficienti fino al confine coll’India.
Non lo sappiamo ancora, ma sarà il tratto più pericoloso, non per motivi di attentati, ma per l’incolumità di chi guida, messa a dura prova dal traffico più mostruoso che incontreremo, India esclusa, che sarà ancora peggio.
Vedendo le colonne di fumo nero che escono da camion e ciminiere, penso all’inutilità dei nostri Euro 2 ed Ecopass, contro questi ecomostri il cui fumo prima o poi arriverà fino a noi, soffocandoci. Lahore, la terza città pakistana, che raggiungiamo in serata, ha il cielo giallo e grigio. Ed è così tutto l’anno.
Dall’inizio della turchia fino al sud dell’Iran, è un viaggio che si può tranquillamente fare con una Ferrari (quasi).
Le strade sono eccellenti, ma quando di entra in Pakistan si torna indietro di 100 anni. E anche l’India è uguale, se non peggio, vista la quantità esagerata di veicoli a trazione motore o animale, che invadono le strade a qualsiasi ora e senza la minima logica di circolazione.
il fatto di circolare a sinistra è l’ultimo dei nostri problemi, visto che i sensi di circolazione sono sistematicamente disattesi,
con mezzi che vengono in contro senso in autostrada (sic) e sorpassano auto che stanno già procedendo in contromano. Insomma, se non ci siete mai venuti, non potete capire.
Ma torniamo alla gente, la vera rivelazione di questo viaggio.
In Iran le ragazze sono bellissime, a Tehran sono da torcicollo e gestiscono il velo (chador) con grande disinvoltura.
Appena appoggiato sulla crocchia di capelli o sulla coda, occhi truccati e nasi perfetti, carnagione scura e labbra rosse e sorridenti.
La nostra amica Cathi ci dice che al giovedi sera si scatena una rumba di feste in casa dove i dettami dell’islam lasciano posto ad una scatenata voglia di divertirsi. In ogni senso.
Purtroppo capitiamo lunedi sera, cazzo, ma capiamo che qualcosa deve essere davvero così dalle occhiate e dai sorrisi che cogliamo in giro.
Gli iraniani sono inferociti per i brogli elettorali e solo fino a un mese prima per le strade la polizia e i temibili Guardiani della Rivoluzione, picchiavano (anche a morte) i dimostranti.
Lo scollamento tra la gente comune e il governo della Sharia, e di Kamenhei (guida spirituale dell’Iran,
dove Ahlmadiejahd è invece il premier) è clamoroso: non ne possono più,
anche perchè, con il vecchio scià di Persia negli anno 70, la nazione aveva vissuto anni di occidentalizzazione notevole. Oggi chi può va a Dubai e in Turchia per potersi togliere il velo e divertisi in discoteca, oppure per bere un sorso di birra.
Un professore che ci “adotta” a Esfahan, ci dice che lui non l’ha mai assaggiata, anche se non sembra così dispiaciuto.
Sia l’Iran che il Pakustan sono repubbliche islamiche e si capisce che la gente comune è si pone in modo diverso di fronte al fondamentalismo religioso.
Il suo rigore attrae le masse ignoranti e campagnole, le persone che sanno che non avranno mai altro che la loro vita laggiù, nei loro confini ridotti e limitati e allora preferisce il fondamentalismo della tradizione, dove le persone più modeste riescono a conservare una loro dignità. Mentre le persone istruite, che hanno accesso ad un minimo di istruzione, guardano oltre: sanno che là fuori un mondo con opportunità pazzesche, e sanno che anche il loro popolo dovrebbe goderne. Ecco perchè cercano di trasformare la loro vita, di aprirsi all’esterno, di informarsi e di viaggiare. Spesso votando per fazioni più filoccidentali e comunque non tradizionaliste.
Questi sono quelli con cui abbiamo avuto occasione di parlare e di misurarci e con cui abbiamo sempre avuto grande sintonia e una immediata simpatia: professori, quadri aziendali, giovani, piccoli imprenditori, studenti.
Gente di domani, gente che con la rivoluzione e le barbe di Kamenei e Komeini, così come quelle di Osama Bin Laden, non vuole aver nulla a che fare.
Tenete duro ragazzi, tenete duro, anche se sarà tutto sulla vostra pelle, purtroppo…

