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Qui c’è il 2008

23 dicembre 2008
Faccialibro
Cacchio, con il fatto che mi sono iscritto a Facebook, alla sera quando accendo il PC mi ritrovo sempre lì a cazzeggiare e mi sembra di trascurare il vecchio website.
In effetti, dalla presenza online ho già capito che ci sono autentici faccialibro-dipendenti, viste le innumerevoli possibilità di contatto e cazzeggio (a volte veramente delle assurde perdite di tempo, ma tant’è) che offre quella comunità. Ti ritrovi a vedere chi ti ha scritto, chi ha commentato le tue frasettine di presentazione e addirittura puoi vedere tutto quello che i tuoi amici fanno sulle pagine degli altri.
Insomma, una roba che, se ti ci fai prendere, non te la cavi più. E il tutto per cosa? Per niente. Dopo due ore di Facebook ti senti un cretino che ha perso due ore di sonno o di lettura di un libro o di qualcosa di più divertente con la tua ragazza.
Ti alzi convinto che si, adesso basta, bisognerebbe concentrarsi di più sulla vita vera, andare in moto, stare con gli amici etc. E poi la volta dopo vuoi vedere se qualche tua vecchia compagna di scuola magari ti ha contattato e vedere la sua faccia e se è ancora bionda o bruna o se è ingrassata.
Questo Facebook è talmente deviante che mi fa pensare al threepercenters.it come alla Realtà, a una cosa che costa impegno, creatività, ad una piccola opera a cui ogni giorno contribuisco con pensieri, stronzate, foto ed emozioni.
E pensa cosa mi trovo a scrivere: a che punto di digitalizzazione siamo arrivati, a che livello di distacco dalla realtà.
Anche se a pensarci bene è proprio così: infatti il threepercenters.it, per me è uno stimolo alla realtà, perchè se non faccio qualcosa di motoristico, non c’ho niente da scrivere, ed è così anche per gli altri ragazzi.
Però chi smanetta sul web fatalmente resta invischiato in queste cazzate tipo Facebook.
Cmq per ora ci sono invischiato anch’io e nonostante sia fermamente convinto che la funzione dello stesso, sia esclusivamente quella di rimorchiare, ho deciso che mi ci butto per quelche tempo.
Meno male che dalla banca non ci si può collegare, trattandosi di un social-network, altrimenti sarebbero veramente cazzi

22 dicembre 2008
Natalegrrrrrr Quest’anno me lo fotto il natale consumistico, e mi sono attrezzato.
Mi aggiro per la città con la nuova borsona laterale wild-hog comprata usata e capientissima, piena di cazzate natalizie.
Fa un freddo porco e ho il foulard perennemente sulla faccia che sembro Zebb McCain. Ma c’è un vantaggio, la gente non mi riconosce e non devo salutare nessuno, in più posso anche sfanculare le signore imbranate in SUV, senza timore di cogliere qualche cliente di mia moglie.
Peccato che quando entro negli uffici, mi dicono che i Pony Express devono usare l’altra porta.
Oggi sono riuscito a ficcare in borsa ben 8 bottiglie tra spumanti italiani e gewurztraminer, più due maledette confezioni di tiramisu per quei ghiottoni dei miei figli.
Questa sera c’è la riunione Threepercenters a casa del parods. Ormai abituale momento di raccoglimento e di cazzate pre-natalizie e per l’occasione ci sarà anche il Magni.
Cotechino, zola e noci, salami e vino: a noi la nouvelle-cuisine ci fa una pippa.





E già che ci sono vi dico anche che ieri, nel più totale casino natalizio, sono riuscito a perdere il portafoglio nello stramaledetto parcheggio di MediaWorld di via Troya, luogo dove la densità di borseggiatori e fannulloni rasenta quella del Bronx e del barrio di Caracas.
Beh, dopo essermene accorto mezzora dopo, essermi scapicollato indietro, essermi coricato sotto tutte le auto parcheggiate, aver parlato con tutti i commessi di mediaworld compreso il responsabile (nella bolgia infernale della domenica di NATALE, con nessuno che mi filava e io con la Fiammetta per mano che mangiava un trancio di pizza disseminandolo in giro per il megastore su tutti i prodotti Hi-Fi), ho deciso che era giunto il FATALE momento di annullare tutte le preziosissime carte di credito.
Tre minuti dopo che avevo annullato anche la tessera della bocciofila di Carpeneto, del club di topolino e quella del bordello “La Gradisca” di via chiavenna 2, mi squilla il cellulare.
Un tipo gioviale aveva trovato il portafoglio per terra nel parcheggio, dentro c’era ancora tutto e me lo voleva restituire al più presto…

20 dicembre 2008
NO-Brain
Oggi corso Venezia bloccato. Arrivo faticosamente al semaforo dove immagino si sia creata come minimo una voragine per l’esplosione di una bomba H, e invece manco a dirlo, rivedo i molesti NO OIL, che si sono organizzati con una sparuta sfilata per insegnare a tutti come si dovrebbe stare al mondo, con tanto di bandiere arcobaleno e grezzi maglioni di lana fatti all’uncinetto dalle loro stramaledette nonne.
E nella miglior tradizione Eco-Sostenibile, questa manica di coglioni non si accontenta di girare per la città facendosi guardare e lanciando il loro cazzo di messaggio di rispetto ambientale. No, devono rompere i maroni: bloccano i semafori mentre li attraversano, come il Milano Chapter con i bici-captain, e marciano nell’esatto centro della corsia rendendo impossibile il sorpasso e creando a tutti code e stress.
Ovviamente pronti a polemizzare con chiunque osi fare un minimo di osservazione.
Il mio pensiero immediato? E’ stato di nuovo vaffanculo


19 dicembre 2008
Eco-rompicazzo

In via Torino sorpasso in moto una serie di tram, macchine e altri mezzi semoventi che procedevano imprecando a 20 all’ora.
Davanti alla fila vedo un ciclista che avanza imperterrito in mezzo alla corsia.
Da dietro capisco subito il tipo: capello un po’ lunghetto, berretta di lana, sciarpona esistenzialista, giaccone alla Godard, pantaloni di velluto, barba e occhiali rotondi.
L’immagine dell’intellettuale, ma imborghesito alla milanese e decisamente troppo ben tenuto. Per capirci, il tipico che gira con la spilla di Emergency ed è appena uscito da un fottutissimo negozio Eco-sostenibile e Solidale dove ha comprato miglio e farro per farsi qualche schifosissima zuppetta.
Sul parafango della bici ha una targa sullo stile di quelle dei cinquantini.
Invece dei numeri, ha scritto “NO OIL”.
Volete sapere il primo pensiero?
Ma vaffanculo….

18 dicembre 2008
Ribelliamoci
Come faccio da circa un mesetto, alle otto meno dieci del mattino sono uscito con la macchinetta di Giovanna per portare a scuola Pietro e Vittorio.
Abitudine borghesuccia presa mio malgrado, durante le grandi pioggie monsoniche che si sono abbattute su Milano da qualche tempo.
Di solito ci mettevo 10 minuti per portare Vitto, altri sette per Pietro e altri dieci per tornare a casa.
Non vi dico il casino a cui mi sottopongo, aggirandomi per il centro di Milano a quell’ora.
Ma oggi è una grande giornata, tersa, pulita e asciutta. La gente finalmente torna a usare la moto.
All’inizio mi stupisco, perchè ci metto circa 12 minuti a fare tutto il giro.
Tutto scorre (ok, è una parola grossa, ma intendo “relativamente” a quando le moto non possono essere usate per motivi di meteo), tutto sembra più largo e comodo.
Ritorno a casa, colazione etc, prendo la moto e vado in ufficio.
Sotto la banca, decine di moto e scooter parcheggiati.
E la città respira.
Allora mi dico: visto che è assodato che sono le due ruote che salvano il traffico, perchè continuiamo ad essere tartassati manco fossimo dei SUV?

-Tasse di circolazione esagerate quanto immotivate e superflue -Tariffe astronomiche sull’autostrada (unici in europa a pagare come le auto) -Mancanza di parcheggi -Inspiegabile accanimento dei vigili contro le due ruote -Mancanza di piste preferenziali e divieto di usare quelle dei taxi (tranne che sulla circonvallazione) Insomma, mi sono dovuto ancora una volta incazzare, perchè vedo da un lato l’investimento da 15 M per le telecamere dell’ECOPASS, con l’unico scopo di RIDUZIONE di Traffico, e che non hanno dato palesemente NESSUN BENEFICIO (neppure quello economico, perchè prima di ammortizzare 15 milioni ce ne passa), mentre basta che la gente usi un po’ di più le moto e i risultati sono immediatamente visibili. Allora perchè non incentivare l’uso delle due ruote in modo concreto, invece di aspettare che sia solo il meteo a farci venire voglia di salire sulla nostra moto? Ma che ve lo dico affà.

17 dicembre 2008

Bambine Questa mattina arrivo sotto la banca. Spengo la moto e le do una lunga occhiata pensando “ma quanto mi piace quest’accidenti di moto”. Non piove per fortuna, ma noto che la moto è chiazzata di vecchie gocce tirate su dalla ruota anteriore priva di parafango. Sono gocce schifose, marroni e grigie, che arrivano dall’annacquato pavè di milano. Allora mi sfilo dal taschino della giacca il mio fazzoletto immacolato e inizio a sfregare. Il testone del fanale, il serbatoio, il tachimetro, per me è un piacere vedere che viene tutto pulito. Mentre son li che sfrego, dietro di me sento due che ridacchiano “uè, guarda quello che pulisce la moto col fazzoletto del taschino, eheheh” C’è poco da ridere, quando una bambina si sporca il nasino, il suo papà glielo pulisce con il fazzoletto. Quello di mio papà sapeva anche di lavanda…

16 dicembre

Chi dice che i bikers sono degli ignorantoni? Il nostro Depia sarà moderatore di un “salotto letterario” (sperando che questa denominazione un po’ altisonante non ci faccia fare la figura dei culattoni), in occasione del Padova Biker Show, nel week end del 16-17-18 Gennaio 2009. Il nostro novello Costanzo introdurrà un dibattito su viaggi e libri. Oltre all’immancabile libercolo del Parods, che ormai conoscete in tutte le salse fino alla nausea, ci saranno altri tre motociclisti scrittori, più uno che si collegherà in diretta dal Sudamerica, dove si troverà con la sua moto per un viaggio overland. La manifestazione si svolgerà (al sabato) come una chiacchierata con scambio di opinioni e probabile lancio di ortaggi da parte del pubblico. Intervenite numerosi. Qui sotto, articoletto dall’inserto di Bikers Life.

8 dicembre
E’ qui
Ho voglia di scrivere qualcosa sulle sensazioni che ho provato sulla mia moto.
Vabbè, non si fa altro su questo accidenti di sito, direte voi.
E’ vero ma questa volta è diverso, c’è un insieme di cose che sono capitate. La mia moto aveva bisogno di un bel remake del motore e non è stato poco il tempo che ci è voluto per fare un bel lavoro.
Luca Pillosio (HP-Garage, a Udine, un artista dei motori Harley) e il Magni, che da Milano in via Colletta ha fatto la sua parte, hanno trasformato una vecchia moto in un nuovo animale da combattimento, una pericolosa mangiatrice di chilometri.
E contemporaneamente io mi sono ammalato e ho rischiato la solita polmonite. Ok mi capita abbastanza spesso, con il fatto che non mollo mai la moto qualsiasi tempo ci sia, e non so cos’è il parabrezza e cazzate simili.
Io mi curavo e lei si rigenerava, piano piano, bullone dopo bullone, proprio come me, pastiglia dopo pastiglia, e ore e ore passate con tre maglioni, mezzo tramortito davanti alla TV.
Ma un bel giorno il sole splendeva la fuori, e il Magni mi ha detto, “L’ho accesa, ed è partita al primo colpo, la ragazza!”
Se mi avessero fatto una iniezione di adrenalina, di quelle che si fanno quando uno ha uno shock anafilattico, non avrei potuto reagire con più prontezza.
La mia FLHR era pronta nello stesso momento che coincideva esattamente con la mia rimessa fisica (vabbè quasi).
Ed eccomi là, a cavallo di una moto che quasi non mi sembrava più la mia, abituato come ero alla spigolosa durezza dello Sporty del Depia.
E’ tutto nuovo, la sotto, e c’è qualcosa di nuovo anche esteriormente (una bellissima borsa Wild Hog usata che mi ha venduto Alberto a un ottimo prezzo, e finalmente collettori e marmitta riverniciati con una presunta vernice a 800 gradi: terrà?).
Accendo e parte davvero al primo colpo.
Prima, seconda, terza
Sento qualcosa di diverso ma all’inizio non me ne accorgo appieno, ma so che c’è. E’ come una prontezza, uno spunto, una pienezza che la moto prima non aveva.
Senza forzare, (sono pur sempre in rodaggio) capisco che la coppia arriva prima, e sviluppa molta più potenza. Basta poca manopola per avere la potenza che ottenevo con l’acceleratore quasi tutto aperto.
Arrivo a 100 km/h in un tempo che mi pare impossibile, ma ci arrivo morbidamente, senza lo scarico di potenza al suolo che potrebbe avere una moto da sparo.
Insomma, è sempre lei, ma è come avesse dieci anni in meno, e un bel po’ di potenza in più.
Da Udine mi dicono che siamo sui 70 cavalli (dai 44 di serie), essenzialmente grazie a filtro aria e marmitta leggermente aperta (che già avevo) e al lavoro sulle testate, riprofilate.
Ma ci sono anche i pistoni nuovi di pacca, bronzine, fasce e raschiaolio che aumentano la compressione, tutti i cuscinetti più importanti sostituiti per diminuire attriti e dispersioni, i getti nuovi (aumentato il getto del massimo da 1,8 a 2,1), le guide valvole nuove che perdevano un po’, il cuscinetto della cam, la gabbia a rulli.
Il banco di prova che hanno a HP-Garage, consente di montare il motore sopra e farci su un bel po’ di km per capire come va ed effettuare le ultime regolazioni: un vantaggio che pochi revisionatori di motori possono offrire.
Sono su questa moto che mi sembra lei per tante cose, ma in realtà è più fresca e scattante.
Non ha il collo tirato, ma mi pare che davvero abbia tutte le condizioni per fare altri 100 mila km come quelli che ha appena percorso.
A questo punto devo solo trovare qualcuno che lo faccia anche a me, un trattamento del genere…

6 dicembre 2008
Pistoni
Accarezzo un vecchio pistone di un 1340.
Uno che ha fatto quasi 100mila km in 10 anni, insomma un pistone che, insieme al suo compagno, ha lavorato duramente e onestamente.
Il cuore della moto, la spinta che serve a farla vivere: una energia cinetica che successivamente viene distribuita tra tutta la moto grazie a dispositivi e meccanismi sofisticati.
Ogni segno e tacca di quel pistone, mi riporta a sacramenti tirati in giro per il mondo, a sterrati infangati, a ghiacciate e partenze a meno 10. A botte di 50 gradi all’ombra e ad ore passate ad aspettare che aprisse una dogana di qualche staterello africano.
Ogni piccolo segno è una parte della sua vita e anche della mia.
Perchè quello è un pistone della mia Road King.
Che non mi ha mai tradito.

Il motocesso
Beccatevi queste due foto del mio primo mezzo semovente.
E ditemi se non doveva essere amore vero, quello che avevo per le due ruote.
Si perchè scommetto che chiunque sarebbe stato stroncato da due anni a cavallo di un Motograziella 50cc come questo, a 14 anni!
Qualche settimana fa, giravo per il mercatino di Novegro insieme a Pietro (che aveva compiuto proprio in quei giorni l’età fatidica del patentino). Nascosto dietro a una montagna di ferrivecchi, abbiamo scoperto un improbabile Motograziella ed anche abastanza in forma. Proprio come quello che avevo io.
Solo che il mio era verdino.
Sono rimasto qualche istante a guardarlo mentre tutta la mia adolescenza mi passava davanti agli occhi in un istante.
Poi ho pensato: “Pietro, non preoccuparti, a te non toccherà.
Lo giuro”.

5 dicembre 2008
Riders
Fate un salto sulla Rassegna Stampa.
Vi trovate un bel servizietto che il numero Dicembre/Gennaio della rivistona “Riders” di Roberto Ungaro, ha riservato al nostro viaggio in Tunisia 2008
Fa sempre piacere vedere una rivista che si interessa a quello che facciamo, anche se poi l’articolo è stato un po’ snaturato, diventando un mero report di viaggio, e non una di quelle storie d’amore e sangue che piacciono a noi.
Ringraziamo comunque il Vicedirettore Maurizio Gissi per la disponibilità (nel numero precendente hanno pubblicato anche una bella recensione del libro).
Alla prossima

Benvenuta la piccola Beatrice
Dal 2 dicembre 2008 il nostro Depia è il papà di Beatrice, 3.250 kg nata a Milano.
Uniamoci tutti nell’augurare le migliori cose (e tutto il nostro sostegno morale) al Depia il quale, con il tipico sorriso confuso e felice che assumono gli uomini in queste situazioni, non crediamo abbia ancora realizzato bene che cosa lo aspetta… ;-)

Appennini
Gli appennini sono per me un pezzo meraviglioso del creato.
Alla grande pianura della regione padana segue una catena di monti che si eleva dal basso
per chiudere verso sud il continente tra due mari.
E’ un così bizzarro groviglio di pareti montuose,
a ridosso una dall’altra,
che spesso non si può nemmeno distinguere in che direzione scorre l’acqua.
J.W. Goethe
“Viaggio in Italia”
Probabilmente su un Fat Boy…

23 novembre 2008
Casa del Matto
Questo sabato ci ho pensato un po’, ragazzi, a chi era il matto.
Prima di tutto ci ho pensato quando Mario (ormai in deriva BMWistica anche se tuttavia, ancora recuperabile) mi ha proposto un giretto-freezer con il suo amico e collega, il prode e simpatico Andrea Giussani.
Ci ho pensato perchè ero di guardia ai bambini, non avevo la mia moto e lo Sportster del Depia diciamo che non mi sembrava l’ideale per un giro sui bricchi con temperature vicine allo zero assoluto.
Ma cosa vuoi, quando un amico ti propone un giro, io ci sono. E basta.
Ma a chi era il matto ci ho ripensato anche quando ci siamo incontrati lì sulla valtidone, io con quell’arnese nero e ruggente, ottottotre di cilindrata e loro con due gazzellone sussurranti alte ed elastiche.
Ci ho poi sicuramente pensato ancora a metà dei colli piacentini che, uno per uno, ci siamo scopati con sempre maggiore godimento e ci ho ripensato quando ci siamo fermati per due foto.
Ci ho ripensato perchè io avevo un fazzoletto in faccia come Pecos Bill e i ray ban. E avevo freddo ed ero anche un po’ depresso, mentre i ragazzi mi sorridevano nel comfort di due cimieri sui quali già abbiamo affettuosamente dissertato su queste pagine qualche mese fa.
Tuttavia, nonostante la copiosa lacrimazione di occhi e naso, rivedendo le foto sono contento così.
E poi ci ho ripensato ancora, a chi era il matto, quando sulla nostra via sono comparsi i primi cartelli “STRADA DISSESTATA”, anche se io l’avevo già capito qualche km prima, avendo sotto il culo praticamente un RIGIDO, per di più con le gomme sgonfie.
Ho pensato che forse ero io il matto, quello che saltava come un grillo ad ogni buca e ad ogni dosso, che gli volava via il casco e si ghiacciava il faccione. Quello che il chiodo gli tirava e stringeva come una seconda pelle.
Si, confesso che per un po’ ho pensato che il matto ero io, ragazzi, nonostante quell’orgoglio bastardo (che ogni motociclista ha dentro il suo cuore) mi impedisse di farmi superare o di farmi seminare, facendomi tirare al massimo, piegare al limite, raschiare marmitte e cavalletto. La mano destra rattrappita sul gas col polso all’indietro e le due dita sul freno, la sinistra aggrappata alla manopola, tanto le scalate le facevo senza frizione, con la moto che scodava prima di entrare in curva.
Tutto per non farsi bagnare il naso da due moderne regine della strada, made in Deutschland.
Ho pensato che il matto ero io, anche se però qualcosa incominciava a scaldarsi dentro di me e mi faceva alzare la temperatura e il battito.
Ci ho pensato insomma, fino a dopo pranzo, quando il Giussani mi ha fatto provare il suo GS.
Da SantaMaria la Versa fino alla pianura, su una BMW ragazzi. Ma una di quelle moderne, non una R60/5.
Di quelle che stai seduto giusto, con le braccia giuste, la sella corretta, il mezzo parabrezza, un motore e due freni elettrogestiti e controllati da ABS e che , come dice Mario con una bella metafora, “si guida come se avessi per le mani il joystick della playstation”.
Una moto perfetta, che non fa rumori inutili, che scatta e che frena quando glielo chiedi, che corregge i tuoi errori e che – a quanto si dice – “ti lascia libero di goderti il viaggio”.
Tutto vero, solo che proprio in quel momento ho pensato che no, il matto non ero io, lassù su quei colli, da scoparseli uno per uno.
Il matto non ero io, anche se poi sono risalito sulla 883 del Depia, un ferraccio basso e bastardo con il quale eravamo scesi a un compromesso e alla fine faceva quello che gli dicevo io, scartando e muggendo nelle scalate, ruggendo di dolore sulle aperture e sulle staccate.
Facendomi sussurrare tra i denti “cazzocazzocazzocazzocazzocazzzooo!!!” ad ogni curva.
Sorridevo tra me ritornando a casa.
Sorridevo, sputando qualche moscerino e con gli spifferi nei jeans e nei ray-ban, semplicemente perchè avevo capito che il matto non ero io

FOTO
Il Giussani, che già è alto di suo, devia la rotta degli aerei alzando la visiera del modulare.