Il viaggio si è concluso in India con tappe medie di 580 km circa.
Fino al sud dell’Iran, con i suoi deserti brulli e i suoi laghi salati, le medie toccavano tranquillamente i 120 km/h e gli ammortizzatori non lavoravano quasi: ma dal Pakistan verso est, i giochi incominciano a farsi duri.
Dopo aver visto le sbarre della dogana iraniana chiudersi sulla nostra faccia alle 14.00 (!!!) del pomeriggio, passiamo una giornata a ciondolare in uno dei posti più abbandonati del mondo: Mir Jahvè, in Iran, 70 km a sud di Zehdan.
Immaginatevi che questo oscuro posto di frontiera si trova su un crocicchio tra Afghanistan, Iran e Pakistan. La regione si chiama Balochistan e i suoi abitanti sono trasversali a tutto. Banditi, contrabbandieri, faccendieri. Non religiosi, ma pericolosamente cazzuti e pronti alla rissa e alla malversazione.
Orde di profughi afghani passano dal confine segnato solo da una riga sulla mappa, ma in realtà disperso nel deserto a sud dell’Afghanistan, attraverso cui i talebani periodicamente scappano, sconfinando in Iran e Pakistan, quando pressioni interne all’Afghanistan, li costringono verso il confine.
La serata passa oziando con camionisti iraniani che stanno arrivando dal Pakistan e che ci dicono che la strada che affronteremo domani non è poi così male. Mentivano, i bastardi…
Un camionista kazako passa tutta la notte davanti alla televisione a volume altissimo mentre io e Arrigo non riusciamo a dormire, preoccupati dall’ignoto che ci si aprirà davanti l’indomani.
Ma le pratiche doganali si sbrigheranno velocemente e un ufficiale dell’immigrazione pakistana, in un cubicolo rovente di caldo, a Taftan, ci offre un perfetto tè e latte , con qualche biscotto. Sarà la nostra colazione e l’ultimo boccone prima di 700 km di deserto fino a Quetta, lambendo l’Afghanistan in una lunga corsa attraverso il nulla a 45 gradi all’ombra.
Subito, la polizia Pakistana, sapute le nostre intenzioni, ci affibbia una scorta.
Ok, partiamo pure, diciamo io e Arrigo vedendo arrivare un vecchietto sdentato con un kalasnikov a tracolla. Ma l’uomo addita le moto. Dobbiamo caricarlo!
Tocca alla BMW di Arrigo mentre io porto l’acqua. Ogni 100 km, c’è un check point e scambiamo la scorta. Ci capita anche un cicciubaz pazzesco e la moto lo trasporta a fatica.
La strada, famosa per rapimenti e furti, è pessima, da Dalbandin a Quetta spesso quasi inesistente. Lunghe lingue di sabbia la invadono e sia la Harley che la BMW fanno fatica a procedere specie con la scorta montata sul sellino. Ad un certo punto Arrigo e gendarme rovinano a terra, col vecchietto e il Kalasnikov carico. Ma il colpo resta in canna per fortuna. Poi capita a me, e mi dissabbiano a braccia: moriamo dal caldo.
Il freddo che la belstaff mi ha fatto patire in Kurdistan, sotto i 5700 metri del monte Ararat tra l’Armenia e la Turchia, ora mi crea un problema di caldo: il motociclista non ha mai il vestito giusto, è il suo destino, del resto.
Anche in India, maledirò ancora la stramaledetta giacca più bella del mondo. Il monsone che ci ha beccato alle 10 di sera sulla strada tra Amritsar (la città santa dei Sikh) e NewDelhi, passerà senza problemi tra le cuciture e la ormai esaurita ceratura della mia amata giacca.
Sotto una ventola di un oscuro hotel al rumore della pioggia battente, cercherò di far asciugare calze e magliette, senza riuscirci.

Fatica, fame e sete, ma anche pericolo personale sia per i rischi politici e di sicurezza, ma specialmente per quelli (enormemente superiori) dati dalla folle guida nei paesi del terzo mondo, per 8000km.

Perchè un viaggio così?
Non lo so, ragazzi, non sono riuscito a spiegarlo nè a mia madre, ne a chi mi parlava autorevolmente dei rischi politici (senza esserci mai stato o magari solo dopo aver raggiunto iper scortato, qualche compound internazionale).
Credo che sia perchè è il mio richiamo, è quella che io chiamo “la scheggia” che illumina i miei occhi e mi fa batter il cuore impercettibilmente più forte quando immagino un tipo sorridente e un po’ incasinato, con una vecchia harley-davidson, che cerca di raggiungere una meta affascinante come l’India.