Mario, questa foto la pubblico perchè ti voglio bene.
Sei sempre stato un fico pazzesco, il nostrio mito. Le ragazze si facevano legare dietro alla tua Sporty o al Dyna, o svenivano mentre passavi.
Il tuo caschetto jet sul quale rilucevano barbagli di sole, il tuo stile impeccabile con la giacca di pelle e i tuoi jeans.
Eri la nostra bandiera, un uomo bellissimo, tra l’altro dotato ddi un uccello senza dubbio molto più lungo del mio e certamente di quello del Depia
Un uomo, una leggenda
Ma ora ecco cosa ha fatto di te la BMW…..

E adesso cosa faccio?
Cosa sono tutti questi pulsanti?
E poi, questa levetta con due manine che si scaldano, non mi direte che…

20 novembre 2008

Magnus, Magni, seconda declinazione
Un grande meccanico, ragazzi, e un grande amico.
Lo conoscete?

garage65
Da una dritta di Rudy, linkiamo qui sopra il sito di un gruppo di motociclisti italiani, dove si respira un’aria che ci piace.
Clubhouse e moto vecchio stile, con il giusto livello di cazzeggio e attenzione verso i particolari…

16 novembre 2008
Lentamente muore
Il nostro amico Matias ci ha inviato il testo integrale della poesia dello spot.
E’ di Martha Medeiros, scrittrice brasiliana nata nel 1961 (anche se spesso attribuita a Pablo Neruda, per le emozioni da essa suscitate).
(Aggiungiamo che la moto è una BMW R60/5 del 1971)

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia marcia, chi non rischia e chi non cambia il colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione ,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle ” i “, piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore ed ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno , chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire dai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia , chi non legge , chi non ascolta musica ,chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio ,chi non si lascia aiutare.
Muore lentamente chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce , chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi ,
ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.”
Martha Medeiros

15 Novembre 2008
L’altro giorno dovevo fare la presentazione a Como.
Parto da Milano sotto un pioggia battente, in ritardo, tirato.
La presentazione era alle 17.30 nonostante avessi chieso di posticiparla perchè così presto non ci viene nessuno.
Molti miei amici non ce la fanno.
A metà strada mi telefona l’organizzatore e dice che è morto il vescovo di Como e stanno bloccando metà città per i funerali pubblici.
Traffico, strade chiuse, pioggia, orario da merendina di undicenni.
Volevo girare e tornare a Milano.
Ma non ho potuto: ad un semaforo un tizio ha tirato giù il finestrino e mi ha detto.
– Ehi amico, ma lo sai che hai bucato una gomma?? -

13 novembre 2008
Prendi la tua strada

Anche se tutti si metteranno a ridere, io mi sono emozionato guardando una pubblicità alla tele.
E sapete una cosa? Non me ne frega proprio niente, ragazzi. Si, guardo la tele come tutti e quando c’è qualcosa che mi piace mi ficco sotto la famosa “copertina-del-divano-chi-l’ha-presa?”, e mi faccio su come un orsetto lavatore.
La copertina è una roba morbida tipo Linus, che si chiama così perchè tutti la cercano ed è sempre nascosta da qualche parte.
Di solito se la frega la Fiammetta e la nasconde nella sua cameretta, oppure Pietro e Vittorio ci fanno i fantasmi per spaventare la mamma o la sorellina.
Beh ero lì tranquillo nella mia copertina a vedere qualche cazzata, talmente catatonico che non cambiavo neanche quando iniziavano gli spot, che ti vedo passare un tipo su una moto anni settanta, su una strada polverosa, con un sacco a pelo legato dietro.
Una scossa mi ha percorso la schiena, ragazzi. La fotografia dello spot era in stile Kodak, tutto un po’ sul giallino.
Questo tipo si vedeva di profilo, di schiena, si distingueva un fanale con un tachimetro fissato sopra come le vecchie moto che piacciono a noi.
Percorre una pista, poi un ponte, poi si piazza dietro un furgone carico di indios dove una gnocca gli lancia un sorriso che è tutto un programma.
L’uomo vola verso un villaggio dove si ferma ad una sagra con le lucine e via dicendo e rincontra pure la passera.
Non si caoisce se la tromba, ma non me ne frega niente.
La copertina è già scivolata in terra e la mia mente vola insieme a quel motociclista.
Una voce fuori campo dice:

Lentamente scompare chi sceglie di percorrere ogni giorno la stessa strada
Lentamente scompare chi maledice l’imprevisto
chi vuol sempre sapere cosa accadrà domani
chi non parla agli sconosciuti
Scompare chi da sempre la colpa alla sfortuna
chi non sa sostenere uno sguardo
Essere vivo richiede uno sforzo maggiore del semplice respirare
Accidenti ragazzi, penso mentre il motociclista salta sulla sua indecifrabile moto (in realtà è una BMW) e scompare verso il futuro.
Che scarica di adrenalina, che cibo per la mente!
Che bellissimo insieme di immagini e di concetti, magari pure un’accozzaglia di luoghi comuni, ok: ma vabbè, noi motociclisti, si sa, ci lasciamo colpire di buon grado da miti semplici; insomma, non siamo dei fottuti intellettuali.
Ci basta davvero una moto e una sottile gioia dentro la pancia.
Proprio quella che ci fa parlare agli sconosciuti, che ci fa guardarci dentro onestamente, che ci fa sostenere uno sguardo con tutto quello che esso comporta.
E che ci fa scegliere un’altra strada.
Solo per vedere come sarà.

8 novembre 2008
Oltre ai meccanici, anche i barman sono psicologi
“allora, da buon Barman, mi volto asciugando l’ultimo bicchiere di birra, mentre tutti ti assalgono per un autografo al di la del bancone del mio locale, ma come al mio solito sto dall’altra parte e mi godo la scena dei finti amici con ammicanti sorrisi pieni d’invidia e scattanti digitali da portare con se per mostrare a loro stessi come avrebbero voluto essere.
Canticchio in testa un pezzo del Liga che fa
“…quelli come noi da quelli come te non si fanno mai pagar da bere, perchè quelli come noi è meglio se lo sai con quelli come te son sempre pari…”
e penso nel mio angolino che forse non scoprirai mai che il barman che ti ha spillato con amore l’ultima Warsteiner, crede che sei un grande. Quello che quando il bar è illuminato, in chiusura, solo dall’orologio Harley a neon, berrebbe anche lui una volta con te, che tutto quello che hai scritto, lo condivide e che ti direbbe in faccia anche quello che gli è piaciuto meno. Sai, con i barman non si mente e loro fanno lo stesso…
Bravo Roberto, non mi conosci ma hai saputo emozionarmi.
Ti ringrazio davvero di cuore, come se fossi già un amico
Se berremo una birra insieme, fammelo sapere, così porto il libro e lo rendo diverso da tutti quelli che ci sono in libreria.
Bravo
con stima
Jury

7 novembre 2008
Oggi vado all’Eicma.
Le standiste valgono il viaggio

Sito Elefantentreffen.
Il nostro amico Volfango ha allestito un sito specifico con dritte e consigli.
Come “advisor” ha scelto il Parods: qui sopra il link.
Copritevi…

Quadro di Fritz: www.fritzart.com

5 Novembre 2008 (ore 6 del mattino)
We can
Del Depia3%er
Obama ha appena finito il suo discorso di ringraziamento e sinceramente non riesco a trattenere le commozione.
Torno a letto guardo Arianna e il suo pancione, penso a mia figlia e al futuro che avrà in questa nostra nazione.
Non dormo più, il mio cervello va veloce si riempie di pensieri, di idee…
Ora tocca a NOI
CAMBIAMO L’ITALIA è ora di lavorare, di far pulizia, di ripartire.
A chi crede che in Italia il cambiamento sia ancora possibile.
A chi non è rassegnato e ha ancora voglia che questo avvenga….. accada.
Yes WE CAN!
Si NOI Putimm
Il Depia

5 novembre 2008
Dieci anni in meno
A me piace guidare la stessa moto per lunghi anni e come è logico, prima o poi arriva il momento in cui bisogna metterla in terapia intensiva e aprirle la pancia.
Per la mia bombolona, che è del 1998 e ha su circa 90.000 km, il momento è adesso.
La causa, oltre ai tanti chilometri fatti e al rischio di rottura in posti veramente del cazzo, a cui mi sottopongo ogni anno, è stata una perdita dalla gurnizione della base del cilindro anteriore e con il Professor Magni abbiamo concluso che era giunto il momento di operare.
Così, issatala sul banco della clinica di Via Colletta al 7, convenzionata con la mutua, l’equipe dell’esimio prof. Magnus (lui, se stesso e Daniele) ha provveduto allo smontaggio.
La figata è che il lavoro sarà fatto veramente a fondo. Una volta smontati, il motore e il carter sono stati messi in una cassa di legno specifica, che verrà spedita a Udine presso HP Garage del famoso Pillosio, un’officina specializzata in ricondizionamenti e revisioni “a fondo” di moto HD che molti di voi certo già conoscono.
Con un motore smontato ci si può sbizzarrire: immaginate tutti i controlli e i rumorini che uno ha sempre sentito, finalmente lì pronti per essere finalmente risolti.
Le macro aree di intervento spazieranno sul controllo di tutto il gruppo termico, l’imbiellaggio e la bilanciatura per eliminare i giochi e le vibrazioni. La bilanciatura si fa pesando bielle pistoni e comparandoli a mezzo volano per volta. Poi verrà aperto l’albero motore per verificare che non sia s-cementato o sfighe simili. Si farà il condizionamento e squadratura dele bielle. Poi si passerà alle fasce al cilindro, si spazzoleranno le guide sedi valvole, camma etc.
Il tutto darà una maggiore compressione (o per lo meno riporterà il motore alla compressione originale). Poi si potranno verificare i giochi della camma (che è unica sull’Evo) e registrare le punterie idrauliche.
Il bello è che il motore viene successivamente rimontato sul banco e gli si fa il rodaggio di 200 km, a banco appunto, verificando la carburazione, la flussometria e il reale funzionamento.
Già immagino come potrà essere risalire sulla mia moto, col suo motore, e sentire che in fondo è ringiovanito di dieci anni…

30 ottobre 2008
INCREDIBILE
Il “Cuore a due cilindri”, nel giorno martedi 28 ottobre, è risultato “IL SECONDO LIBRO PIU’ VENDUTO IN ITALIA” appunto per quella giornata (classifica giornaliera)
L’editore è svenuto quando l’ha saputo.

Commento di un nostro amico al pezzo “Brotherhood”
Ciao Roberto, ho appena letto il tuo post dal titolo Brotherhood e perdonami l’ardire ma stai derivando.
Come una barca a vela che fa fatica a tenere il vento, ti sei inclinato e non capisco il perchè.
Cosa centra il termine fratellanza e perchè ti scateni contro di esso? So bene che viene spesso abusato e che si usa per farsi belli o per sentirsi parte di qualcosa, ma ritengo più giusto ignorarlo e mi sorprende che tu ne faccia cenno.
Ok hai scritto un bel libro, ok hai il dono di raccontare con parole comprensibili il tuo vivere, ok sei (siete) una icona per molti che credono, dopo aver frequentato un Chapter, di divertirsi di più fra pochi, ma guarda caso con la necessità di avere patch, simboli di riconoscimento, colori da esibire.
Perché? Io ho tre fratelli, nati dalla stessa madre, e basta. Gli altri sono tanti conoscenti, pochi amici, con cui è bello condividere attimi e momenti a cavallo delle nostre motociclette di marca Harley-Davidson che sono la scusa per ritrovarsi.
Serve sempre una scusa per ritrovarsi. Che siano le bocce, il ramino, il tennis, la pesca, i maggiolini, le Gilera, le Guzzi, i Burgman, le Mini, il ricamo su tombolo: serve sempre un motivo che accomuna gente e gli da la scusa per ritrovarsi. E che male c’è se sentirsi parte di un gruppo, porta a indossare patch, pin o immaginette? Hai mai visto in giro gente con il gilet con scritto Gruppo pesca sportiva Trota incazzata ? e gli Alpini con il loro famoso cappello con la penna? E quelli che indossano felpe di una nota marca finto Argentina, con i simboli di appartenenza a squadre di polo che non è la menta con il buco intorno? Per non parlare del calcio o del basket o del Rock, o del Liscio e potrei continuare. Per me l’unica cosa importante è cosa c’è dentro quel gilet.
Nella mia vita ho trovato dei patchati stronzi e dei patchati generosi, ho riso con free biker e discusso con lupi solitari che volevano farmi convinto del fatto che io sono un fighetto e loro sono dei Santi con nelle chiappe il Verbo dell’avventura, ma prima di giudicare ho sempre cercato di capire chi avevo di fronte e perché mi stava simpatico o sulle palle.
Grazie al tuo Dio siamo diversi, tutti indistintamente diversi. A volte questo è difficile da sopportare per ognuno di noi e siamo portati a entrare in un gruppo per sentirsi parte e così alleviare il senso di solitudine o soltanto cercare di condividere con qualcuno un pezzo di strada. È come quando in autostrada incontriamo un altro motociclista e inconsciamente cerchiamo di tenere la stessa andatura: in quel momento non ci interessa la motocicletta che ha, ci interessa solo avere un po’ di compagnia.
Vivi fiero, corri libero e non pensare che il bene, il bello, il giusto sia tutto da una parte ed il male, il brutto, il falso sia da quell’ altra perché potrebbe succedere che si abbia bisogno di un aiuto da una che ci apostrofa con un – ehi fratello tutto bene? – e a cui, in seguito, dobbiamo pure dirgli grazie.
See you,
Castigliano

Caro Castigliano, grazie per il mail.
Sai, avere un sito è davvero l’apoteosi della libertà di espressione (a proprio rischio, ovviamente). Il bello è la possibilità di dire sempre ciò che ti passa per la testa, il rischio è di far incavolare qualcuno (o solo di ricevere da un amico un mail critico come il tuo).
In questo caso, ho riletto il mio pezzo, buttato giù d’istinto, e ho trovato qualche spigolo di troppo, d’accordo, ma sulla sostanza sono ancora della stessa idea. Che poi non è troppo dissimile dalla tua, in fondo.
Tu sei un Hogger appassionato e hai colto la mia frecciata alla HOG, ma in fondo mi hai anche dato ragione, dicendo che non è il gilè che fa il motociclista e che tantomeno neppure crea l’amicizia o la fratellanza.
Sai, ho scritto questo pezzo pensando al mio amico Depia.
Io avevo la moto ferma per un lungo periodo di riparazioni e il Depia non ci ha pensato due volte e mi ha prestato la sua UNICA HARLEY.
Quanti l’avrebbero fatto? Quante persone hai, pronte a fare una cosa così per te? Io poche.
Dopo questo gesto, semplice, immediato e disinteressato (ok, gliela restituirò col pieno…), ho pensato a questa cosa della fratellanza concludendo che per lo meno nel nostro mondo Harley, dove questo termine è molto abusato, di fratellanza ce n’è molto poca e per i molti motivi che ho voluto citare; dall’individualismo, alle errate conclusioni a cui si salta pensando che moto uguali, gilè uguali, stili uguali, significhino uguali spiriti e grande affinità.
Nulla di più diverso invece, e non mi riferivo solo alla HOG (che ben conosco e considero un ottimo punto di partenza, come sai).
Mi riferivo alla mancanza di fratellanza IN GENERE. Una mancanza che nel nostro mondo sembra ancora più paradossale visto che l’esteriorità dei bikers la richiama molto fortemente.
La fratellanza non si compra con una moto ne la si trova dietro a una patch. Non confondiamola con quella che tu giustamente hai citato come “il pretesto per farsi un po’ di compagnia”.
Io parlo di una cosa ben più profonda che certo anche tu conosci bene e che non ho bisogno di spiegarti.
Grazie caro Castigliano, e alla prossima!