Per favore, non parlatemi di viaggi “peace keeping” o di stronzate del tipo di “portare messaggi di pace” o di “sensibilizzare l’opinione pubblica verso i bambini del Baluchistan o la malaria in India”.
Per favore: lasciamo perdere queste pietose scuse per poter farsi fotografare su qualche giornale con la moto coperta di adesivi di qualche officina e di qualche famosa marca di gomme o di abbigliamento impermeabile.
Non è il nostro caso, signori, come molti di voi sanno.
Noi abbiamo fatto questo viaggio (o forse è meglio dire raid), esclusivamente perchè ne avevamo voglia, ce la sentivamo ed eravamo convinti che ce l’avremmo fatta.
Non avevamo sponsor nè lettere dell’Unicef, non avevamo disegnini di bambini della scuola materna di Monza da portare a quelli di Lahore o stronzate simili, che lasciamo agli overlander sponsorizzati.
Quello che ci ha spinto, è stato un profondo spirito sportivo, nell’accezione più inglese del termine, quello di “sportsman”, che in modo semplice e fair, cerca di ottenere un risultato, basandosi sulle proprie forze, contando sul proprio mezzo, sulle proprie capacità, e sull’appoggio, prezioso, di un amico.

Keep on riding, men!

Roberto Parodi
New Delhi, Ottobre 2009

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Prima di farvi vedere le foto (che stanno poco piu sotto), inserisco gli SMS che inviavo al Depia, che danno un’idea del viaggio.

7858
Il contachilometri segna 7858 km quando spengo il motore davanti al Shervani Hotel di New Delhi.
16 giorni di viaggio, di cui 14 effettivi di moto. 
Media sui 580 km al giorno, nonostante 4 passaggi in dogana di almeno due paesi canaglia, attraversamento di diversi passi di montagna, un numero imprecisato di deserti, con relativi insabbiamenti, innumerevoli check point delle gendarmerie, militari di scorta sul sellino del passeggero, tre guasti di cui uno inizialmente irreparabile, un trasporto su pick up della Bmw (nuova di 6 mesi), tre fughe dalla polizia pakistana, due giorni con pernotto in zona talebana e un’onda monsonica con allagamento.
Ma veniamo all’ultima tappa. 
Eravamo al limite dell’annegamento sulla grand trunk road, tra amritsar e delhi. 
Era buio pesto, attorno a noi un muro d’acqua tiepida, nero tutto attorno, sulla strada il rischio era eccessivo. Ci fermiamo sotto una tettoia. 
Siamo in nezzo a una baraonda di indiani gli uni attaccati agli altri, la pioggia tarda a smettere. Siamo stanchi e preoccupati. Ripartiamo, acqua alla caviglia, camion che urlano vicino a noi. 
Ma per fortuna la dea kali ci manda un alberghetto dove tra l’altro si era rifugiato un gruppo di bikers di delhi. 
Il classico gruppo che se fosse stato a milano sarebbe stato iscritto alla hog: auto al seguito, telefonini, caschi integrali. Impresentabili intruder, ma grosse e costose. La nuova classe dirigente di Delhi del nuovo millennio. 
Questa sera siamo a cena da loro. 
Nonostante le Intruder….

Senza commento cari….leggete e godetene tutti tre report fantastici nel week end 
Saluti dal campo base…. Il Depia.

India monsoon Sono le 5 del mattino e mi trovo seduto sulla tazza del cesso in una camera d’albergo a 160 km da Delhi. E’ buio fuori e gli autotreni urlano sulla Grand Trunk Road, la strada che parte dal Kyber pass in afghanistan, e arriva oltre Delhi tagliando in due il subcontinente indiano. 
Ripensandoci, i 400 km dal pakistan a qui, sono stati i peggiori del viaggio. 
Il traffico e i pericoli di qs strada sono paradossali. I mezzi vanno in contro senso anche se la forma e’ quella di un’autostrada. Carri , animali, famiglie in motorino (visti in 6 su una vespa, di cui 3 bambini), camion variopinti che sfrecciano a 100 all’ora . 
Ho capito perche’ usano solo il clacson quando ti sorpassano: non si puo’ distogliere lo sguardo dalla strada per vedere lo specchietto, altrimenti sei morto. 
Ma non basta: improvvisamente diventa buio pesto e arriva il monsone. In 5 minuti siamo zuppi e ci fermiamo sotto una tettoia con altri 300 motorini. Nella promiscuita’ generale tutti stanno addosso alla moto chiedendo le solite cazzate e toccando pulsanti etc. Il problema e’ dove dormire e la pioggia torrenziale non smette. Ripartiamo e li si consuma la vera cazzata; non vedo niente, Arrigo non ha il fanale ed e’ attaccato al mio culo , spesso lo perdo. 
L’accrocchio con le mie batterie sembra tenere nonostante l’acqua non aiuti. La mia visiera e’ appannata e sento i piedi galleggiare negli stivali, la belstaff e’ come non averla. 
Camion e auto mi sfrecciano accanto e capisco che farei volentieri il cambio con un altro paio di notti in zona talebana. 
L’india e’ un inferno. Ma siamo quasi arrivati…

Down to punjab Stamattina mi sveglio sulla stuoia. Occhi fissi al soffitto. Ventilatore che gira che sembra di essere apocalypse now. 
Gia’ 30 gradi. Ah gia’: mi trovo nella zona talebana nortwestern frontier province, la zona montuosa che confina tra Pakist e Afghanist. 
A casa di uno che ho conosciuto ieri notte e che ci ha ospitati. In giardino abbiamo una moto ferma. Ma non la harley: la stramaledetta bmw f850gs nuova. Decido di riprovare con una batteria da macchina. Il ragazzo ci offre quella della sua auto. 
Usiamo due cavi spessi e corti e la moto dopo molti tentativi, parte. Bastarda, sapevo che era la batteria la colpevole. Per evitare problemi compriamo la batteria dell’auto e la piazziamo in una delle borse della bmw. Chiediamo tutto e la stronza non parte di nuovo. 
Bastarda, capisco che e’ perche i cavetti sono troppo piccoli. Allora smonto tutto e facciamo un collegamento con un cavo da lavatrice e ne invento un secondo unendo quattro cavi per portare l’amperaggio necessario allo spunto. 
Stavolta partiamo. Io ho il pakistano sul parafango posteriore. Entriamo a Dera Ismail Khan. Citta di merda. La polizia ci blocca perche in citta le moto sono proibite visto che i talebani le usavano per sparare alla gente. Ma dobbiamo entrare perche dobbiamo incontrare l’unico che ci puo cambiare 200 dollari nel giro di centinaia di km. 
E non abbiamo una rupia per la benzina. Siamo nel dedalo del bazar. Gente che urla. Non troppo simpatici, direi. Ci saranno 40 gradi. Arrigo non puo’ spegnere la moto per paura che il mio accrocchio con la batteria da macchina, lo freghi e non riparta. 
Fuggiamo dalla citta’ e brucio un posto di blocco. Il paki sul sellino e’ nervoso e si incazza. Dice che secondo lui ogni tre poliziotti uno e un talebano. Vabbe, un motivo in più per saltare il blocco gli dico. 
Siamo ora nella valle dell’indo, grandissimo fiume pacifico che va fino a Karachi. Gli animi si rasserenano. Ma la strada e’ un incubo. A 100 all’ora guidando a sinistra, con carretti, bici e buoi e camion che strombazzano. 
Si sente che l’india e’ alle porte. Forse anche domani.