29 ottobre 2008
Brotherhood
Si parla spesso di fratellanza, di legame tra motociclisti, magari anche solo di feeling tra chi guida una Harley.
Ci si guarda attorno, ci si individua nel traffico, per il rombo delle marmitte o per l’altezza o l’ingombro della moto (io se voglio vedere se c’è un arlista guardo a un metro da terra, se cerco un Jappo a un metro e venti, se cerco un BMWista a un metro e cinquanta + il casco).
Secondo me, sono tutte palle.
La fratellanza non viene magicamente innescata dal fatto che si guida la stessa moto. Anzi, volete sapere una cosa? Quando entro in un locale e mi guardo attorno, di solito quelli che mi stanno immediatamente sul cazzo, hanno ottime probabilità di avere parcheggiata fuori una stramaledetta Harley-Davidson, nuova di pacca.
Una roba da lasciarti secco, ma è così.
E allora? direte voi. E allora un bel niente, ragazzi. La fratellanza è un percorso maledettamemte difficile che costa fatica, incazzature e groppi in gola. E’ molto simile all’innamoramento, e come tale porta attimi di piacere supremo e lunghi periodi di ombra e spesso incomprensione.
Ma ne vale sempre la pena. Sempre.
Tra i motociclisti, dunque, c’è questo mito della fratellanza che se ne sta lì seminascosto, sempre pronto a saltar fuori e a creare pasticci. Certo, perchè per chi non ci conosce, per il solo fatto che abbiamo un’Harley, dobbiamo essere già vecchi amici come se avessimo condiviso salsicciotti davanti a un bivacco nel Sud Dakota.
Ma non è così.
Le famiglie di motociclisti monomarca, i fratelli che guidano nelle interminabili file di moto, con distintivi e pezze che li contraddistinguono.
Mah!
Perchè continuare ad alimentare un mito che in genere è completamente falso?
A chi può dare vantaggio una bufala del genere?
Forse a chi vende le patch? Non credo. Certamente non alla factory, visto che alla Harley la cosa non credo faccia ne caldo ne freddo, ne sono convinto.
L’arlista è un individualista, uno che vuole apparire, esagerare, essere unico. E infatti compra una Harley, non una Jap.
E va bene così, ragazzi. Ma perchè allora dobbiamo rompergli le palle con la fratellanza e le famiglie e il club e tutto il resto?
E’ come se imponessimo ad un ragazzino che arriva in prima media, di diventare subito amico di tutti i compagni della sua stramaledetta classe.
La fratellanza è un legame strano, che percorre sentieri oscuri e sconosciuti, ma che arriva sempre dove deve arrivare.
A prescindere da tutti i fattori che dovrebbero creare amicizie, suggellare legami e sodalizi. La fratellanza, l’amicizia vera, di queste cose se ne frega, e fa la sua strada.
Lega persone diverse tra loro, a volte strane e bizzarre.
A volte scocca tra gente che guida la stessa moto, ma è un caso, credetemi.
Ma a volte, quando si verifica, è magia pura.
PS: Depia, grazie per la moto, fratello.

28 ottobre 2008
Cilindri e pistoni
Avere una sola moto sarà anche bello, ma quando deve stare ferma per un po’, sono cazzi.
La mia FLHR ha dieci anni e il contachilometri riporta quasi 80 000 km ai quali si devono aggiungerne circa 10/15 mila percorsi con il tachimetro fuori uso nel 2004, al seguito del ribaltamento tornando da un Elefantentreffen.
Di strada ne ha fatta la piccola, e adesso una perdita dalla guarnizione della base del cilindro anteriore, sta incominciando a gocciolare un po’ troppo.
Ovviamente il primo ad accorgersene è stato il portinaio di casa mia che mi ha fatto osservare le gocce per terra (che lui avrebbe dovuto pulire).
Quindi, scattano i lavori seri, quelli che si fanno una volta ogni quattro o cinque anni.
Il Magni tirerà giù entrambi i cilindri e sostituirà tutte le guarnizioni, farà effettuare la misura di tolleranza pistone-cilindro per capire se è il caso di sostituire le fasce, verranno pulite le valvole e le sedi e anche forse le teste. Verificheremo aste e camma, insomma tutto il gruppo termico.
Tendenzialmente non vorrei aumentare la compressione: non ne sento il bisogno. La moto fa egregiamente il suo lavoro che consiste nell’accendersi SEMPRE, andare a 90 sulle statali e a 120 sull’autostrada, tirare in seconda sui tornanti e percorrere 21 km con un litro in ciclo extraurbano.
Questo deve fare e questo fa.
Mi aspetto che dopo questa operazione a cuore aperto (magari diamo un occhiata anche agli ingranaggi della pompa dell’olio e al motorino di avviamento), non aumentino le prestazioni, ma l’affidabilità in prospettiva, e cioè che diminuiscano le probabilità che qualche elemento del motore mi lasci a piedi.
Questo vorrei.
Il problema è: adesso come ci giro a Milano per due settimane senza la moto? A piedi? In macchina?
Chiunque abbia un ferrovecchio da darmi in prestito è gradito
Restituisco con pieno e lavaggio fatto
Si accettano motocicli di tutte le marche…..

22 ottobre 2008
Chi
“Chi” vuole farsi due risate, vada lesto sulla nostra Rassegna Stampa

19 ottobre 2008
L’uscita
Si, perchè in fondo tutto inizia e finisce da una moto.
La mia, ma anche quella che sta nella nostra mente.
Ci puoi scrivere pure un libro, ne puoi parlare per un mese, davanti ad amici e a gente che non avevi mai visto, fare pure delle interviste, ma resta un fatto: tutto quello che hai in mente è catalizzato dall’essere un motociclista o per lo meno esserne convinto: che in effetti a volte (anzi spesso) basta già.
E un messaggio di Rudy l’altro giorno mi ha ricordato che la mia moto e i miei amici erano lì, come sempre, pronti a farsi un giro.
Sabato a mezzogiorno, consueto pranzo da Gigi il Cinese, in zona Chinatown, per la solita ingozzata di pesce al mercurio sponsorizzato dal Depia che, da quando è incinto, ha chiuso la club-house fino a data da destinarsi.
E domenica mattina siamo pronti al nostro solito posto a porta ticinese.
Robi decidi tu, e tiro fuori la cartina plastificata “mai-più-senza”, anche se è un gesto pro-forma, perchè tutti già sanno che andremo ancora una volta a perderci tra gli appennini tra emilia, piemonte e liguria, laddove ci siamo già persi e ritrovati un milione di volte.
E partiamo con lo stesso entusiasmo perchè quando sei in fila, in sei moto e i tornanti incominciano a stringersi e guardi nello specchietto i tuoi amici dietro, e davanti c’è una strada piccola e tortuosa, dove sai che se spegnessi il motore si sentirebbe solo il ticchettio dei ferri surriscaldati, beh non hai bisogno d’altro.
Per lo meno quella mattina, quel giorno, quell’istante.
La moto è l’apoteosi del presente che sconfigge il passato e il futuro: la puoi godere solo in quel preciso istante in cui ci monti sopra. Il resto non conta, il motore te lo cancella dalla mente. E non potrebbe essere diversamente: a rischio c’è il fosso o un frontale. Non c’è posto per i tuoi cazzi mentre guidi un bicilindrico su una statale.
E neppure per i progetti di domani o le gioie di ieri: solo al limite, un substrato a densità variabile, giù nella parte bassa della pancia, che però è facilmente spazzato via dalla prima scarica di adrenalina. Solitamente entro i primi due chilometri.
Cavalcare la tua moto ti purifica, ti pastorizza dal magma batterico dei giri mentali e dei relativi cortocircuiti.
E’ uno dei piccoli grandi regali che ti fa questo meraviglioso mezzo che da fermo cade per terra e con te sopra arriva a farti volare.
La mia bombolona non è in grandissima forma in quest’ultimo periodo.
Perde olio dalla base del cilindro anteriore e ha la gomma posteriore da sostituire al più presto.
Questo pensiero è l’unico classificabile tra i “cazzi”, che la moto non riesce totalmente a cancellare, visto che ogni cinque minuti scodo allegramente sia su scalata che in piega normale, e il pensiero si riaffaccia.
Ma va bene così: mi diverto a scivolare via di culo e ci si mettono pure il fondo umido e qualche fogliolina giallo rossa, che dipinge il paesaggio.
In un tornante a sinistra la moto va proprio via, ma via via. Me la sento scappare e metto giù la gamba in stile dirt-track.
La gomma non tiene e scivolo via per un paio di metri, poi si aggrappa ancora, in un centimetro di asfalto asciutto. E la forza cinetica fa leva sul baricentro della moto, che strisciava sul paracolpi e sulla pedana, e si rialza all’improvviso, con me sopra.
E proseguo così, come un cretino che si dimentica di cambiare le gomme, che si dimentica che nel 2006 si è rotto una vertebra sulle stesse strade e nello stesso periodo.
Ma non ho tempo di pensarci, devo guidare.
E per di più sale un po’ di nebbia. Che sfiga, ci arrampichiamo sull’osservatorio del Lesima a 1700 metri circa, e sembra di essere dentro un enorme barattolo di Yomo.
Ma chissenefrega, visto che dieci minuti dopo a Capanne di Cosola è il trionfo dell’agnolotto al brasato.
E’ caldo, li dentro, e si sentono i rumori delle forchette, i profumi di sugo e di maglioni umidi lasciati ad asciugare vicino ai termosifoni.
E’ il momento delle gambe che si allungano, delle facce rosse e dei capelli che stanno storti in testa. E delle cazzate, delle risate che non te ne andresti più.
Ti viene voglia di salire in quelle due o tre camerette che ogni osteria che si rispetti tiene pronte per i viandanti, e quasi ti dispiace che il sole faccia di nuovo capolino, che avresti preferito una tormenta, di quelle da telefonare a casa e dire ridendo “non aspettatemi, sono bloccato qui, con i miei amici”.
E far finta che tutto possa continuare così, in quell’attimo di presente.

17 ottobre 2008
Acchiappato sul web un articolo sulla mia presentazione a Milano del libro. Su www.Motocorse.com
Qui: articolo-presentazione

PRESENTAZIONI

- Il 13 novembre sarò a COMO. Libreria e orario ancora da fissare

15 ottobre 2008
Valeva la pena scrivere un libro, per ricevere un mail come questo
Dal Monferrato al deserto,
dalla Serbia al Marocco e fino a Dakar
dalla famiglia agli MC
dalle concessionarie Harley ai meccanici filosofi
dal chapter hog al 3%
dai preparatori californiani ai meccanici tunisini
dal dolore alla pace
dai fighetti ai barboni milanesi
dalla musica al sound delle marmitte
dall’harley all’amore…
certo l’amore…perchè si tratta di questo…e non riuscivo a comprenderlo prima di leggere il tuo libro…
un amore vero come quello provato da bambini verso i genitori
da adolescenti verso la prima fidanzatina
da ragazzi con la propria futura moglie
da papà con i propri bambini
e alla fine da biker verso la propria bicilindrica

Grazie Roberto :-)
WoLF

14 ottobre 2008
100 buone ragioni per comprarsi una Harley
1.. They’re designed, engineered and built in the good ol’ U.S. of A.
2.. They sound cool, kind of like a World War I biplane.
3.. They are not an imitation of anything but themselves.
4.. Chicks really dig ‘em!
5.. There are thousands of accessories available, so you can make your Harley uniquely yours.
6.. They can be painted outrageous colors, with strange murals, and no one thinks they look terrible or silly. They just look like a Harley.
7.. There are more Harley mechanics around than for any other bike (non in italia, ma quasi).
8.. Even an old, beat-up one still looks good.
9.. They have a rich history and century-long heritage.
10.. Almost anyone can ride one (vabbè, non sempre…).
11.. Almost everyone knows what it is.
12.. You can get a Harley tattoo.
13.. You can get a Harley bumper sticker.
14.. Tricked-out used ones can cost more than new ones.
15.. You don’t hear any songs about Suzuki.
16.. You can find more Harley parts at swap meets and flea markets than for any other bike (magari….)
17.. When you run into a car, you’ll inflict more damage than with other motorcycles.
18.. You can buy a full-dress Harley with a radio, comfy seats with armrests, a big, useful windshield, solid saddle bags and a trunk, and nobody will think you’re an old fart when you ride it.
19.. You never have to wonder how to spend your extra money.
20.. There’s always an appropriate gift for a Harley rider (tipo il mio libro, per esempio).
21.. You can pretend you’re a Hell’s Angel on weekend rides, then go back to your real life on weekdays, without having to go to jail (Risssschio).
22.. An old Harley rusting in a barn could be worth more than a new Honda.
23.. Even when your Harley is stored for the winter, you can still polish it.
24.. When you say you’re going to clean the bike, your spouse will always know what you’re up to for the next few hours and not have to worry.
25.. It can make you smile on a bad day.
26.. It keeps cops wondering if there’s a Hell’s Angel or an influential judge under those leathers.
27.. It gives you the opportunity to try out every metal polish and auto cleaner ever made.
28.. It makes small dogs and young children tremble when you rumble past.
29.. Even a small Harley is a big bike.
30.. You don’t have to dress like a Mighty Morphin’ Power Ranger to ride a Harley.
31.. You can wear a Harley cap and not look as silly as 99 percent of the people who wear baseball caps. Except, of course, if you wear it backwards, which immediately identifies you as a dweeb, regardless of the logo. Remember, people who can’t figure out which way a hat goes on are also poor prospects for mates.
32.. This reason missing. It must have vibrated off.
33.. Unlike sportbikes, you don’t need to visit the chiropractor after riding for more than 20 minutes.
34.. You never have to explain or apologize for your choice of ride.
35.. No one ever asks you to race them.
36.. You girlfriend will never need to buy a vibrator.
37.. You always have something to talk about with other Harley riders.
38.. You can always find an after-market part for any Harley, no matter how old it is.
39.. The chrome is on all the right parts, yet you can always add more or take some off and it will still look good.
40.. You never have to get the valves adjusted.
41.. There is only one carburetor to adjust (a meno che non abbiate l’iniezione).
42.. They’re always in style.
43.. If you ride a sportbike at 40, people will think you’re either crazy or haven’t grown up. If you ride a Harley at 40, people will just think you’re young at heart and have style.
44.. Harley riders always have something to talk about at parties.
45.. Sure, you can ride other motorcycles to Daytona and Sturgis, but why bother?
46.. Women riding Harleys look sexy, confident and independent.
47.. Cleaning your bike is an act of love, not a chore.
48.. Harley riders have a better sex life. Honest!
49.. Harley riders are recognized world-wide. Wear a Harley cap or T-shirt anywhere in the world and someone will walk up and talk to you about your bike.
50.. People can argue endlessly about the technical advantages and ergonomics of other motorcycles, but when it’s all been said, Harley riders get on their bikes and ride away with a smile.
51.. Harley riders always have a wrench handy to loan someone.
52.. Harley riders never have to worry about their Harley-riding friends asking to borrow money.
53.. A Harley rider learns to say “No” to people who ask to borrow their bike. This skill is useful when dealing with salespeople, Jehovah’s Witnesses, dogs and children.
54.. Harley riders always turn heads going through the center of town.
55.. You are never lonely. You have an instant family when you buy a Harley.
56.. Harley riders don’t have to worry about their bikes becoming obsolete.
57.. Long-term marriages are safer with a Harley because the husband will be too preoccupied with his bike to want to mess with other women.
58.. When someone asks, “What do you ride?” you don’t have to explain what a “GSR750ATF Inducer” is. You simply say, “A Harley.”
59.. You’ll meet more people at bike shows and rallies who ride Harleys.
60.. When people drive too slow in front of you, you just get to ride longer.
61.. Harleys even make good rat-bikes.
62.. You can ride a Harley in rodeo and field-day competitions at bike rallies. Try riding a sportbike in the barrel-push or the weenie-bite.
63.. If you want more power, you can pump it up to your satisfaction.
64.. There are more Harley riders at any gathering than any other kind of bike rider.
65.. Old Harleys never die.
66.. Arnold rode one in Terminator 2.
67.. When you wave to another Harley rider on the highway, they’ll wave back.
68.. Every Harley ever made will be sold to someone who wants one.
69.. You’ll get more grins per mile, even in the rain.
70.. You don’t need to know about double overhead cams to maintain a Harley.
71.. Harley riders understand that if you have two Harley’s you are not rich, you simply have no money at all.
72.. Metric cruiser riders will never borrow your tools.
73.. The unique Harley rumble sounds and feels better than any other bike.
74.. You don’t have to remove the engine to work on it.
75.. You can find any style of seat for every year.
76.. You can build one from the ground-up, and everyone will think it’s cool.
77.. You get to tell people ,”If you have to ask, you wouldn’t understand.”
78.. You don’t have to talk your girlfriend into going for a ride.
79.. If you’re old, the idle shakes your heart like a pacemaker.
80.. They can be slow and still be bitchin’.
81.. Fat people gotta ride something.
82.. When people ask about the waiting list, you can tell them, “Yeah, I waited 33 years and 9 Jap bikes before I got one.”
83.. Harley salespeople don’t have to hard-sell them.
84.. They keep your neighbors from over-sleeping.
85.. Old ones keep the highways properly lubricated.
86.. You’ll get lots of extra protein from the bugs in your teeth.
87.. You always know where the cars with alarms are in your neighborhood.
88.. You don’t need to remove any bodywork to do a tune-up.
89.. You don’t need any weight-lifting equipment to build your strength. Just drop one and try to pick it back up.
90.. You don’t have to explain your mid-life crisis in detail. “Got a Harley,” will suffice.
91.. If someone is foolish enough to cut in front of you in traffic, they’re almost always intimidated immediately after doing it.
92.. If you get stuck in boring business meetings, you can always daydream about your last ride.
93.. You can explain, “But honey, it’s economical. It gets great gas mileage!”
94.. You can putt along at only 20 mph, and still look cool.
95.. Having one is like getting to ride your entire savings account.
96.. It’s an instant, non-aspirin pain reliever.
97.. If someone’s head doesn’t turn, you’ll know they’re envious.
98.. You’ll never need to buy a paint shaker.
99.. When someone asks what color it is, you can answer, “Mostly chrome!”
100.. Buy one because you’ve wanted to ever since you were 11 years old.

IL LIBRO SARA’ DISPONIBILE IN TUTTE LE LIBRERIE DAL 7/8 OTTOBRE CIRCA.
Le prime ad averlo saranno probabilmente le FELTRINELLI, visto che è distribuito da Feltrinelli
Se poi abitate su un bricco e pensate che nella libreria-spaccio-drogheria del vostro paese non arrivi, potete acquistarlo direttamente dal sito della casa editice (cliccando qui, su FBE-Edizioni), con carta di credito etc.