North western province Sono coricato su una stuoia in casa di una famiglia di pakistani sul confine tra il balochistan e la north western region. Il pakistan. 
E’ mezzanotte e ci saranno 40 gradi. Come ci siamo finiti e’ la conclusione di una giornata assurda. Abbiamo deciso all’ultimo di partire da Quetta e prendere la strada per zhob e dera ismail khan invece di quella a sud per multan. 
Perche’? Perche ogni tanto si fa qualche cazzata. Si rivelano 500 km di sterrato e strada sulle montagne più ripide e pericolose che abbia mai visto. Per di più in zona calda. Trancio una vite del supporto marmitta ma non so come, ne avevo una di riserva. 
La rimonto e procediamo maledicendoci quando la bmw f850gs di arrigo va in panne elettronica 
Smontiamo tutto quello che si puo e col tester vedo che la batteria e’ morta. Provo a farla partire con la mia ma non bastano i miei cavetti. Scende la sera e non e’ il posto ideale. Riusciamo a beccare un pick up su cui carichiamo la moto, ma non finisce qui. Dopo due ore di spacca ossa un check point della polizia ci ferma e il sergente urla. Capiamo solo ‘taliban taliban’. Quello del pick up si rifiuta di proseguire e scarica la moto. 
Restiamo li come due pirla, fino a che un altro si offre di portare la bmw fino alla prima citta dera ismail khan a 200 km da li attraversando la zona infestata. 
Io piuttosto che tornare indietro su quella strada di merda accetto e mi faccio l’ultimo faticoso tratto maledicendo le nostre scelte e con la moto che sembra sbullonarsi a ogni metro. Scende il buio e sono un po nervoso. Arrigo e’ sul pick up . In una gola ideale da agguato i due paki del camioncino decidono di fermarsi per pregare !!! 
Cazzo stiamo li come dei pirla e si riparte. Ma io sto finendo la benza come se non bastasse. Il pick up e’ ovviam a diesel e sono cazzi miei. Attraversiamo due paesini che pullulano di gente col kalasnikov a tracolla. Il pick up vola senza fermarsi ma io ho bisogno di benza. La moto sembra che capisca e consuma pochissimo, stella di una moto. 
E’ li sotto di me con i suoi cilindri che pestano e sa che mai come ora non puo mollarmi a piedi. Mi infilo in una specie di casotto dove gente sta a pregare. Benzin benzin? Chiedo. No non c’ e n’e mi dice un ragazzo dall’aria simpatica. 
E mi invita a seguirlo. Dopo 20 km siamo ospiti a cena nel giardino di casa sua. Poi a dormire sulla sua stuoia. 
Fuori la notte e’ calma e ho le ossa rotte. 
Domani vedremo…

Alla fine, da vera e propria Zia ansiosa, ho chiamato Giovanna (la moglie del Parods) che ci ha dato le prime info e ci ha raccontato dei problemi di comunicazione. Poi questa mattina e’ arrivata questa email che segue….Kennedy qui Apollo 13 tutto bene!! Saluti, il Depia

02.10.2009 – Good News, Pakistan.
Ciao depia, forse adesso rifunzionano le mail. Siamo in pakistan finalmente. 
Da tehran abbiamo fatto esfahan, shiraz, bam e mir-javeh sul confine Iran-Pakistan. Sempre accolti da sorrisi e cordialita (nonostante la BMW di Arrigo eheheeh). 
Non capisco perche gli USA ce l’abbiano tanto con loro, anche se in effetti il loro premier e’ più imbarazzante del nostro. 
Il sud dell iran e’ pericoloso (dicono) e ci hanno appioppato delle scorte che ci hanno fatto perdere valanghe di tempo. 
Passato il confine ci siamo trovati sulla famigerata strada taftan-quetta, la strada più pericolosa del mondo (aridicono) visto che per 600 km costeggia l’afganistan e ogni mese rapiscono qualche straniero. 
In maggio hanno beccato un francese, in aprile un belga e a fine inverno, due giapponesi.
Vabbé, la sfiga cì’entra sicuramente, ma credo che un po’ uno se la vada anche a cercare: il francese dormiva in camper, il giapu girava a piedi fuori strada cercando punte di freccia e il belga probabilmente faceva altre cazzate. Insomma io me ne sto su una cazzo di harley che sono sicuro non mi mollerà a piedi, e i talebani e i contrabbandieri se ne possono andare affanculo.
Comunque ci becchiamo la scorta anche qui, ma ci arriva in vecchietto con un kalasnikov più grosso di lui che dice che dobbiamo caricarlo in moto!!!. Per mia fortuna, se lo prende su arrigo che ha il sellino ma dopo trecento km, la stada e’ cosi brutta che ci insabbiamo e cadiamo. 
Non e’ il massimo volare in terra con un vecchietto che ha un kalasnikov carico… 
Saluto da quetta. 
Passo e chiudo per stasera….

01.02.2010 – IERI e OGGI. No News.
So’ gia’ che poi mi dira’ che sono diventato una vecchia zia, ma purtroppo non ci posso fare niente e quindi tra le diverse menate che mi preoccupano in questi giorni ho aggiunto il fatto che non sento il Parods da due giorni.
Cavolo mi sento come l’omino del Kennedy Space Center che aspetta un segnale dall’apollo 13…. qui Kennedy, Parods se ci sei rispondi….qui Kennedy, Parods se ci sei rispondi…..
In particolare poi sapendo che è nel punto più delicato del suo viaggio a cavallo tra Pakistan e Afghanistan, non aver ricevuto messaggi nulla nelle ultime due serate mi innervosisce non poco!!! Proprio come una vecchia zia (hey man, his my brother). 
Crisi di ispirazione o blocco delle comunicazioni? 
Mah, aspettiamo pazienti Ragazzi….qui Kennedy, Parods se ci sei rispondi. 
Saluti dal campo base. Il Depia.

MONDAY. Rotolando verso sud con un pensiero rivolto a casa.
Saluti dal campo base. Il Depia. 
500 km: Shiraz, molto a sud nell’Iran, domani forcelle a Est verso Bam e successivamente pakistan. 
L’iran ci sta dando molto, oggi Persepolis un sito del 500 a.c., che abbiamo visitato praticamente soli. 
E’ il brullo deserto della persia, 35 gradi all’ombra, tra le rovine dell’ex residenza degli imperatori di persia. 
La moto respira bene dopo la pulizia del filtro e la regolazione del minimo. 
Mi sento lontanissimo ma siete tutti con me.

WEEK END NEWS. Tehran, Esfahan e la sua moto.
Saluti dal campo base. Il Depia. 
Domenica 27.09.2009. Esfahan. Citta di moschee e ponti coperti dove si assapora il te al tramonto. 
Abbiamo conosciuto un prof che con suo figlio ci ha accompagnato per tutta la citta. 
Ho smontato e pulito bene il filtro. Regolato il minimo e rabboccato mezzo chilo d’olio. Temperatura desertica. 
Bambini fanno le foto all’harley e non alla Bmw. 
Tutto il mondo e’ paese.

Sabato 26.09.2009. Oggi tehran. 
Tra murales con le bandiere americane bruciate e il teschio sulla statua della liberta’, si nasconde un popolo meraviglioso completamente scollato dai capi del governo iraniano.
Ragazze velate con occhi profondi. Uomini facili al sorriso e traffico devastante. Cena in un ristorante ai piedi del 5000 m che sovrasta la capitale. 
Leggera perdita di miscela dal filtro dell’aria. Quando ho tempo lo smonto e lo pulisco. 
Domani si va a sud.

Venerdi’ 25.09.2009. Siamo in Iran, a 300 km da tehran. 
Galoppata di 680 km tra paesaggi bellissimi. Dal massiccio dell’Ararat fino alle pianure. 
Come fa l’harley ad essere la più’ bella moto del mondo quando vai in salita in terza piena, e anche la più pericolosa quando vai in discesa? 
Vado a dormire che sono distrutto. 
Domani tehran

DAY SEVEN – 704 km, 2700 metri, 3 gradi e sbirri turchi
Da Malatya, arrivati a Dogubaizit, sul confine con Iran. Secondo un classico threepercenters, siamo arrivati al buio pesto dopo aver scollinato un passo di 2700 metri a 3 gradi. 
Un freddo del cavolo. Ho smesso i brividi di freddo due minuti fa. 
Siamo sotto il monte Ararat, 5200 metri, e capisco perche il buon dio ha deciso di ambientare qui il suo sceneggiato con Noe e l’arca come guest star. 
Viene voglia di pentirsi dei propri peccati e affidarsi alla provvidenza qui tra orde di kurdi, iraniani e turchi. Luogo di passaggio tra turchia, iran, georgia: gente dalla faccia strana e baffoni. Paesaggio bellissimo tra montagne e che salgono sempre di più. Oggi un bel po di strada, ma divertente tranne un furto di 50 euro a cranio perpetrato a nostro danno da una pattuglia turca munita di autovelox. 
Ci voleva il Depia per risolvere la situazione. (Grazie Parodi per la citazione) 
Bella sosta sull’enorme lago Van dove abbiamo assaggiato l’acqua vedendo che e’ salata. Poi ho commesso l’errore di scambiare la moto con la 850GS di Arrigo. Cazzo sembra di andare in macchina. A 110 sei fermo, non ti arriva un filo d’aria, le gambe sono protette dal serbatoio. 
E’ un godere.
Vedo davanti a me, Arrigo sulla mia HD che arranca sui lunghi sterrati prima di Van. Mi fa tenerezza la mia fedele RKing, ma ragazzi detto tra noi, non scenderei mai da questa silenziosa puledra tedesca. 
Domani di buon ora, ci aspetta il confine iraniano. E ci saro’ a cavallo della mia harley, questo e’ poco ma sicuro.

Ciao Ragazzi ecco il report dal Parods DAY FIVE and SIX , buona lettura!!! 
Saluti dal Campo base….nei titoli la sintesi. 
il depia.