IL CUORE A DUE CILINDRI,
Viaggi e riflessioni di un motociclista innamorato della sua Harley-Davidson

di Roberto Parodi
FBE-Edizioni, Milano
240 pagine, 13,50 Euro
In libreria dal 1 ottobre

Ragazzi, finalmente ci siamo: ho scritto il mio libro sulla moto.
E la cosa più incredibile è che mi pagano pure…
I viaggi per noi sono il sale della vita ma devo dire che maneggiare questo libro croccante e fresco di stampa, mi ha dato la stessa sensazione di quando si raggiunge una meta difficile che è costata fatica e chilometri, un po’ come il primo Elefantentreffen o la prima oasi.
Vi chiederete di che accidenti di libro si tratta: beh ragazzi, dovrete giudicarlo voi.
Dentro c’è gran parte della mia vita, per lo meno quella che si può vedere attraverso le due ruote: il primo motorino, la prima piccola Harley-Davidson (la SST 125), la prima ragazza che si scotta il polpaccio sulla marmitta.
E poi gli anni che passano insieme alla strada sotto le ruote, la scoperta di un mondo affascinante ma da maneggiare con cura, dove gli uomini proiettano i propri sogni e spesso la loro immagine più vera e forse quella quella più vulnerabile e più sofferta.
Un mondo dal fascino immediato, che ci fa discutere, incazzare e da cui non si resta mai indifferenti.
Ogni episodio è un pretesto per approfondire argomenti come i gruppi MC e gli Hells Angels, Carlo Talamo e la HOG, i panzoni con l’Electra, i motociclisti da bar e chi se la tira da veterano. Le back patch, i raduni, i lunghi viaggi, il difficile equilibrio tra gli uomini, le grandi amicizie, i vecchi meccanici scorbutici e insostituibili e i mille stratagemmi per conciliare lavoro, famiglia e moto.
C’è la pazienza e l’affetto di chi mi ha sempre voluto bene, la magia delle nuove amicizie e il piacere di ritrovare persone dopo anni.
Quello che posso dirvi è che si tratta di un libro sull’amore: un sentimento strano e particolare ben conosciuto a chi come noi, sente di avere in fondo cuore, due inarrestabili cilindri a V.

Il libro sarà disponibile in tutte le migliori librerie dall’inizio di ottobre, in tutta Italia.
Ci saranno diverse presentazioni dove potrete venire a insultarmi o a farvi firmare una copia:
a Roma, mercoledi 1 ottobre, presso la libreria Bibli, via dei Fienaroli, ore 21.00
a Milano, giovedi 9 Ottobre, presso la libreria White Star Adventure, in piazza Meda (angolo Piazza Belgioioso), ore 18.30
- Sul canale televisivo MotoTV (Sky), il 5 novembre 2008
Seguiranno altre presentazioni a Como, Bergamo etc.
Sarò anche su altre emittenti private.
Ve lo farò sapere non appena avrò le date.


25 settembre 2008
Non mi hanno ancora tolto
Per caso capito sul sito www.HOG.com, vado su Italia e clicco su EVENTI, per vedere dove si terrà questo benedetto HOG Rally del Garda, e noto che, a distanza di un bel po’ di anni, il mio faccione è ancora il testimonial dell’EURO FESTIVAL della HOG.
Cazzo, per un rocker, baicher, renegade, ribelle, espulso, threepercenter (quasi onepercenter), questo è a dir poco sconveniente.

24 settembre 2008
Mattina
Ho passato un anno di grazia senza sveglia.
Ragazzi, no dico, 365 giorni filati senza la sveglia. Una goduria.
Ma adesso è finita.
Si perchè l’anno scorso (per me gli anni iniziano a settembre e finiscono a settembre, sono rimasto uno studente di 45 anni) Pietro se ne andava a scuola in monopattino e Vittorio a piedi, così io mi svegliavo alle otto, o magari un po’ dopo, colazione, barba e basette e via in ufficio entro le 9 o giù di lì.

Ma quest’anno il Vittorietto fa le medie e bisogna portarlo fino in via Corridoni. Alle 8.05, cazzo. Ovviamente ci devo pensare io con la motoretta.
Beh,il risultato è che arrivo in ufficio piuttosto presto e parcheggio sempre nello stesso posto, davanti alla banca.
Alla mia destra c’è una CBR , bianca rossa e azzurra.
Ci ho pensato un po’ prima di parcheggiare la mia bombolona vicino alla CBR.
Sembrano due cose diverse tra loro, una è una moto, l’altra un mezzo modernizzante uscito da chissà dove.
Il proprietario ci ha montato anche un tour-pack che squilibra il mezzo come un cammello con tre gobbe. Ovviamente è nero.
Ma è una moto anche lei.
Anche se non la comprerei mai.
Una mattina, l’ho visto, il proprietario.
Era appena arrivato, col suo casco integralone in mano, la sua valigetta nel tour-pack, il suo kit Tucano antipioggia.
Era lì che pasticciava col bloccadisco e bloccasterzo, le cose che facciamo tutti noi motociclisti, ogni mattina.
E la mattina presto unisce i motociclisti, in fondo.
Siamo tutti parte di quella famiglia che sceglie (o è costretta a scegliere) di usare due ruote in meno della media.
Lui viene da Cesano Boscone, o da Sesto o da San Donato, e quella moto è la sua garanzia di arrivo in orario.
La guardo di nuovo, con occhi un po’ diversi. Un cavallo da tiro, quel CBR. Un oggetto di uso quotidiano, onesto e affidabile, che il suo proprietario ama e rispetta, certo, senza esagerare con gli accessori e i lavaggi.
E’ la moto di uno che la usa. Come me, come noi.
Ci guardiamo negli occhi un attimo. Mentre al mattino lui è già arrivato, alla sera esco sempre più tardi di lui, quindi ogni sera lui vede la mia Harley vicino alla sua, mentre si prepara per tornare a casa.
Probabilmente avrà pensato “eccheccazzo un altro fighetto con l’Harley…”, ma forse oggi, che mi ha visto magari ha cambiato idea.
Beh non che al mattino io abbia l’aspetto di un “Baiker”, ma magari qualche particolare lo ha colpito, un po’ come è successo a me questa mattina.
Io coprisacarpe e k-way cerco di non mettermele mai: ho la Belstaff che mi protegge, e lascio il kit giacca e cravatta direttamente in banca.
Ci guardiamo e ci salutiamo.
Un cenno del capo, mentre lui chiude il tour pack e io infilo i guanti nella piccola borsetta laterale.
Ci vediamo domani mattina, penso.
In moto.

21 settembre 2008
Sensazionale: le origini dei Threepercenters
Dopo una lunga ricerca nei solai di tutto il mid-west, possiamo finalmente mostrarvi le facce degli antenati dei Threepercenters.
Nonni e nonne, vecchie storie e volti legati ad un passato che rivive grazie a preziosi dagherrotipi in bianco e nero.
Incominciamo da Johnny DePiano, capomastro di una segheria del Minnesota negli anni quaranta, sposato in giovanissima età con Arianne che con padella e mattarello sapeva al tempo stesso sfamare e far rigar dritto il vecchio Johnny, che ogni tanto sgarrava e si faceva beccare a borseggiare vecchiette sul tram che portava giù alla segheria.
Che botte ragazzi: spesso il vecchio Johnny implorava il sergente di portarlo subito in gattabuia, ma per il reato di borseggio non c’era ancora il carcere, o meglio, c’era, ma una mano di botte di Arianne era una punizione più che sufficiente.
E il sergente che lo sapeva, visto che al vecchio Johnny in fondo, voleva bene, preferiva aggiustare le cose in famiglia e affidarlo alle cure del mattarello della vecchia Arianne invece di sbatterlo in guardina.



Ma anche il sergente, che poi non eran nient’altro che il nostro Bobby Mc Parods, come tutti, aveva un debole, anzi due: gli hamburgers e sua moglie, Johanna Mc Parods, che al tempo doveva essere stata un bella passerotta e un notevole peperino.
Ma come spesso capitava, le pollastre prima o poi ne combinano qualcuna di troppo e infatti all’improvviso Johanna diede alla luce la piccola Flame (questa qui sotto con il testone da Jackson Five).

 

 

 

 




Anche se non era un genio, il vecchio Bobby capì subito due cose: la prima era che il ragazzo nero che portava il latte aveva la stessa tremenda testona di capelli della piccola Flame, la seconda che era arrivato il momento di fare quello che aveva sempre sognato nella vita.

Così una tiepida sera di maggio Bobby uscì di casa, passò a chiamare il vecchio Johnny che si stava curando l’ultimo incontro con la padella di Arianne, e scomparvero entrambi a bordo di una vecchia Indian Chief scassata. Era il 1946.








Bella anche la storia di Joshua Marius Giugovaz che, con il fratello Samuel, vivevano sfruttati dalla tirannica nonna Towanna e sbarcavano il lunario suonando nei bar più malfamati di Atlanta, subito dopo la grande depressione.

La vita era già difficile così, quando tentando di fare il numero del mangiatore di fuoco, Joshua perse la voce e allora si fece crescere i capelli nel tentativo di sfondare almeno come ballerino e modello.
Dopo tre mesi non era ancora riuscito a raggranellare un solo dollaro e insieme al fratello Samuel erano sul ponte di Brooklyn avevano deciso di farla finita e di lanciarsi di sotto con una pietra al collo.

Li salvò la piccola Flame che passava di li per caso canterellando.
Joshua la udì e capì che la sua era la voce più bella che avesse mai sentito.
Si liberò della pietra al collo lasciandola cadere nell East River (peccato che c’era ancora attaccato il vecchio Samuel), diventò produttore, fondò la “Moto-Town” e mise Flame sotto contratto diventando miliardario.

Luky Strike Garella era invece un tranquillo garzoncello di magazziniere.

di li per caso canterellando.
Joshua la udì e capì che la sua era la voce più bella che avesse mai sentito.

Si liberò della pietra al collo lasciandola cadere nell East River (peccato che c’era ancora
attaccato il vecchio Samuel), diventò produttore, fondò la “Moto-Town” e mise Flame sotto
contratto diventando miliardario.

Luky Strike Garella era invece un tranquillo garzoncello di magazziniere.



Rudolph Smailing Face tra tutti era certamente il più dotato: ballerino, intrattenitore delle prime emittenti radiofoniche ebbe l’onore di pronunciare le prime parole in un programma radio in diretta all-over-USA (sembra che le prime parole furono “cazzo, sono onda??).
Terminata prematuramente la carriera come speaker radiofonico, ebbe una altrettanto breve e fulminea carriera nel cinema e arrivò alle nomination del premio oscar grazie al film “Vita Smeralda, tutta nuda e tutta calda”.
Battuto sul filo di lana da una volgare pellicola di Luchino Visconti, decise di darsi alle scommesse sui cavalli perchè non rusciva più a mantenere il tenore di vita altissimo della dispotica nonnina Adolfa, poi trasferitasi in Germania.
Rudolph è ancora in giro, ormai centenario ma sempre in buona forma.
Beh ragazzi, qui le prime informazioni si esauriscono.
Altre ne giungeranno più avanti, ma per ora restano i discendenti a testimoniare la tempra di tali antenati.
T.F.F.T.

18 settembre 2008
Tre Harlisti rendono omaggio ad un Vespista.
E’ morto Giorgio Bettinelli
Era un pomeriggio di quattro o cinque anni fa, forse di più.
Avevo appena finito di leggere “In vespa, da Roma a Saigon” di Giorgio Bettinelli, e me ne stavo davanti al PAM di via Olona, ad aspettare che Giovanna uscisse con la spesa.
Parola mia, proprio in quel momento avevo in mente le poche fotografie allegate al libro (bellissimo), quando vedo uscire dal supermercato un tipo magro, con baffoni e messo giù un po’ maluccio.
Mi venisse un colpo se non era Giorgio Bettinelli, in persona.
Mi avvicino e lo fermo, gli dico che ieri sera ho spento la luce del comodino con in mente il sogno di quel viaggio in vespa, e lui ride, ci stringiamo la mano. Ha una bottiglia di Chianti in mano, è a cena da amici, ma mi dice che è qui a Milano per un po’: sta registrando una CD di canzoni sui suoi viaggi, durante i quali non dimentica mai di portare una chitarra.
Il giorno dopo è già a cena a casa mia, insieme a Mario e al Depia.
E’ l’inizio di una di quelle amicizie a distanza che però ti fanno sentire un po’ più ricco.
Ci scriviamo, ci telefoniamo, facciamo viaggi prima dei quali vado sempre a cercare sui suoi bellissimi libri, se dove dovremo passare noi, lui c’è già stato.
E quasi sempre è così.
Forse l’unica cosa che non ha fatto è l’Albania e la tremenda oasi di Ksar Ghilane, ma in Mauritania abbiamo solcato le stesse strade, come in Turchia, nei balcani, nel Marocco e nel Western Sahara, a Dakar e in Europa.
Ho sempre cercato e trovato, nei suoi libri, qualcosa di molto vicino al mio cuore e alla nostra ispirazione, allo stile con cui affrontavamo i nostri viaggi.
E l’ho sempre trovato, ammirando in lui quella semplicità e quell’umiltà con cui un uomo su uno scooter affronta l’immensità del mondo e la diversità degli uomini, con le loro cattiverie e avidità tra le quali, se si cerca bene, si trova sempre la generosità dei derelitti e dei poveri.
Giorgio ha viaggiato sempre così: senza GPS, senza camion di supporto, con cartine Michelin e una chitarra sulla spalla.
Se l’è sempre cavata senza grosse conoscenze tecniche, ma con un sorriso e lunghi discorsi sul calcio e sui cantanti italiani, per abbindolare un doganiere o farsi dare un passaggio verso la prima officina, da un camionista Tuareg o in mezzo alle steppe russe.
Lo abbiamo avuto ancora ospite a cena, con la moglie cinese Yapei, verso la fine dei suoi viaggi.
Aveva già visto tutto e si accingeva a fare l’ultimo giro, tutto focalizzato sulla Cina, che ha terminato quest’anno e su cui ha scritto un libro già in libreria per Feltrinelli Traveler.
Aveva deciso di vivere in Cina e là, sul delta del Mekong, si è beccato un’infezione che, secondo me, quei medici cinesi del cazzo non sono riusciti a curargli, lasciando morire un uomo che l’aveva messa nel culo a tutti i deserti del mondo e a metà delle giungle.
Ma lasciamo perdere e immaginiamocelo ancora attaccato al manubrio di quella vespa, la Px bianca con le marce, e non quest’ultima che sembra un Burgman: pensiamolo sulla vespa della nostra giovinezza, quella su cui noi abbiamo portato le nostre fidanzate e su cui lui ha creato il suo mito e quella piccola opera d’arte che è stata la sua vita, attraverso migliaia di chilometri e migliaia di sorrisi e di volti di persone che lo hanno conosciuto, aiutato e gli hanno voluto bene.
Come noi tre.
T.F.F.T. e farewell, caro Giorgio
The Threepercenters

16 settembre 2008
Poker Run dagli Hells Angels

Sabato scorso abbiamo fatto pure il Poker Run. Secondo Wikipedia pare sia un giro dove i partecipanti viaggiano su un percorso predeterminato e alle soste stabilite (cinque), estraggono da un mazzo una carta da gioco. L’obiettivo è ottenere la migliore mano di poker al termine del giro stesso. Si vince del grano, ma in effetti è solo per estrazione di carte. Chissà che mi credevo: qualcosa di aggressivo, magari legato alla velocità a cui si corre il giro oppure a difficoltà ed ostacoli che mi riportavano ai tradizionali significati di morte e di racing dell’asso da picche e robe del genere.
Nulla di tutto ciò. Fatto sta che in un grigio pomeriggio di settembre mi presento in Piazza Castello.
La prima mano – full contro doppia coppia – la vinciamo subito contro il meteo, facendo battere in ritirata una molesta pioggerella che rischiava di rovinare la giornata.
Dopo una buona mezzora il sole splende e la piazza è piena di moto, e qui ci giochiamo la prossima mano vincendo ancora – scala contro tris: sì perché succede l’imprevisto e un pullman carico di gnocche si ferma davanti al Castello Sforzesco scaricando tra gli stupefatti bikers niente di meno che quaranta Miss in costume succinto che, in modo totalmente inaspettato, improvvisano un servizio fotografico sulle moto con grandissima soddisfazione del pubblico.
Ma è già ora di partire, naturalmente seguendo le tradizioni biker. Si forma rapidamente un serpentone di moto in ordine strettamente gerarchico. Il Prez HAMC, Lory666 apre la fila seguito dal suo club, poi dagli altri MC (Kiowa MC, i Retzi MC, i Prospect Club Jackals ed altri) e a seguire i Patch Clubs e free groups (Scalmanati, United Bikers, Vikinghi, Pirati, Pink Panther Group ed altri). Dietro ancora, di accodano i molti motociclisti intervenuti, siano essi free bikers, HOG, turisti o…peones irregolari come noi Threepercenters.
Il corteo di Harley che attraversa una città è sempre un momento di grande emozione, ed è forse l’unica possibilità che si ha di fare un giro a fianco degli Hells Angels e di altri gruppi MC.
Ci facciamo 60 km con soste per la punzonatura ma a metà del Run, all’altezza del bar Legend, a nord di Milano, ci giochiamo ancora una bella mano.
Un automobilista rumeno del cazzo, insofferente di dover restare dietro al corteo di motociclisti sgomma e sfiora i bikers a velocità altissima. Non contento, si ferma e scende dall’auto, minaccioso, inseguito dalla urlante fidanzata (una bella cozza, tra l’altro) che doveva già aver capito in che situazione stava per cacciarsi il moroso. Il rumeno è subito dissuaso dai due poliziotti di scorta al Run, e velocemente ricacciato in auto. In tre secondi un gruppo compatto di bikers si era già schierato davanti all’automobilista pronti a spaccargli il culo.
Probabilmente non se ne è reso conto, ma tutti lì attorno hanno pensato che quella sera il poker d’assi l’aveva estratto proprio lui.