DAY SIX – 680 km, per un hammam.
Freddo ma stavolta mi sono coperto meglio. Abbiamo fatto un passo a 5 gradi a 2000 metri. 
E’ il benvenuto che ci da’ il kurdistan che ci sciropperemo domani per l’ultima tappa turca. Oggi bel passaggio a Goreme, la cappadocia. 
Le costruzioni scavate nel tufo come i sassi di matera. Abbiamo varcato le prime catene montuose della turchia: ce ne libereremo solo in Iran. La moto va bene e anche oggi sveglia alle 6 45 e partenza alle 7 30. 
E’ l’unico modo, se si fanno 700 km e si vuole arrivare nelle citta’ prima di sera e visitarle un po’. Stasera ci siamo concessi un hammam con massaggio. 
Il bagno era identico a quello di Istanbul dove fu devastato a botte il mitico Surace (vedere foto sul sito…). 
I massaggiatori anche qui sono brutali ma dopo 8 ore di moto, va bene cosi’…..

DAY FIVE – Un vulcano che sale dal mare.
Corro su una linea d’asfalto sulla pianura gialla e ondulata. Puo’ essere la siberia del dr Zivago, la polonia dei deportati o la steppa dei Kirgisi, ma invece e’ l’Anatolia. 
Sotto di noi un cielo plumbeo si apre ogni tanto, per far passare pozzi di luce gialla che chiazza la steppa umida di pioggia. 
Le nuvole nere e bassa piano piano restano indietro e la strada color acciaio si asciuga. 
La moto mormora il suo discorso e le mie mani sono ferme sul manubrio. Sulla mia destra in lontananza una montagna altissima si alza improvvisamente sulla pianura. 
Sembra un vulcano che sale dal mare tanto e’ solitaria. 
Un nembo si sfilaccia sulla sua punta. – E’ un 4000 metri – penso dando gas. – Che freddo fa, speriamo che i raggi del sole facciano scomparire questi brividi…..



Day 4, Oggi 780 km e siamo quasi nel centro della turchia.
Il posto si chiama Konya, e anche se nessuno ne ha mai sentito parlare, io compreso, ha più di un milione di abitanti. 
Prima abbiamo visitato Pamukkale, un sito archeologico romano con cascate termali di acqua calda in vasche naturali di travertino bianco abbagliante. Che posto unico , altro che saturnia…. La strada e’ stata lunga ma bella, attraverso steppe e monti ancora dolci: il kurdistan turco con i suoi 4000, e’ ancora lontano. La moto va bene, tranne un black out ai fanali che pero’ ho aggiustato scoprendo un maledetto filo strappato vicino al manubrio. Inizia a far freddo nonostante il sole luminoso: la belstaff non tiene molto e domani dovro’ inventarmi qualcosa per non surgelarmi.
La BMW F850-GS di arrigo e’ cattiva e veloce. 
Faccio fatica a non sfigurare ma tengo botta… 
Stay tuned

Roberto 3perc.


FOTO

TURCHIA

Pamukkale

La Cappadocia, da un camino delle fate

Infinite strade lungo l’Anatolia (freddo da morire, tra l’altro…)

Konya, la moschea alle 6 del mattino. Ora di partire…

Il Lago Van, nel Kurdistan turco. Immenso e morto. Non una barca. Pesci? boh?

Sul confine tra Armenia, Turchia e Iran
Avete letto “Il Deserto dei tartari” di Dino Buzzati?
Ecco in lontananza la fortezza Bastiano ed il tenente Drogo.

Il Monte Ararat, 5700 metri, sul confine tra Turchia, Armenia e Iran. Dov’è l’arca di Noè?