16 settembre 2008
Altro incidente
Il nostro amico Donato Nicoletti si è scontrato con una panda guidata da una donna che faceva manovra.
E’ volato addosso a un pedone e adesso ha una frattura alla mandibola e al piede
Non vogliamo sapere come sta il pedone che si è visto volare addosso il Donatone nazionale.
Donato, all the best dai tuoi amici, e fanculo le donne sulle panda.
PS Pare che il pedone sia lo stesso di Rudy

10 settembre 2008
Incidente
Oggi il vecchio Rudy, per evitare un pedone distratto in zona corso Sempione, ha fatto un volo con la Ducati.
Braccio semi fratturato e botta pazzesca alla parte superiore del corpo, per colpa del volo e l’atterraggio contro una macchina.
Un buon casco e il dio dei biker hanno provveduto.
TAC ed accertamenti negativi: per fortuna è già a casa ingessato e indolenzito.
Goditi questa settimana extra di play-station e videocassette, fratello, e pensa cosa ti sarebbe potuto capitare se fossi stato sullo Sportster del Depia…
Un abbraccio dai tuoi amici Threepercenters

8 settembre 2008
H.A.T.E. – L.O.V.E.
Non so voi, ma la mia Harley-Davidson a volte mi fa incazzare.
In realtà spesso non è colpa sua, anzi quasi mai.
In effetti ogni volta che capita qualcosa, c’è sempre di mezzo la distrazione, la pigrizia, il fatto di aver voluto risparmiare o di aver avuto troppa fretta. La meccanica richiede cura, pazienza, calma e attenzione e non sempre sono pronto a rispettarne le esigenze.
Ma in confronto alle incazzature provocate dalla mera meccanica, io sono già ad un livello ben più lontano e ben più viscerale.
Infatti non c’è solo la moto, in questa passione da cui ci siamo fatti travolgere.
Le variabili sono moltissime: ci sono persone, progetti, viaggi, articoli di giornale, siti web, forum, raduni e giorni di ferie da prendere.
Non sempre tutto va come programmato.
Per quanto riguarda questo variegato mondo che ho scelto come mia vita parallela, prendo tutto maledettamente sul serio. E vi posso garantire che preferisco la moto che batte in testa o una multa per eccesso di velocità che un l’incertezza su un viaggio da fare insieme, oppure un commento cattivo sul nostro sito, o una critica al nostro gruppo. Divento teso, il cuore modifica il suo battito ed è come se uno straccio bagnato e pesante si piazzasse tra il cuore e la bocca dello stomaco.
Quando si tratta di moto tutto è amplificato, anche se sappiamo che questo folle mondo biker, è tutto e niente al tempo stesso.
Quando Mario ha comprato la BMW, non sono andato al cesso per una settimana (ok, forse sto esagerando…); ho ripreso ad andarci quando mi ha detto che era finalmente pronto per ristrutturare la sua vecchia Sporty. Quando il Depia ci ha confidato che aspettava la prima figlia, ho subito pensato che saltava il prossimo Raid in India.
Non ti dico poi, quando qualcuno si ritira da un giro programmato (magari facendolo saltare) per qualche motivo che non sia più che importante.
La passione in questo campo è una strana bestia e coinvolge le persone con insolita veemenza.
Del resto è così quando ci si avventura nel misterioso territorio dei sogni e degli innamoramenti, dove si sussulta al rumore di una foglia che cade.
Le moto non sono francobolli e risvegliano qualcosa di ancestrale nell’animo maschile, e quindi quando mi sintonizzo sulla moto, passo da attimi di pura gioia a momenti in cui sono incazzato nero.
Prima di ogni viaggio, io e i Threepercenters trascorriamo mesi di passione.
Dove si va? quanti giorni? quanti km? Tutto è percepito in modo diretto: un giorno di viaggio in meno sembra un affronto personale che nella mia percezione distorta, dimostrerebbe quanto poco vale la nostra fratellanza.
Mario vuol andare nella Loira, il Depia in Siria ma in un week-end, io in Congo, facendo una media di 800 km al giorno: il livello di discussione si personalizza subito, forse più per me che per gli altri, ma tant’è.
Sciocchezze?
Secondo me, molti di voi mi capiscono, eccome.
Anche se è chiaro che queste incazzature hanno un’origine irrazionale, finora ho scelto di non domarle con il freddo della razionalità.
Ho sempre lasciato la ragione e il cervello fuori da questo angolo della mia vita, a cui preferisco riservare la mia parte migliore, quella più indifesa e più pura, quella che mi piace di più.
Così continuo ad innamorarmi e ad incazzarmi, a prendermela con gli amici, con la mia vecchia e insostituibile moto e a volte anche con chi incrocio per strada anche magari solo per un istante.
Probabilmente continuo anche ad incazzarmi con me stesso, ma va bene così.
In fondo, quando tutto sembra prossimo a crollare, posso sempre mandare affanculo tutti e andare a farmi un giro in moto.

4 settembre 2008
Girano
Oggi è una giornata del cazzo.
E’ uscito LowRide dove il mio fondo è stato rimpicciolito come se si fosse lavato con l’acqua bollente.
Ho rischiato di farmi ammazzare da una mini minor metallizzata che mi ha schiacciato contro il marciapiede.
Il giro all’Ace cafè di londra è legato ad un capello.
Ho litigato con un Pony Express che mi ha bloccato il portone di casa.
Devo andare a Genova con la macchina, il gessato e tre bankers, parto tra tre minuti.
Avevo in mente tutt’altro.
Davvero

2 settembre 2008
Tornati
Cosa vi aspettavate dai Threepercenters, ragazzi?
Un torrido agosto tra parties, polvere di vecchie strade e rombo lontano di marmitte?
Raduni e birra, rock bands ed Lsd in stile Woodstock?
Non da noi, non quest’anno, non questa volta.
Anche se mi sa che lo sapevate già.
Agosto serve per riprendersi.
E a volte, anche per farsi perdonare qualche cazzata da motociclista.
Tornando a noi, ecco l’unica cosa che mi ha ricordato l’Harley Davidson, durante le mie vacanze di quest’anno…

26 agosto 2008

Venite, amici
Venite amici,
che non è tardi per scoprire un nuovo mondo.
Io vi propongo di andare più in là dell’orizzonte.
E se anche non abbiamo l’energia, che in giorni lontani mosse la terra e il cielo,
siamo ancora gli stessi,
unica, eguale tempra di eroici cuori,
indeboliti forse dal fato, ma non ancora la voglia di combattere, di cercare, di trovare e di non cedere.
Alfred Tennyson, Ulysses








6 agosto 2008
Vakanze
Il Mario è in partenza per un’isoletta mediterranea a fare immersioni, il Depia è straincasinato nel trasloco e presto scenderà verso la Basilicata per le meritate vacanze anch’egli, il Parods parte domani per ricongiungersi con i molteplici figli e mogli che ha per il mondo (!!!). Garella è in USA a visitare gli zoo, Coffets in africa nera (unico luogo dove può ancora guidare), Rudy in Sardegna (ma segue il fuso orario di Sydney): è tempo di chiudere, si riapre verso fine Agosto, ragazzi.
Buone vacanze a tutti and remember men,
if you are in doubt…
fuck!!

E visto che ho citato Frank Slade, il colonnello cieco di “Scent of a Woman” (Al Pacino), beccatevi qui il memorabile monologo che lo stesso Slade fa per difendere Charlie, il ragazzo che lo accompagna nel week end di avventura a New York, mentre il gran Giurì lo vuole espellere dalla scuola per esserersi rifiutato di fare la spia.
Un grande discorso ed un grande film (il doppiatore era Giancarlo Giannini).

Il signor Charlie Simms non la vuole [un'altra chance].
Non gli interessa l’etichetta di “studente ancora degno della Baird School”. Ma che significa, qual è il vostro motto qui: basta denunciare i propri compagni per salvarsi il culo? E chi non fa la spia viene mandato al rogo?
Beh, signori miei, quando piove la merda, c’è molta gente che scappa e pochi altri che tengono duro, e qui Charlie affronta il fuoco mentre George si nasconde nelle mutande di papà. E voi che cosa fate? Decidete di salvare George e di distruggere Charlie.
[...]
Io non so chi ha frequentato questa scuola, Guglielmo Howard Taft, Guglielmo Jennings Bryan, Guglielmo Tell, chiunque sia, il loro spirito è morto, e se ce l’hanno mai avuto è scomparso. Alla Baird state forgiando dei serpenti, una razza di viscidi conigli spioni, e se credete di portare questi cuccioli alla virilità levatevelo dalla testa signori miei, perché io vi dico che state uccidendo proprio quello spirito che questa istituzione pretende di infondere. Che truffa!
E che cos’è questa pagliacciata che avete messo su oggi? L’unico attore di classe di questa farsa è accanto a me, e io affermo che l’anima di questo ragazzo è intatta, non è negoziabile, e sapete come lo so? Qualcuno qui, e non starò a dirvi chi, lo voleva comprare.
Ma il nostro Charlie non vendeva.
[...]
C’è stato un tempo in cui ci vedevo, e allora ho visto, ragazzi come questi, più giovani di questi, con le braccia strappate, le gambe brutalmente lacerate, ma non c’è niente, niente di peggio che assistere alla stupida amputazione di un’anima, perché, perché per quello non c’è protesi. Voi pensate di rispedire questo splendido soldato alla sua casa dell’Oregon con la coda tra le gambe, ma io vi dico che voi signori, voi state condannando a morte la sua anima! E perché, perché non è uno della vostra Baird?
Un privilegiato. Ferite questo ragazzo e infangherete la Baird tutti quanti, e voi Harry, Jimmie, Trent, dovunque siate laggiù, andate a fare in culo!
[...]
Entrando qua dentro, ho sentito queste parole: “la culla della leadership”. Beh, quando il supporto si rompe, cade a pezzi la culla, e qua è già caduta, è già caduta. Fabbricanti di uomini, creatori di leader, state attenti al genere di leader che producete qua. Io non so se il silenzio di Charlie in questa sede sia giusta o sbagliata, non sono giudice ne giurato, ma vi dico una cosa: quest’uomo non venderà mai nessuno per comprarsi un futuro! E questa amici miei si chiama onestà, si chiama coraggio, e cioè quelle cose di cui un leader dovrebbe essere fatto. Io mi sono trovato spesso ad un bivio nella mia vita, io ho sempre saputo qual’era la direzione giusta, senza incertezze sapevo qual’era, ma non l’ho mai presa, mai. E sapete perché?
Era troppo duro imboccarla. Questo succede a Charlie, è giunto ad un bivio, e ha scelto una strada, ed è quella giusta, è una strada fatta di principi, che formano il carattere. Lasciatelo continuare nel suo viaggio, voi adesso avete il futuro di questo ragazzo nelle vostre mani, è un futuro prezioso, potete credermi. Non lo distruggete, proteggetelo, abbracciatelo, è una cosa di cui un giorno andrete molto fieri, molto fieri.
Frank Slade

3 agosto 2008
Terzo giro arlistico ma non artistico: Sassello e Turchino, con vongola e bagno
Circa 350 km
Ma ho ancora voglia di chilometri, nell’ultimo week end che passo a Milano (senza family), così siamo io e il Mario che ci troviamo alle dieci di questa assolata mattina di agosto, al casello per Genova.
A dire il vero, non sembrerebbe, visto che uno dei due è a bordo di UNA BMW, e quello non sono io.
Il Marione infatti per farmi incazzare si presenta con la sua R1150R$£&£ZKT%TT (o qualcosa del genere), bella nera e lucida come un gioiellone made in Deutschland.
Ognuno ha i suoi lati oscuri, quindi accettiamo che uno dei Threepercenters sia titolare ANCHE di una BMW: anche se secondo me la cosa non durerà molto.
Raccomandandomi con lui di non superare i duecento, ci dirigiamo verso Ovada. Lì usciamo e attacchiamo a salire.
Colline morbide e boscose, dopo Ovada seguire per Molare, poi la Bandita (luogo di un eccidio tedesco nel 44), occhio al bivio, seguire poi per Morbello, e poi indicazioni verso il Sassello. Grande passo, alto ma morbido, con strade libere e ottimo fondo.
Lo azzanniamo martoriando pedane e freni a disco, perchè è così che si deve fare il Sassello, e che cazzo.
Incrociamo anche il bivio per il Passo del Faiallo, ma lo faremo la prossima volta, perchè ora si cala lentamente verso Savona. Purtroppo il Sassello è bello ma cortarello, e finisce subito ma vi assicuro che vale la pena. Tra l’altro sono disponibili molte deviazioni che meriterebbero tutte (come appunto il Faiallo).
Arrivati in paese, sull’ingresso, emblematico il cartello corretto a spray “Sul Sassello, si sgasa”, e noi ce lo sgasiamo tutto, fino quasi ad Albisola ma non siamo ancora paghi e a San Martino risaliamo verso Varazze e finalmente scendiamo sul mare. Un caldo pazzesco, oltre i 30 gradi (come ci informa il cervellone di cui è dotata la BMW) ed è tempo di birra gelata e spago a vongola sul mare (torta di riso… finita) e per finire tuffo in mare a Cogoleto-City, con Mario che sguazza in mutanda grigio-perla e io per l’occasione con un costume “tutta-minchia” che neppure Califano avrebbe mai osato.
E rimaniamo lì ancora un po’ a vedere qualche scosciata sulla spiaggia, fino a che non abbiamo di nuovo voglia di spaccare in due un po’ di tornanti e risaliamo in moto.
Via sull’Aurelia verso Genova fino a Voltri dove imbocchiamo la SS del Turchino, ben segnalata sulla sinistra.
Forse una delle più belle e facili strade, che raccomandiamo a chiunque si avventuri per le prime volte su una bicilindrica per affrontare qualcosa che non sia una autostrada.
Dopo una serie orgasmica di curve siamo già verso Ovada (che dista da Voltri poco meno di 40 km). Riprendiamo l’odiata autostrada, dove il Mario mi fa provare la sua BMW.
Che dire ragazzi, andare va, eccome.
Cazzo, acceleri, e quella va, ma va davvero: tipo che sei a 120, dai di polso e quella come niente fosse ti porta a 180.
In tre secondi.
Peccato che non si sente che rumore fa.
Mi colpisce la capacità di frenata, talmente forte che ti sbalza in avanti, anche a causa della seduta, piuttosto avanzata per chi è abituato al custom. Impressionante anche la staccata di gas: vuoi per il cardano o forse per la compressione, ma basta che molli il gas che la moto ha già una frenata di trascinamento che quasi spaventa. Fatto sta che me la godo pure lei, come se fossi uno che scopa tutto quello che gli passa davanti al belino, perchè oggi è così, ragazzi, è che oggi sto da dio.
E sto ancora meglio a vedere il Mario che mi viaggia accanto, con un sorriso pazzesco, aggrappato al manubrio della mia stramaledetta moto.
Ride e mi mostra il pollice alzato urlando “Stai da dio su quella cazzo di BMW, fratello!!!”
E io lo guardo e rido come lui, mentre penso che, cazzo, anche lui sta da dio sulla mia Harley, e sapete una cosa, tutto questo è probabilmente perchè noi threepercenters, quando facciamo i cretini in moto, stiamo sempre da dio. E mentre penso questo, accelero di un’accelerata che nessuna Harley mi avrebbe mai regalato, e quell’accidenti di moto mi spinge il culo avanti come se ce l’avessi appoggiato su uno Shuttle.
E mi sembra di volare, con il giubbotto aperto e il jet che mi vola via, mentre davanti a me c’è solo la strada…
TFFT

2 agosto 2008
Secondo giro arlistico artistico
Circa 460km
Ok, ragazzi, adesso mettiamo da parte le curve in guanti bianchi dei colli morenici del Garda o delle dolci pianure mantovane: spacchiamo il culo a qualche percorso motociclistico come si deve.
Date un occhiata ai livelli e alle gomme, prendete l’autostrada fino a Parma e liberatevene a Ponte Taro.
Collecchio, Felino, Langhirano. Carichi di prosciutti e culacce imboccate la statale SS 665 del Lagastrello.
Una stradina densa di bellezze naturali, tra la Cisa e il Cerreto, che ho scoperto grazie al bellissimo Curve&Tornanti, prezioso libello tascabile che non potete mancare di possedere. A Pastorello virate verso Corniglio, la SS 13, e picchiate su verso il passo di Ticchiano.
Gran guidare su un buon fondo (il libro, qui, non era aggiornato), belle foto su muraglioni a picco e a Monchio vi ricollegate con la SS 665.
Vi sverginate il passo del Lagastrello a 1200 metri e scendete verso Aulla.
Qui, a Licciana Nardi, ho svoltato a destra per Villafranca e mi sono attaccato alla Cisa.
Si perchè nel frattempo siete quasi arrivati al mare e dovete decidere la strada del ritorno.
Il tempo per un piatto di testaroli al pesto appena oltre Pontremoli, presso la trattoria “La vecchia Mignegno” (che cazzo vorrà dire?) dove ero l’unico avventore (con vino e frutta, 9 Euro) e attacco la Cisa, a risalire.
Un autentico Bignami delle curve e dei tornanti, tutta da guidare e da godere, come una vera “signora” camionabile può essere. Occhio al fondo messo un po’ male verso la cima: meglio lo stato dell’altra carreggiata, quella venendo da Parma ad Aulla.
Sosta alla lapide in ricordo di Enzino Ferrari e siete a Taro e poi Parma.
Qui, sfoderando la tessera di giornalista, ho visitato a sbafo una quantità di musei, battisteri e palazzi, rendendo artistico ancora una volta il giro in realtà beceramente motociclistico e culinario, per finire al parco ducale, sulla stessa esatta panchina dove limonai una notevole bionda circa diciassette anni fa.
Mai avrei pensato che poi ci avrei fatto tre figli.
Cose che capitano volendo approfondire troppo la conoscenza….
Ride-on, men!!

1 agosto 2008
Corriere
Ho ritrovato un articolo che parla di noi sul giornale.
Qui: articolo Corriere della Sera

31 luglio 2008
Festa dagli Hells Angels
La settimana scorsa ho ricevuto l’invito al party di chiusura estiva della Club-House degli Hells Angels.
Lunedi sera ho preso la mia motoretta e ho attraversato la bassa lombarda, buia e silenziosa, per raggiungere la sede, dove la festa era già in pieno svolgimento.
Chi ci conosce sa che per noi Threepercenters – da sempre un po’ disallineati rispetto alle leggi non scritte del mondo biker – è una certa emozione ogni volta che ci troviamo in mezzo agli MC e ai supporters.
Sono passati diversi anni da quando abbiamo creato il nostro piccolo gruppo e come in tutte le cose, nella nostra storia abbiamo fatto ovviamente anche delle cazzate, ma abbiamo sempre mantenuto la nostra linea di indipendenza e, a modo nostro, di rispetto.
Nel corso di questi oltre cinque anni alcune cose si sono confermate ed altre si sono assestate. Tra le prime, la definitiva solidità del nostro gruppo, che si è anche ampliato ad altri amici, e tra le seconde, l’evoluzione di alcuni dettagli più formali, come la nostra scritta sulla schiena, semplice e priva di ogni possibile fraintendimento, che definisce ciò che siamo: non un Patch-club, non un Free-Group, non un Motoclub FMI nè un MC, ma solo un gruppo di motociclisti, o meglio di “Motorcycle-Riders”, cosa che nessuno può ragionevolmente eccepire.
Nel corso di questi anni inoltre, ho avuto modo di conoscere alcuni membri del club HAMC, tra cui il Presidente, Lory666, in occasione dell’uscita del suo libro, “Da Strade Diverse”.
Nel corso della festa abbiamo parlato di molte cose e abbiamo trovato punti in comune.
Come diceva mio nonno: mai fermarsi all’apparenza.

Questo Billy Boy Crew, non c’entra niente,
ma mi piaceva troppo.

27 luglio 2008
Giro Arlistico e artistico
Fatevelo anche voi, questo giro.
Basta aver spedito tuttala famiglia al mare, più precisamente su un isola, senza quindi che ci siano possibilità di interferenze improvvise.
Vi svegliate una domenica mattina alle nove, vi fate un tè e poi partite.
La giornata è stupenda e voi state come dei papi.
Autostrada fino a Desenzano, uscite e vi buttate nei colli morenici sotto il Garda. Tutte, dico, tutte le strade sono stupende. Non ce n’è una brutta: giù fino a Castiglione dello Stiviere e poi ad est: Solferino, Pozzolengo, Monzambano, Volta, Castellaro Lagusello. Girate pure, perdetevi per una volta, andate su e giù senza meta.
E fatevi un po’ di cultura sulla seconda guerra d’indipendenza. Per esempio, er quelli di Milano, vi ricordate chi cavolo era Mac Mahon? Ok, quello della via Mac Mahon, esatto: bè, era uno dei generali francesi che hanno vinto questa battaglia contro gli austriaci. E l’hanno fatto per noi, per gli italiani.
Vabbè in cambio Cavour gli aveva promesso Nizza e la Savoia, ma vuoi mettere in confronto alla lombardia e mezzo veneto?
Beh, a Solferino vi andate a vedere il piccolo museo della battaglia (chiedete a Maria Rosa di spiegarvi, mettetevi comodi e ascoltate), poi l’ossario (cazzo, ho messo una foto qui giù: migliaia di teschi veri e ossa etc. Austriaci, italiani francesi, zuavi e algerini. Tutti insieme, questi teschi). Fu una strage, ragazzi: si dice che si sentisse l’odore del sangue da Valeggio sul Mincio.
Qui, nel 1859 lo svizzero Henry Dunant, presente alla battaglia ma non combattente, impietosito dai feriti, decise di fondare la croce rossa (che infatti porterà i colori della bandiera svizzera, al contrario).
Poi a San Martino della Battaglia, la torre che ricorda la parte italiana della battaglia: piemontesi contro austriaci. Non mancate di entrare: i mausolei costano pochi euro e valgono la pena. Vi sembrerà di essere tornati in gita scolastica (però non spaccate l’asse del cesso, che era un classico).
Poi vi fate una pappardella al sugo di lepre a Valeggio sul Mincio, all’eccellente ristorante “La Lepre”, che può farvi impazzire con tortellini e ripieni e robe buone da morire. Vabbè.
A questo punto, tra canali e campagne che digradano sulla pianura, vi fiondate a sud, verso Goito e Mantova dove passate almeno due ore nel centro della città: basilica di S. Andrea, Cappella del Mantegna, torre della gabbia, insomma ce n’è da vedere.
Poi scattate verso ovest e arrivate a Sabbioneta. Un gioiello, massima esressione del manierismo italiano, fondata da Vespasiano Gonzaga, sifilitico e privo di naso perchè staccatogli di netto da un colpo di archibugio (e l’hanno pure scolpito senza naso).
Cittadina unica al mondo nonchè patrimonio dell’Unesco.
Vi fate il palazzo ducale, il famoso teatro e il museo.
Un’atmosfera d’altri tempi, quieta, tranquilla, magnifica.
Vi bevete una birra al bar della piazza del palazzo ducale, che vi viene servita da una ragazza che ha due occhi che più azzurri non si può.
In realtà io volevo una spremuta d’arancia, ma non l’aveva, allora una coca-zero, ma non l’aveva, allora una Sprite, e allora lei si è messa a ridere, perchè non l’aveva manco quella, e la sua risata era un po’ come una cascata di acqua fresca. E allora ho riso anch’io e le ho detto, cazzo, allora portami una stramaledetta birra, baby, che è da stamattina che ho il culo su quella moto.
Lei mi ha fatto un sorriso, si è girata e ho notato che aveva un culo che meritava di essere esposto pure quello nella cappella del Mantegna.
Ok, ma poi ripartite.
Si perchè non siete ancora contenti e vi fermate a Cremona.
Parcheggiate nella zona a traffico limitato e visitate il duomo e il torrazzo.
Uno più bello dell’altro.
Osservate un po’ in giro perchè è l’ora dell’aperitivo domenicale e volete capire se il terzetto che definisce Cremona, e cioè “Turon, Turas, Tetass” (torrone, torrazzo e tettazze) sia poi vero. Per i primi due, confermo. Per le tettazze, mi sembra che a Milano ce ne siano uguali, se non meglio.
Poi sono quasi le otto ed è ora di tornare, così date un’occhiata alla cartina e scegliete la strada che passa per Pizzighettone, Codogno e Lodi, in modo da non incontrare nessuno.
E il bello è che davvero non c’è nessuno nella campagna calda di fine luglio.
Nessuno, fino a Milano, ragazzi, dove spegnerete la vostra moto, che ancora una volta, ha fatto devvero bene il suo lavoro: una carezza sul fanale e una doccia.
Tutto, ok, per una domenica così.

Veri teschi, all’ossario di Solferino

23 luglio 2008
L’apocalisse a Casei Gerola
Ho capito cos’è che mi fa incazzare nel BMWista, ma in realtà in tutti i motociclisti assimilabili alla BMW come stile.
Stavo tornando dal mare lunedi mattina e mi stavo godendo una giornata piuttosto fresca per essere fine luglio.
Ad un certo punto mi sono fermato ad un distributore di benzina dove un tipo aveva aperto una specie di tour pack enorme della sua cazzo di moto argento metallizzato, che sembrava contenesse il magazzino di Union-Bike. Targa Genova, direzione Milano: mi taglio i maroni se non stava tornando in ufficio dopo il week end, come me. Un raid di 140 km sulla Serravalle, ragazzi. Roba da raccontarlo ai nipotini davanti al caminetto.
Il tipo era lì che ravanava tra cuffiette e sciarpine, doppi occhiali, doppi guanti e salvaschiena. Hai visto mai che a Casei Gerola viene l’apocalisse, sai…
Sono ripartito e tra le gallerie dell’autostrada dei fiori, il sole andava e veniva. Ok, a volte entravi in un tunnel con il sole e ne uscivi con il cielo un po’ coperto. Confesso che mi faceva pure piacere, che cavolo, con il calore del finesettimana.
Dopo un po’ mi hanno sorpassato tre BMWisti o forse Hondisti, già tutti con su la loro brava tutina antipioggia completa di soprascarpe. Caschi integrali, e con la visierona che si chiude, guanti al gomito, zip sigillate.
Non ci volevo credere: questi gufi del cazzo si stavano sciroppando un viaggio con la stramaledetta tuta, perchè probabilmente il loro GPS indicava che FORSE poteva piovere. Forse.
Poi li vedi fermi al benzinaio: un’ora per spogliarsi e poi cazzo, nessuno che metta più 5/6 litri per fare il rabbocchino al pieno.
Vanno in paranoia se la lancetta della benzina passa la metà del pieno e si devono fermare ogni mezzora per il rabbocco, la cuffietta, la sciarpina, l’interfonino. Minchia, manco avessero la prostata.
Ma vaffanculo, pensavo. Ma di che cazzo hai paura? Dico sei in Italia, in autostrada, con una moto che anche se gràndina non ti bagni perchè c’ha il parabrezza super aerodinamico e fa 28 km con un litro, e ti fermi ogni mezzora.
Mi sono incazzato perchè secondo me portavano sfiga, ecco.
E aggiungo che non sono solo i BMWisti a fare così: c’è anche un bel numero di arlisti-ragionieri che sono sempre pronti a cagarsi addosso per qualsiasi possibilità: la strada brutta, la strada stretta, la pioggia, la riserva, il garage dove mettere la moto, l’olio di quell’unica qualità, il cascone che deve essere anti aria e anti tutto, oddio non ho comprato gli adesivi dell’autostrada austriaca o svizzera…
Ma che cazzo.
Per una volta, dico, per una volta, rischia di bagnarti il culo, di arrivare in riserva, di dover uscire dall’autostrada per trovare una trattoria o un camionista che ti regali un po’ d’olio.
Cazzo, rischia di vivere la moto, per una volta…

18 luglio 2008
Le Polaroid
Ho capito che una moto non basta che sia bella, che abbia una sua personalità, che faccia sognare e che emozioni.
Deve anche essere fotografata in modo coerente al suo stile.
E le moto che piacciono a me, sono fotografate con la Polaroid.


17 luglio 2008
Afa
La camicia aperta svolazzava sulla schiena.
Sotto indossava una maglietta verde e un paio di pantaloncini militari. Sentiva l’aria calda accarezzargli i polpacci, molto vicini ai tubi di scarico surriscaldati. Le braccia tese stringevano il manubrio della moto e ad ogni curva sembrava quasi non muoversi, mentre la moto si piegava docile da un lato e poi dall’altro.
Un piccolo casco nero, un paio di occhiali da sole e leggere scarpe da ginnastica. La città era sua: deserta come mai gli era sembrata.
L’uomo sulla moto affrontava ogni viale ed ogni corso, come se fossero una pista sconosciuta. Dietro ogni curva sembrava esserci appostato l’ignoto.
Il volto dell’uomo era serio ma nascondeva una grande serenità interiore, anzi, a chi l’avesse osservato bene, poteva apparire anche un leggero sorriso.
L’uomo non voleva ancora tornare a casa. Nessuno lo aspettava, del resto. Fermò la moto davanti ad un grande supermercato. L’aria condizionata lo avvolse come un fantasma mentre avanzava nel reparto surgelati. Il magazzino era semivuoto a quell’ora.
Con un pacco da sei di birra Corona, raggiunse la cassa e appoggiò le bottiglie sul ripiano. Le mani di una ragazza di colore strisciarono le birre sullo scanner, mentre un paio di occhi scuri e profondi osservavano l’uomo dal basso verso l’alto. Le dita lunghe e affusolate presero la banconota e la riposero nel cassetto. C’era stato un contatto, un lieve e impercettibile contatto tra i due. L’uomo e la donna si guardarono negli occhi per un paio di secondi. Un paio di secondi in più di quello che ci sarebbe voluto per prendere il resto.
Mentre la donna lo seguiva con gli occhi, l’uomo si avviò verso le porte scorrevoli, senza voltarsi. Mise in moto e ingranò la prima. Un attimo prima di partire, al di la della vetrata un paio di occhi scuri lo stavano ancora osservando attraverso le ciglia truccate.
La moto acquistò velocità sul pavè sconnesso della via del centro. Nessuno lo aspettava a casa, e la città era sua. Il sogno poteva continuare: un breve sogno il cui catalizzatore era la moto, il silenzio della città e la solitudine di un martedì sera.
La città era Milano, la moto era una vecchia Harley-Davidson, e la ragazza nera… chissà.
Restavano le birre, legate alla meglio sul parafango, mentre facevano sentire il loro allegro tintinnio.
Il week-end è ancora lontano, sta pensando l’uomo mentre piega verso sinistra imboccando una piccola strada laterale. Un movimento d’anca, già fatto migliaia di volte, ed eseguito perfettamente, con il pesante cruiser che raggiungeva il suo limite di aderenza e sfregava le pedane con un latrato.
La famiglia, la sua quotidianità, la vita che amava, erano sospese per un po’, allontanate da lui dalla canicola estiva e dalle vacanze della scuola.
Solo per un po’.
Solo fino al prossimo week-end.
Le marce scalano fino in prima, rallentando la moto sul portone di casa.
Il motore Evolution borbotta in folle mentre la pesante porta di legno si apre lentamente.
Il week-end è ancora lontano, pensa l’uomo con un sorriso.
Chissà cosa sognerò domani.

13 luglio 2008
Paroads: sulla nuova rivista Low Ride
Ragazzi, dalla settimana scorsa è in edicola una nuova rivista biker-custom etc.
Si chiama Low Ride, e il Parodi è stato incautamente chiamato dal Direttore Giuseppe Roncen, per tenere una rubrica.
La sfida verso l’ignoto mi è sembrata interessante e cimentarsi in una rivista che aveva ancora tutto da creare e tutto da dimostrare era estremamente stimolante.
Beh, la faccio breve, qui vi allego la mia prima column, che per ogni mese, verrà accompagnata da una foto in B/N del nostro Luca Garella.
Se ne avete voglia, fate un giro in edicola, e poi ditemi cosa ne pensate.
E’ tutto ancora in evoluzione e i vostri suggerimenti sono preziosi.

3 luglio 2008
The Real Thing
Depia 3%er e Parods3%er
1° Parte
Finalmente è arrivata, oggi stesso corro in concessionario a prenderla e non vedo l’ora.
bella bella bella, adesso manca solo qualche piccolo ritocchino ed è pronta per sfrecciare in strada
per prima cosa le borse rigorosamente di cuoio con le frange lunghissime in stile cantante tex-country
poi due belle marmitte lucide e cromate, meglio se di cromo vanadio ma anche il mercurio cromo se è il caso si presta all’opera
togliamo i silenziatori
una sella un pò cattiva
il portapacchino dietro per quando vado in palestra
un bel manubrio largo e meglio se alto e tamarro
giubbino smanicato in pelle di ordinanza con su le pezze dell’ultimo raduno a Corsico
infine abs, accessione elettronica e computer di bordo
Ed eccola la mia Shadow finalmente è pronta… l’ho pagata solo 3500 euro ruote escluse poi con una piccola integrazione di 14.700 euro di accessori l’ho resa praticamente identica ad una Harley!!!

2° parte
In città la mia Shadow è una figata, ragazzi.
Ci giro come un bullo, tutti mi guardano, e sono più grosso e cromato della media delle custom.
Giro in centro, poi scatto in periferia, mi fermo ai semafori e mi guardo nelle vetrine. Faccio gran scena e un pacco di ragazze si girano mentre passo.
Poi però sento in lontananza un rombo ancora più profondo del mio. Mi giro e vedo passare un’altra custom, piccolina eh, mica una Electra o un Road King.
Un robino da niente, ma con un’apparenza compatta e solida. Il tipo a bordo ha un’aria scontrosa e pettinata ma la moto è veramente bella, cazzo. Mi sa che si chiama 883 o Sportster o qualcosa del genere.
La moto mi passa via e io resto li a cavallo della mia Shadow iperaccessoriata. Nello zainetto ho un set di fanalini con i colori del Real Madrid appena comprato, da montare sul parafango anteriore. Ingrano la prima e mi avvio verso casa.
Ma qualcosa è colato giù nel profondo dell’anima, e il rumore della Shadow, quasi non lo riconosco più….

3°parte
Arrivo a casa e mi guardo allo specchio.
Quasi quasi, provo a vedere quanto mi danno per la mia Shadow (già un po’ meno mia, per essere onesti).
Guardo sui Moto.it, sbircio su Secondamano.
Cazzo, dopo tre mesi vale già la metà del prezzo.
E gli accessori mi dicono che posso infilarmeli la dove non batte il sole.
Contando tutto, ho speso MOLTO di più del tipetto che si è comprato la 883.
Forse ho fatto la cazzata

4° Parte
Ho raggranellato duemila euro dalla vendita della Shadow, cazzo.
Le lampadine con i colori del Real me le hanno lasciate, mi sa che le attacco sul lunotto posteriore della Prisma, vicino ai cuscini dell’Inter.
Poi ho venduto la bici da corsa, l’I-pod e il cane, e sono a tremila euro. Il resto lo finanzio con un amico di mio cugino che abita a Baggio.
Ma eccomi davanti alle Belle Vetrine delle Belle Motociclette.
E, cazzo, sono davvero belle. E là in fondo, c’è pure la mia: una 883 usata, di sette anni.
E’ Euro Zero, ha la sella ricoperta di pelle verde e un teschio spaccato da un martello, aerografato sul serbatoio. Vabbè.
Al limite forse l’unica cosa è che è giallo canarino. Ma vabbè.
Mi han detto che è appena arrivata e che se la voglio mi devo sbrigare che han già la fila fuori. Io sono tornato per un mese tutti i giorni a rivederla, dalle Belle Vetrine. Ma era sempre là.
Ma adesso è mia finalmente.
Datemi questa stramaledetta chiave e fatemela partire, che devo ripassare davanti al mio bar, là dove quel tipetto della 883 mi aveva passato.
Datemi l’Harley, al resto ci penso io.

5° parte
Me ne vado in giro per Milano con la mia Harley.
Addosso ho un nuovo gilè, con le pezze del MilanoCiapter. Mi han detto che sono già full member, e mi hanno fatto i complimenti.
Io non ho capito bene, penso che sia come quando ho comprato la Prisma che ti regalano l’abbonamento all’ACI, e ti danno il gilè fosforescente per quando fai gli incidenti.
Vado avanti e indietro con questa nuova Harley, e mi sento veramente un baicher.
Mi han detto che i baicher son quelli che hanno l’Harley e il gilè con un mucchio di stemmini, e lì in Via Nicolino, è pieno così, di baicher.
Anch’io mi sento un po’ un baicherino, e infatti appena arrivato mi hanno subito accolto nel Ciapter come se fossi uno di loro.
Uè ciao bello, Uè ciao caro.
Cazzo, tutti che si stringevano la mano come nei video di Eminem.
Beh non avevo ancora la pezza con il nome scritto sopra così nessuno mi chiamava per nome , ma andava bene così.
Si vede che i baicher non si ricordano mai i loro nomi.

6° parte
Cazzo è passato un altro mese, la mia fantastica moto 883 originale mi costa in manutenzione come la Swan Nautors a vela da 35 metri del tipo di Baggio che mi ha prestato i soldi e che, tra parentesi, adesso li rivuole indietro.
I tipi del Ciapter mi hanno sfanculato perché sono arrivato in ritardo tre volte, al “Viva la trippa e fagioli run”, “Alla pesca d’argento super run dei quattro fiumi” ed infine al “Compleanno della moto del dealer Run”. Niente pezza niente ciapter.
Adesso giro come un pirla da solo e anche i miei vecchi amici con le Shadow mi schifano perchè mi dicono che la mia moto funziona di merda e, a parte il rumore, è veramente un cancello, non frena, non va e spesso perde pure olio dalla coppa.
Cazzo, io quasi quasi questa cazzo di Harley me la vendo, torno la dove vendono le Belle Motociclette e gli dico se se la riprendono.

7° Parte
La dove vendono le Belle Motociclette, la mia fantastica 883 l’hanno ritirata al 40% in meno di quello che l’avevo pagata due mesi prima dicendomi che mi facevano pure un gran favore perchè era appena uscito il modello 2009 e adesso la mia la potevo giusto rottamare visto che non aveva i nuovi “Super armonizzatori – CASCADE R° per terra – 2009.
Adesso con i duemila euro che ho recuperato mi sono comprato un TMAX usato di 5 anni da un tipo del Giambellino.
Mi sono già iscritto al Yamaha-Club e forse l’anno prossimo ci portano tutti a fare il giro della Tunisia.
Questo è finalmente il mondo che amo!

1 luglio 2008
Down in Louisiana close to New Orleans
Una moto e una chitarra possono bastare.
La tua moto e la tua chitarra.
E se ci pensi, sono quasi sessant’anni che i nostri sogni sono fatti di asfalto e rock’n'roll.
Entrambe le cose possono essere un simbolo di pace, di guerra, di fuga, di amore, di libertà, di dramma e di morte.
Strade infinite di fronte a te e alla tua moto, e il riff più semplice e più fondamentale che una chitarra abbia mai suonato: il rock’n'roll.

29 giugno 2008
Ciucciami-il-calzino
La risposta è un qualcosa che si da solo a chi se la merita,
Robertoparodi mi sta simpatico ,
mai visti , mai inculati , nessun grande run a farci da sensale,
però parole che legano
valori in parte condivisi,
un’amicizia che un avolta si sarebeb chiamata: epistolare.

Io sono il TIZIO di Via Nicolini,
pensavo di conoscere il mondo harley,
so smontare un motore con la limetta delle unghie e cottonfioc,
conosco i “sistemi” del rispetto e della strada,
dei colori e backpatch,
sono duro e sputo e rutto,
ma non ero preparato a Nicolini Street lo confesso ,
mi sono squagliato come neve al sole

ho ascoltato
ho osservato
ed ho capito che lì vendevano altre moto,
non la mia.