IRAN

IRAN: Murales a Tehran, nella campagna antiamericana iniziata con l’invasione dell’US Embassy nel ’79
L’ambasciata americana a Tehran fu occupata da un gruppo di giovani studenti il 4 novembre 1979, quale ritorsione contro l’ingresso negli USA dello Scià, in esilio, per essere sottoposto a cure mediche.
Il personale dell’ambasciata preso in ostaggio, inizialmente composto da 66 persone ridottesi poi a 52 dopo la liberazione del personale di colore e delle donne e successivamente di un ostaggio gravemente malato, venne tenuto in ostaggio per 444 giorni. La liberazione, coincidenza o no, avvenne proprio durante l’insediamento del presidente Reagan il 20 gennaio del 1981, segnando definitivamente la fine della travagliata presidenza Carter.
Molto è stato scritto su quest’episodio. E probabilmente l’occupazione dell’ambasciata americana a Tehran, durante le prime concitate fasi della storia post-rivoluzionaria dell’Iran, ha rappresentato il maggiore shock per l’opinione pubblica americana dopo l’attacco a Pearl Harbour e prima dell’11 settembre. Andando a creare un pregiudizio trasformatosi nel corso degli anni sino alla paura.
Se in America ancor oggi l’Iran è considerato il nemico numero uno, la ragione è in larga parte collegata a questo episodio.
E sarà difficile convincere gli americani, quando sarà il momento, che l’Iran di oggi è profondamente diverso da quello rivoluzionario del 1979 e che qui, incredibilmente, loro sono largamente amati ed ammirati. A differenza di gran parte del Medio Oriente.

Questi graffiti sono dipinti su ciò che resta della ambasciata USA a Tehran, invasa dagli studenti rivoluzionari nel ’79, come detto sopra.
Gli autori sono i pasdaran della rivoluzione, che supportano il governo di Ahmadiejad e Kamenei.
A quanto abbiamo capito, oggi non godono di alcun supporto popolare…


Cathi, che ci ha ospitato nella sua bellissima Tehran, facendoci apprezzare bellezze e contrasti di una grande capitale

In Iran, anche al cesso le donne sono chiaramente invitate a seguire i dettami dell’Islam…

Il figlio di Reza, un professore di Esfahan incontrato per caso, e con cui abbiamo passato una giornata attraverso le bellezze della città.

Ragazze di Esfahan

La moschea dell Imam, a Esfahan

Ponti su fiumi che non esistono più da cento anni.
Decadenze di Esfahan

Il bambino del professore che ci ha “adottato” a Esfahan.
Iran centrale
“esfahan bimbomoto.jpg”

A Bam, ci suggeriscono di parcheggiare la moto dentro la hall dell’Hotel.
Dal giorno dopo avremmo incomiciato con le scorte…

Persepolis

La cittadina di Bam, crollata dopo il terremoto del 2003/2004

Verso il Pakistan, nel deserto del baluchistan, Iran del sud

PAKISTAN

Ma, e la strada????

Rifornimentro sulla strada Taftan-Quetta, tra imbuto e Kalasnikov

Il Sahara ci fa una pippa.
il vecchietto che ci fa da guida, zompa dalla BMW con il Kalasnikov carico, e dà una mano ad Arrigo

Amichetti a Nok Kundi, tra Dalbandin e Quetta

Tipo balucho

Quetta, posto discretamente di merda

Un santone sembra apprezzare la FLHR

Dera Ismail Khan. Un attimo di traffico

PAKISTAN, North Western Frontier Province. Bloccati da pecore e camion in una gola, nella zona smilitarizzata sotto il controllo delle tribù pashtun e talebane (la BMW era morta sul pick up)

Ho trovato su Youtube questo filmato della stessa strada che abbiamo percorso noi. E’ il tratto montano della Zhob – Dera Ismail Khan, che fa accedere dal Baluchistan pakistano, alla NorthWesternFrontier Province, e al Waziristan, entrambe sotto il controllo delle tribu tra l’Afghanistan e il Pakistan.
La gola è impressionante.

Dopo aver tentato di far ripartire la BMW di Arrigo, da quelche parte tra Zhob e Dera Ismail Khan

Quando ci vuole, ci vuole…..

I nostri ospiti, nonchè salvatori…

L’accrocchio con i cavi del compressore. Funziona!!!

Valle dell’Indo, deserto di Thar

Lahore: Mr Baboo, 2 metri e dici

Wagah border tra Pakistan e India

PAKISTAN-INDIA: passaggio del confine al Wagah border, l’unico aperto tra due nazioni una di 150 e l’altra di 1.140 milioni di abitanti

INDIA

INDIA: La mia FLHR dopo la prima ondata di monsone, sulla Grand Trunk Road, tra Amritsar e New Delhi

INDIA: ingresso in India, dopo il confine col Pakistan

Arrigo e io, arriviamo allo Shervani Hotel, di NewDelhi

Da Lalli Singh, il nostro spedizioniere a Delhi, amico e vecchia conoscenza di tutti gli overlanders che si rispettino

E mi hai portato a casa ancora una volta, vecchia mia…

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