Uscendo da quel bellissimo posto ,pieno di bellissime moto(non ricordo di quale marca) ,
di belledonne, di gente che sapeva tutto , con gilet e cayennne d’ordinanza,
ho fatto subito due cose:
una scoreggia , che mi ero trattenuto enfiandomi mostruosamente per tutto il tempo della visita,
chè in quell’aria pura e senza altro rumore che lo struscio delle Amex Oro
sarebbe risuonata come la carica di Balaklava,
ed un messaggio ad una persona cui avevo
voglia di esprimere il mio stato d’animo
del momento :
Robertoparodi:ciucciami il calzino

cazzo
mi sta proprio simpatico quel Parodi lì

suerte
Il TIZIO

www.malavidas.blogspot.com

23 giugno 2008
Tutta mia la città

Un deserto che conosco, dove mi perdo e mi ritrovo, in un “non luogo” dove esiste solo un uomo su una motocicletta.
Quattro foto di una domenica mattina col Garella.
Nella città deserta di inizio estate.

Foto di Luca Garella

20 giugno 2008
Palestra del BMWista
Dietro di me ci sono due tipetti del cazzo.
Sono li con le loro canottiere con sopra scritto Waimea, e Surfing Girl e robe del genere.
Dovrebbero fare pesi e spaccarsi il culo, ma non fanno un tubo.
Uno è un piccoletto con un mentone pazzesco e gli occhi vicini, che sembra un ciclope. L’altro invece sembra un albanese, con tuta nera dell’adidas, un po’ metallizzata, non so se avete presente.
Parlottano di moto mentre si trascinano da una panca all’altra come due anime in pena.
La palestra è semivuota e purtroppo non posso evitare di sorbirmi le loro cazzate.
Uno dei due tipetti sta per comprarsi una moto o qualcosa del genere. Il modello si chiama GT RSZX KYZ ZTR XXX GT e capisco che è una BMW del cazzo.
In realtà lo capisco ascoltando i commenti: una serie di luoghi comuni sulle BMW da lasciarti secco.
– Certo che sono più affidabili
– Certo che non si rompono mai
– Certo che sono perfette su ogni terreno
– Certo che ti portano dappertutto
– Certo che la meccanica tedesca…
– Certo che i due cilindri contrapposti…
– Certo che tengono il prezzo.
Sto per vomitare, ma cerco di concentrarmi sui miei stramaledetti esercizi.
Ma tu, lo fai qualche giro? Uno chiede all’altro.
Ehhhhh sapessi, i giri che faccio! Per esempio, questo week end, che c’ho la famiglia al mare, vado a Genova e faccio la Serravalle…
Minchia, penso io.
E il tipetto continua: Insomma, sai con le nostre moto bisogna andare, mica stare li a fare i giretti sulle stradine del cavolo.
Poi uno fa, beh a dire il vero c’è qualche ARLISTA che ogni tanto mi propone di andare con loro a MAGNARE da qualche parte, in duecentocinquanta moto. Ma io sai cosa gli dico tutte le volte: “Uè ragazzi, io verrei anche, ma vorrei mettere anche la terza , qualche volta…” eh ehe eh? eh? eh?
Aaaaahhhhhh!!!, l’albanese si cappotta dalle risate – Ahhhhh ahhh, è vero, è vero – conferma – e poi con le moto ci piace fare anche un po’ di curve eh? Mica sempre andare dritti eh?-
I tipetti sono deliziati dalle loro facezie.
Io passo alla panca senza dire un cazzo e trattenendo un urlo disumano.
Un tipetto poi dice.
Sai, il fatto è che io non vado MAI in moto: in città, scooterone fisso, e al week-end sempre in macchina con moglie e figli.
E l’altro dice, certo, anch’io, ma è bello averla lì
Certo, certo, si confermano a vicenda.
Adesso la uso due o tre volte, poi è già finita l’estate.
Eh già.
I tipetti escono dalla zona pesi, convinti di aver condensato in due parole la filosofia del perfetto motociclista.
Beh, forse non quella del motociclista, ma sicuramente quella delle due fazioni più insulse dei motociclisti milanesi: il finto BMWista e l’ARLISTA da gamba sotto il tavolo.
Adesso, per me, doppia razione di pesi.
Per far passare l’incazzatura.

19 giugno 2008
Il tipo
C’è un tipo che voleva comprare un’Electra Glide Ultra in Numero Uno, a Milano in via Niccolini anche detta “Niccolini Street, la via delle Belle Motociclette”.
Questo tipo è un tipo strano però simpatico.
Si potrebbe dire che viene dalla provincia, anche se la provincia da cui viene lui è più grande del 95% delle città italiane, ma tant’è.
Questo tipo è uno che ha i suoi principi.
E dopo un mucchio di tempo con il culo su uno shovel-head, si è rotto le palle, l’ha venduto ed è rimasto un po’ a pensarci su.
Come spesso capita quando molli una bruna nervosa come una gazzella, dalla pelle nera e levigata e dai capelli lisci del colore della notte, ti viene una irrefrenabile voglia di scoparti la più burrosa delle bionde, con tette sconfinate, pelle candida e liscia, e dolci occhi azzurri.
Così questo tipo – un po’ stupito da questi strani e nuovi impulsi che il suo spirito di motociclista gli faceva provare – ha incominciato a cercare questa Valeria Marini delle Harley, che più confortevole e luccicante non si potesse.
E l’ha trovata piuttosto facilmente, a Milano, nella “Concessionaria” storica.
Ci è pure andato, con i suoi soldini in tasca e la migliore volontà di concludere l’affare.
Ma le cose non sono mica andate così.
Sopraffatto da tanta professionalità, da tanta tradizione, da tanto venditore/trice, da tanta bellaggente che girava attorno a lui, da tutti quei gilettini pieni di pezze e stemmoni, oppure probabilmente da tanta che era quella benedetta Electra Glide Ultra, con la sua iniezione, il tour pack, le casse per la musica, l’abs e sa-il-cazzo-cos’altro…
Insomma, il nostro tipo si è fatto sballottare un po’ da tutte queste cose.
Dovete sapere che lui non è uno di quelli che quando entrano nei posti incominciano a dire a tutti chi è, quello che ha fatto, quello che sa.
No.
E’ uno di quelli che stanno zitti.
E ascoltano.
Ascoltano tutto quello che gli viene detto; valanghe di parole, di avverbi, di aggettivi. Di Ride Free, di tradizioni-che-qui-se-ne-respira-il-profumo,-vero?
Di solito non risponde a tutto quello che gli viene detto.
Lo fa solo a quello che secondo lui, merita una risposta.
E sono poche cose, se ci pensi.
Beh, là in mezzo nessuno sapeva che aveva a che fare con uno che fino a ieri aveva girato su un ferro shovel tenuto insieme da bestemmie e fil di ferro.
No.
Così si è fatto trattare come uno qualsiasi, come uno della bellagggente.
E tutto ciò gli è servito, come serve sempre ascoltare e riflettere in silenzio.
Non ci crederete, ma non l’ha mica comprata quell’Electra Glide Ultra, in Niccolini Street, la Via delle Belle Motociclette.
Credo che abbia comprato un’altra moto.
In una concessionaria dalle sue parti, molto più piccola e con molto meno profumo di tradizioni.
Credo che abbia comprato una Night Train.
A carburatore, penso…

18 giugno 2008
L’attimo
C’è il sole, finalmente.
Esco di buon mattino per andare a salutare il Magni e scambiare due parole.
Poi passo da Gomma-Corvetto per comprare un rotolo di gomma da sistemare sulle forcelle quando piove (non sapete lo schizzo che riesce ad alzare la mia Avon-MKII, che ormai uso costantemente senza parafango).
Il sole mi mette di buon umore anche se tutti guardano a questa bella giornata con la prudenza contadina di chi è già stato fregato troppe volte.
Tempo bastardo, medito tra me, mentre freno sul pavè (asciutto) di Corso Lodi. Tempo bastardo, adesso non mi freghi più.
Il rotolo di gomma appena preso, dovrà essere piazzato con il velcro sulle forcelle, e muoversi con le sospensioni. Una roba mica facile, in effetti. E con buone probabilità che non funzioni. O che sia veramente inguardabile, come molti dei miei lavoretti del cazzo.
Ma si tratta solo di uno stratagemma temporaneo, per salvarsi dalla pioggia improvvisa. Che so bene, non tarderà a ripresentarsi. Bastarda.
Nel frattempo arrivo a Porta Ticinese: semaforo rosso, e infilo il passaggio per i tram. Mi fermo praticamente sotto le colonne dell’antica porta.
E lì arriva il momento che potrebbe rovinarti la giornata, o il mese.
Sto per bruciare anche il segnale di “Tram fermo” e ributtarmi nel traffico, quando, a DUE METRI DA ME, vedo due vigilastri che hanno appena parcheggiato le loro maledette moto bianche e i loro caschi in perfetto stile Balle Spaziali.
Un brivido mi percorre la schiena mentre, con lo sguardo fisso davanti, li tengo sotto controllo con la coda dell’occhio.
Non ho praticamente NIENTE in regola, come gli affezionati lettori del sito ben sanno.
Moto in folle, il motore borbotta tranquillo, è rosso.
Non ho le frecce posteriori, non ho il parafango
Pot pot pot pot
Non ho allacciato il casco che – by the way – non è neanche omologato
Pot pot pot pot
Ho solo uno specchietto, e non ho le frecce anteriori
Pot pot pot pot
Lo scarico è aftermarket senza omologazione
Pot pot pot pot
Dopo tre ore è ancora rosso, ma la mia fortuna è che i vigilacci vanitosi si devono sistemare tutte le loro stramaledette cosine prima di incominciare a spaccare i culi.
E lo fanno con la massima calma: si tolgono il cascone, si mettono il berrettino alla Capitan-Miki, si infilano i loro occhialetti del cazzo alla Miami Vice, tirano fuori le loro belle palette e i taccuini. Ogni tanto mi guardano.
Pot pot pot pot
Intanto è sempre rosso, ma io non ce la faccio più.
Ho la sensazione che il mio bonus di culo stia scadendo e allora, quando viene verde dall’altro lato della strada, me ne sbatto e parto anch’io, nonostante il segnale di “Tram Fermo” ancora sul rosso.
Fanculo ragazzi, meglio rischiare una multa recapitata a casa, che sottoporsi a un controllo a raggi X da parte di due vigilazzi. Probabilmente anche omosessuali.
Non dimentichiamo che l’occasione va presa al volo … e prenderlo in culo, è veramente un lampo.

13 giugno 2008
38°
Ho trentotto di febbre.
E’ venerdi tredici, tra l’altro, e oggi non se ne parla di stare a casa.
E’ da una settimana che mi trascino sottacqua con una serie di impegni che continuo a posporre e che oggi mi si sono ripresentati tutti in un colpo.
Durante la notte il cervello era in loop da temperatura e ho sognato la stessa cosa tutta la notte, come mi capita spesso: un’assurdo lancio di baseball che non riuscivo a colpire.
Strike, strike, strike…
Per tutta la notte, immaginati un po’.
Mi sono svegliato, ho misurato la febbre ma già sapevo.
Tè, giacca, cravatta. Già tre chiamate sul cello.
Adesso come ci vado in banca?
Taxi? Macchina? mi faccio portare?
Mentre rifletto dallo specchio mi fissa la faccia di uno piuttosto fuori forma per essere mattina alle otto e mezza.
Cacchio, non ci si può svegliare e avere di fronte una giornata con solo rotture di coglioni.
Non si può non avere neppure una cosa che ti faccia fare quel piccolo balzo al cuore.
Stringo la cravatta e gli occhi a mezz’asta si ravvivano per un attimo.
Il tempo è cupo, ma ho bisogno di abbracciare qualcosa di eccitante. A parte Donna Giovanna, naturalmente.
Mi butto addosso la Belstaff che puzza di grasso impermeabile e di vecchi giri, due foulard, maniche ben chiuse.
La mia moto è li che mi aspetta.
Cosa potrà mai capitarmi se la prendo anche oggi?
Si ok, ho un po’ di febbre, ma non si può pretendere: del resto oggi è venerdi 13.

9 giugno 2008
Noi visti da loro, (secondo episodio)

Omar, il pastore del deserto: è nata una star
Del Depia 3%er

Ciao cara, ti ho già raccontato della volta in cui si sono fermati i tre tipi con la moto?
Beeeh Beeeh
va beh, chi se ne frega, te la racconto ancora
Beeeh Beeeh
era un caldo pomeriggio di fine Aprile e come al solito con Azuz ci siamo fermati al tubo per far bere il gregge.
Beeeh Beeeh
ad un certo punto mentre stavo dandomi una rinfrescata vedo passare a tutta birra tre fantastiche moto
Beeeh Beeeh
brum brum brum giusto tempo di vederle passare… rumorose come una jeep smarmittata dell’esercito…. brum brum brum erano già sparite
Beeeh Beeeh
sono andato avanti con la mia bella doccia perchè è veramente un godimento farsela all’aperto nel deserto…. il fresco dell’acqua spegne il fuoco caldo del cammino, della sabbia e del sale.
Beeeh Beeeh
beh, non avevo ancora finito che, tempo tre minuti, i tre tipi con le tre moto erano tornati indietri indietro attratti dal tubo e stregati dall’acqua come i legionari nel film ‘Totò e Cleopatra’.
Beeeh Beeeh
il primo a lanciarsi è stato il più grosso, quello con la moto arancione. Per Allah, sembrava Clark Kent: si è spogliato in un secondo e come un Superman nella sua tutina di peli si gettato sotto il tubo dell’acqua in mutandazze.
Beeeh Beeeh
il secondo è stato il più basso che però non si spogliato del tutto. E’ rimasto in jeans e a petto nudo… che strano forse si vergognava…. avrà avuto sicuramente il cazzo piccolo
Beeeh Beeeh
il terzo ad arrivare sotto il getto e stato quello con la moto giapponese….ci ha messo un po’ a spogliarsi…. capisci, vista la panza non doveva essere uno proprio agilissimo.
Beeeh Beeeh
cazzo continuavano a fare foto ed urlare eccitati come dei bambini davanti ad una montagna di regali.
Beeeh Beeeh
mi sono rivisto nei loro occhi, avevano la mia la stessa eccitazione il giorno in cui Azuz mi ha regalato il primo agnello …. fantastico, fantastico, grande, grande, continuavano a ripetere!!!
Beeeh Beeeh
ci siamo fermati a parlare e anche se il mio francese non è fluentissimo, siamo riusciti a capirci
Beeeh Beeeh
pensa che mi hanno detto che le loro moto costano come 100 agnelli
Beeeh Beeeh
mi hanno fatto un casino di foto e alla fine il tipo con la moto giapponese ci ha anche fatto fare un bel giro fino al villaggio.
Beeeh Beeeh
il tipo con la moto arancione invece mi ha promesso che mi avrebbe spedito le foto, ma per ora non ancora ricevuto niente.
Beeeh Beeeh
sicuramente ci sarà stato un problema con la posta perché lui mi sembrava uno di parola.
Beeeh Beeeh
magari adesso le mie foto stanno facendo il giro del mondo e magari potrebbero finire nelle mani di qualche regista famoso
Beeeh Beeeh
magari un giorno i tre tipo torneranno con la macchina da presa e mi diranno. -Ehi tu Omar, si proprio tu. Sai che sei bello come quel famoso attore americano, Clark Gable-
Beeeh Beeeh Beeeh Beeeh
ho capito, ho capito, ho capito la faccio corta… dai girati adesso…. dai su fai la brava…. dai stai ferma…. ferma…. brava così, si così…. oh così, sììììì
Beeeh Beeeh Beeeh Beeeh Beeeh Beeeh !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

6 giugno 2008
Distanziali
Tempo di cambiare i dischi dei freni anteriori.
Avevano 10 anni, e si sono un po’ ovalizzati. Direi che hanno fatto il loro mestiere e ho ordinato dal Magni un paio di dischi nuovi.
Le pinze del FLHR sono già flottanti quindi l’efficienza è assicurata.
Il Magnus mi dice di fermarmi qui, tanto ci mettiamo dieci minuti. Va bè. Con l’aiuto del Gigi, la ruota anteriore viene via con un paio di martellate. I gambali sono leggermente storti, regalo di un bel volo di ritorno da un passato Elefante, e fanno fatica ad abbandonare la ruota.
Ma ce la si fa e in poco tempo i nuovi dischi sono riassemblati.
Tuttavia qualcosa sembra non andare per il verso giusto, quando Daniele cerca di riavvitare la pinza destra. Il disco stride e fa rumore, la ruota non gira libera.
Si risvita tutto, si ingrassa , si olia il perno flottante, si agevolano le viti. Si richiude, e la faccenda sembra migliorare ma in realtà non è così.
Mi sembra che la ruota giri meno liscia di prima ma non dico niente.
Anche il Magni non sembra soddisfatto, fino a quando, il vecchio Gigi, rimettendo a posto gli attrezzi… trova una rondellina. Un piccolo distanziale di qualche millimetro di spessore, un oggetto che non c’è nel gruppo perno/gambale originale, semplicemente perchè nel mio caso il gambale è reduce di una castagna contro l’asfalto svizzero, da cui è stato rimesso in forma proprio con l’aiuto di quel dispositivo.
Vengono chiamati in causa diversi santi e loro parenti, mentre il Magni rismonta tutto.
Ma questa volta è più rapido anche se il distanziale rende più difficile il montaggio.
Ma alla fine ci siamo. La ruota gira bene e la moto… non frena un cazzo.
Ci metteremo qualche chilometro per assestare le nostre pinze alle nuove superfici.

In your shoes
Fermo al semaforo, al mio fianco c’è una jap indefinibile, quelle robe tipo Hornet o simili, di cui non si capisce marca, modello e via dicendo.
Alla guida, un tipo che volendo proteggere il prezioso mocassino sinistro dal selettore delle marce … ha indossato sulla scarpa un bel calzettone bianco (ingrigito dal tempo) in stile basket.
Calzato a mezza scarpa, ovviamente, con il tacco fuori.
Un incrocio tra uno scaldamuscoli e il look barbone-del-PAM.
C’è di peggio?

5 giugno 2008
Vapore
Vi siete appena messi la vostra stramaledetta tuta.
Alcuni, come me, si sono messi solo i pantaloni, perchè sopra hanno la Belstaff che – in teoria – dovrebbe tenere la pioggia.
Vi siete fermati sotto un ponte dell’autostrada, o sotto la pensilina di un distributore di benzina.
Prima di decidervi a farlo, avete sperato per circa cinque chilometri che si trattasse di una nuvola passeggera.
Ma non lo era.
Dopo sei chilometri lo avete capito anche voi, e avete subito l’ira funesta dei vostri compagni di viaggio che già volevano fermarsi al ponte prima.
Ok, ok, quante storie, ci fermeremo al prossimo.
Peccato che state attraversando le grandi pianure del Wyoming e non ci sono più ponti, neppure levatoi.
A questo punto vi andrebbe bene anche un ponte di barche, anche perchè la moto sta praticamente galleggiando, quando finalmente compare mezza tenda della bottega di un droghiere di paese, sotto la quale vi assiepate una moto sull’altra.
Infilate la tuta contorcendovi e senza togliervi gli stivali. Saltellate su un piede, perdete l’equilibrio e vi appoggiate sul tubo incandescente della moto a fianco. Il casco rotola a terra in una pozzanghera.
Lo stesso fanno i guanti.
Rimontate in moto con la visiera – o la bolla – che si sono immediatamente ricoperte di condensa.
Si perchè piove, ma in realtà fa anche un caldo tremendo e tutto immediatamente incomincia ad esalare vapori come se foste in un bagno turco.
Riprendete il viaggio con l’umore fosco come il cielo.
Le mani sono bagnate dentro i guanti perchè non vi eravate portato quelli impermeabili.
Anche la parte anteriore dei pantaloni ed il cavallo sono abbastanza bagnati, così i panta impermeabili creano un microclima perfetto per la coltivazione di muschi e licheni.
Avete chiuso con cura tutti gli automatici e tirato su tutte le zip (a questo punto, tra giubbotto, giacca , felpe e impermeabili, ne avete almeno quindici).
Tutte meno una: quella che agevola uno spiffero tra la nuca e la spalla, che si insinua immediatamente tra la scapola e la cervicale.
Con qualche goccia d’acqua.
Una ogni cinque minuti, circa.
All’improvviso il cielo rompe e le nubi si squarciano per salutare un sole di giugno già in fase vespertina.
I raggi tagliano il cielo terso e raggiungono i vostri occhi come pugnali.
Non vi eravate rimessi gli occhiali, visto che sembrava la notte di Noè, ed ora la scontate.
In tre minuti il processo di evaporazione raggiunge il culmine.
I campi sembrano fumare vapore acqueo, la strada brilla di lucido e pulito e la vostra tuta vi trasforma poco a poco in un wurstel.
Siete orrendi, sudate e strizzate gli occhi ridotti a due fessure.
La moto va troppo forte per le gomme che avete, e che dovevate cambiare la settimana scorsa, quindi non vi sentite per niente tranquilli.
Cercate una piazzuola per spogliarvi, decelerando e guardandovi intorno.
Siete incazzati e scomodi, state perdendo tempo e siete in ritardo sulla tabella di marcia.
Già sapete che la tuta o i panta non rientreranno nello stramaledetto sacchettino nero della Tucano e così faranno le soprascarpe.
Dovrete legarvi tutto sul ragno e sembrerete dei barboni o al limite dei Pony Express peruviani.
Ma il sole è sempre più alto e le nuvole pare davvero che non ce la facciano ad avere la meglio.
Nessuno parla mentre cercate di ri-insaccare tutto.
Vi rialzate e piazzate le chiappe nei jeans umidi sulla vostra sella, umida anch’essa.
Dalla terra si alza un lieve profumo di pioggia ed erba bagnata, mentre il motore spento ticchetta ancora caldo.
Dietro di voi qualcuno ha già acceso e vi si avvicina in prima.
Distrattamente i vostri sguardi si incrociano dietro gli occhiali da sole.
Un cenno: Ok? Ok!
E’ venerdi sera, ragazzi.
E abbiamo tutto il week end davanti.

27 maggio 2008
10 secondi di sensazioni
Sono in un resort meraviglioso. Praticamente l’albergo e’ un borgo medioevale e le stanze sono le casette. Per entrare nella mia devo fare un vicoletto e salire al primo piano. La mattina il tempo era soleggiato adesso un meraviglioso temporale primaverile con tuoni e lampi.
Mi sono gia’ fatto una fiorentina con l’osso da un chilo e mezzo (in due…).
Che meraviglia.
380 cazzo di km sulla moto in quattro ore ma ne e’ valsa la pena. Adesso devo cercare di ficcare un paio di bottigle di Brunello nella borsa sul parafango.
Una per un mio collega che mi sta’ aiutando e una per il Parods domani sera.
Ciao,
Luca

26 maggio 2008
Noi visti da loro
Incominciamo una serie di brevi racconti frutto di un’idea del Depia.
Noi visti da loro.
Come ci hanno visto le persone che abbiamo incrociato, con cui abbiamo interagito, che abbiamo fatto emozionare o che ci hanno emozionato, nel corso dei nostri viaggi.
Ovviamente si tratta di pure ipotesi, un gioco finalizzato a capire veramente ciò che le persone hanno dentro, anche se nessuno mai potrà dirci se abbiamo azzeccato oppure se non ci abbiamo capito niente.
Ripensandoci, forse più di un gioco, ma qualcosa di più importante: uno sforzo vero per metterci nelle scarpe di chi ci incrocia, ci sente e si ferma un attimo a guardare tre viaggiatori che attraversano la sua terra su tre arnesi piuttosto rumorosi.
Spesso tutto ciò dura solo un attimo, per poi tornare alla vita di sempre, mentre una nuvola di polvere si alza dietro le nostre tre moto che continuano per la loro strada.

Io, Azuz, meccanico di motorini, in un villaggio tra Tunisi e Le-Kef
Del Depia3%er
Domenica 28/04/2008 verso le sei del pomeriggio un forte frastuono meccanico ha riempito la strada principale del mio villaggio a metà strada tra Tunisi e Le-Kef.
Non era il solito catorcio con la marmitta bucata e anche se il rumore di fondo era pressochè lo stesso, il suono era diverso più pieno e armonioso.
Non riuscivo a credere ai miei occhi, pazzesco, tre moto così non si erano mai viste dalle nostre parti… tre moto da televisione.
Tre moto da sogno per un ragazzo come me che passa le proprie giornate a riparare motorini Peugeot 50cc in mezzo al grasso nel mezzo della Tunisia.
Tempo pochi secondi e le ho viste scavallare il discesone che porta verso la fine del villaggio: cazzo, testa bassa e gas al massimo mi sono lanciato all’inseguimento volevo vederla da vicino. Avevo raggiunto uno dei tre che era rimasto più indietro, isolato, mentre gli altri due procedevano lentamente affiancati ed erano giù in fondo alla discesa vicino al benzinaio.

Non ho capito cosa sia successo veramente, ero troppo lontano per vedere bene ma vi assicuro che è stato un attimo, un lampo, una frazione di secondo e il primo in testa ha iniziato a rotolare per terra mentre la sua moto sbatteva sul lato sinistro. Come tutto il villaggio, mi sono precipitato a vedere cosa era successo a quei tre strani tipi che si agitavano in mezzo alla strada.
Il brunetto che era rabattato per terra aveva la faccia affranta mentre gli altri due increduli cercavo di controllare che la moto non avesse subito troppi danni.
Il motore girava ancora, ma qualcosa non andava… le facce si erano incupite mentre smanettavano con delle chiavi inglesi sulle leve in basso. Mi sono avvicinato e anche se parlavano una lingua strana ho cercato di fargli capire che potevo aiutarli.
Non mi hanno nemmeno preso in considerazione anzi il più basso continuava a ripetere per allontanarmi “Si, Si, Si, grazie grazie, shukram, shukram”.
Ho fatto finta di niente e testardamente a gesti e in arabo ho cercato di fargli capire che ero “un vrai mechanique” e magari potevo aiutarli.
Dopo circa dieci minuti si sono resi conto da soli che il guaio era serio e che smollare le tre leve non era stato sufficiente a sbloccare la moto.
Le facce a questo punto era proprio tese e proprio mentre i toni salivano, il più alto si è girato verso di me e guardandomi negli occhi a gesti mi ha fatto la domanda: -Ehi tu sei un meccanico? Si? Bene: allora andiamo, nella tua officina!-. Ok, Ok, continuo a rispondere mentre una parte dei ragazzi li attorno inizia a prendermi per il culo, e altri mi gridano – Lascia stare che ti metti nei casini -.

Adesso nella mia officina la pressione attorno me si faceva veramente pesante. Da una parte c’erano i tre tipi che si aspettavano il mio aiuto, dall’altra tutti i ganzi del villaggio che nel giro di dieci minuti si sono fiondati da me e iniziavano a prendermi per il culo insieme ai bambini che rompevano le palle.
Per fortuna la meccanica del mezzo era talmente elementare e simile ai Peugeot anni 70 che smontavo tutti i giorni che, nonostante la pressione, nel giro di pochi minuti il cambio di quella cazzo di moto era aperto davanti a me. Adesso dovevo solo capire cosa si era bloccato e quindi non era ancora il momento di alzare la testa per guardare in faccia quella merda di Aziz che si era precipitato in officina solo per scherzarmi.
No non era il pignone e nemmeno la ghiera che regola la primaria..cazzo..cazzo..cazzo..cazzo.. Ma eccola qui: vista!… era proprio qui davanti al mio naso: una piccola e stupida molla.
Si, era proprio la molla che fa scattare la frizione che si era staccata ed ora penzolava all’interno del cambio.
Adesso la moto era tornata a girare e il cambio a funzionare e nel giro di venti minuti avevo chiuso tutto ed ero pronto a rialzarmi.
Aziz aveva smesso di parlare e il resto dei ragazzi avevano fatto un passo indietro e iniziavano a battermi le mani, davanti ai complimenti dei tre, anche se non li capivo.
Che soddisfazione, godevo come una bestia, ma non era ancora finita.
Infatti il tipo della moto dopo esserci salito e aver provato il funzionamento del cambio mi ha guardato in faccia e a gesti mi ha detto – Provala-.
Non ci ho pensato un attimo, la prima in basso tutte le altre in altro e sono partito.
Nel giro di pochi minuti mi sono trovato davanti alla casa di Aisha (tanto Aziz era davanti alla mia officina), ho suonato e lei si è affacciata, mi ha guardato negli occhi come non aveva mai fatto e mi ha sorriso.
Ho rigoduto come una bestia e aprendo il gas ho ingranato la prima per fiondarmi nel centro del villaggio. Suonavo e salutavo tutti, soprattutto quelli che mi stavano sul cazzo.
E’ stato un momento meraviglioso e anche se solo quindici minuti.
Quando sono tornato in officina il tipo della moto aveva una faccia un po’ incazzosa, forse mi ero preso troppo tempo, ma ero sicuro che non mi avrebbe detto niente perchè era il giusto premio meritato, forse di più del denaro che dopo qualche minuto mi avrebbe messo nella mano.
Mi hanno fatto un mucchio di foto in sella alla moto, ed era già l’ora che i tre riprendessero il loro viaggio ed io riprendessi la mia vita da meccanico di un paesino tra Tunisi e Le-Kef… anche se da oggi sono un grande meccanico di moto tra Tunisi e Le-Kef… penso mentre guardo l’ingrandimento in bianco e nero, laggiù sul muro in fondo all’officina.

20 maggio 2008
L’asfalto, laggiù c’è di nuovo l’asfalto…
Dopo un po’ di giorni, riaffiorano ricordi sopiti.
Ricordi di attimi che si sono vissuti e poi dimenticati: spinti via dalle sensazioni, il più delle volte.
Riguardando alcune foto che non avevamo pubblicato, sono ritornato per un secondo su quella pista che abbiamo deciso di percorrere per arrivare a Tamerza.
Ci siamo staccati dalla strada principale che in 150 km ci avrebbe fatto girare attorno ad una zona collinare, verso le oasi di montagna.
Dopo pochi chilometri ci eravamo già quasi persi, ma non eravamo molto preoccupati: sapevamo che lì attorno c’erano diversi piccoli villaggi. L’unico rischio, in effetti, era ritrovarsi in Algeria, senza visto e pronti per le galere islamiche.
Il ragazzo della foto, è comparso dopo una curva. Una di quelle curve dopo le quali la strada finisce e tu hai sempre un attimo di sconforto.
E adesso, dove cavolo vado?
L’asfalto è la sicurezza, in fondo, è la guida, la civiltà. E da li in poi non c’era più.
-Volete una dritta? – si fa capire il ragazzo – Portatemi con voi e vi faccio ritrovare l’asfalto in poco tempo-.
In quei momenti non siamo sempre tutti d’accordo. Un po’ perchè più o meno sappiamo che ce la siamo sempre cavata e ce la caveremmo anche da soli, un po’ perchè la gente che trovi per la strada cerca sempre di mettertela giù più difficile di come è in realtà, per rendere più importante il loro aiuto.
Così, ad ogni stop ci arrivano delle sfighe pazzesche su stato della pista, predoni, peste e cavallette.
E noi un po’ ci incazziamo.
Ok, Ok, salta su, cazzo, basta che stai zitto…
Il ragazzo compiaciuto ci fa fare giri su giri per stradette impensabili e poi ci fa segno di fermarci.
– Guarda un po’ là, ma si là, lo vedete? – Non vediamo un cazzo.
-Ma si, laggiù incomincia le goudron, la votre route-.
E ci batte cinque dinari.
Ma per arrivare laggiù, non c’era strada, non c’era neanche la terra. Solo quelle due carreggiate nella sabbia. Ed era bastarda, quella che ci sprofondi.
Il ragazzino si era già girato per scomparire nel nulla come solo gli africani sanno fare: cavolo ragazzi, li vedi apparire dal nulla in posti dove stai viaggiando a 80 km/ora nel vuoto pneumatico, e poi scompaiono ancora nel nulla. Nello stesso modo.
Beh, quello non era diverso.
Gli abbiamo tirato un paio di maledizioni e abbiamo messo la prima per provarci.
Si affonda, ragazzi, si affonda come il Titanic.
Le Harley non sono fatte per la sabbia, specie se hai un ape-hanger, 400 kg di moto o una ruota da 21″.
Ma in fondo questo è un giro Threepercenters, mica un viaggio premio.

6 maggio 2008
Siamo tornati
Le solite tre Harley, i soliti tre amici, la solita Africa.
Ma un viaggio nuovo di zecca, con atmosfere diverse, grandi aspettative e altrettanto grandi soddisfazioni.
Una Tunisia meno conosciuta, fatta in senso anti-orario, e anti-turistico (potevamo mai fare qualcosa di normale?).
Tutto qui ragazzi: Tunisia 2008

Vai a Tunisia 2008

20 aprile 2008
Quando qualcosa sfiata
Metti e togli, svita e avvita, questi benedetti collettori di scarico un bel giorno mi sono accorto che sfiatavano un po’.
Ogni volta che mettevo in moto, era come se una nuvola di gas mi avvolgesse affettuosamente, ma in modo fastidiosamente soffocante, come qualche vecchia fidanzata.
Non c’era verso di liberarsene, come un nugolo di zanzare in pieno agosto nella bassa, fino a che non mettevo dentro la prima e me ne andavo.
Oggi stavo dando l’ultima messa a punto alla moto e mettevo mano alle piccole riparazioni prima del viaggio, quando ho immaginato una soluzione brillante al molesto scarico.
E visto che stavo bevendo una Guinness, il collegamento di idee è stato immediato.

Anche il Mario ha fatto del suo meglio per prepararsi al viaggetto, facendo un lungo giro sabato mattina; Piacenza, val Trebbia, Bobbio, pranzo a Camogli e via di Serravalle verso Milano. Tanto per sgranchirsi un po’ le ossa e provare un po’ la sua moto.
Peccato che lo ha fatto con una moto che non sarà quella che userà nel viaggio, ma si sa, il Mario ha sempre quell’imprevedibilità che ce lo rende insostituibile.
Il Depia poi, doveva puntare la sveglietta per incontrarmi al sabato dopo la sua pennica pomeridiana, ma forse la sveglietta non funzionava più e a questo punto finiremo per vederci sotto bordo, il giorno della partenza.
Sappiamo che ci sarà, e sarà motociclista al 150%. Come solo il depia sa essere.
Aspettiamo di essere legati insieme per questi giorni, per capire cosa verrà fuori questa volta.
A questo pensavo mentre stringevo la fascetta che stringeva sul collettore la lattina di Guinness che cinque minuti prima era uscita dal mio frigo.
– Questa vecchia ruggine sugli scarichi non è il massimo, pensavo, prima o poi dovrò decidermi a toglierla -
Ma non adesso, adesso è il momento di un’altra Guinness.

14 aprile 2008
On the dyke
C’è una bella stradina per chi non ha voglia di starsene tre ore in moto per raggiungere un tornante degno di questo nome.
Basta scendere verso la bassa (da Milano sull’eterna SS-416 Val Tidone), poi girare per Pavia e attraversare il Ponte della Becca.
Subito dopo il ponte si gira a destra (cartello per Rea) e ci si lascia la civiltà alle spalle, in bilico sull’argine.
Di solito i ciglioni del Po sono sterrati ma questo è asfaltato per tutta la sua lunghezza. Si arriva fino a San Martino Siccomario notevole posto di merda, per poi rituffarsi verso Pavia, ma in realtà dipende solo da noi: si può scegliere una stradina alternativa o fermarsi in una di quelle frazioni costruite proprio sotto l’argine, con i loro orticelli che guardano verso quel gran muro di terra come sudditi sotto un sovrano che li opprime ma che li protegge contro la sciagura dell’esondazione.
La strada è tortuosa e alta, domina i campi e i pioppeti che delimitano il fiume.
Basterebbe già quello per rilassarsi e pensare che in fondo tutto quello che ci danniamo a fare qui, non potrà cambiare il grande disegno del mondo, e quindi diamoci pure una calmata Zen, e proseguiamo nella gita – e nella nostra vita – guardando con benevolenza a quello che abbiamo percorso fin qui, e con tranquillo ottimismo verso ciò che ancora deve arrivare.
Facile a dirsi, quando si guida in una fresca domenica mattina di primavera, con un amico a fianco e la più bella moto del mondo sotto il culo. Facile a dirsi, è vero, ma ci si può comunque provare.
Se ci è riuscito Pirsig e ci ha scritto pure un libro, dovremmo riuscirci pure noi a cui, per lo meno, l’elettroshock non l’hanno ancora fatto.
Un giro breve ma ricostituente come un sorso d’acqua dopo una dieci chilometri tirata.
E poi via verso casa, in autostrada, che devo portare Pietro alla stazione.
Accelero sul manto liscio dell’asfalto, terza, quarta, quinta. La moto va, con la sua gommaccia automobilistica montata tra le forcelle, 140, 150, 160 km/h. Ma si dai proviamo a fare la solita tirata, quella che faccio una volta ogni sei mesi giusto per vedere se perdo qualche bullone per la strada.
160, 165, vai dai, vai. Supero macchine “vere”, passo due smanettoni, pure una porsche, anche se l’autista è al telefonino.
170 km/h e non si stacca più da lì.
Il casco jet si è gonfiato d’aria ed sembra un paracadute di frenata, tipo quello dello shuttle quando atterra. Un male al collo che non vi dico, ma insisto.
170 ma non si fa un km di più. La moto è al massimo della sua velocità.
Lo sapevo, in effetti, perchè quella moto non mi fa mai sorprese, ne belle ne brutte.
Semplicemente, non le fa. Da sempre, esegue quello che mi aspetto che faccia, e mi piace così, ragazzi.
Dal 1998, non ha mai fatto un km in più dei 170 all’ora e ancora adesso è così.
Il fatto di avere il manubrio del Dyna, la marmitta due-in-uno e un bel po’ di mercanzia in meno, sia sulla forcella che sul posteriore, la rende più stabile e precisa. Non sbacchetta per niente e l’impressione è di sicura tranquillità. Forse, chi lo sa, anche grazie a quell’assurda accoppiata di gomme: Dunlop posteriore da 150 e gomma automobilistica davanti.
Lascio scendere il gas e arrivo in barriera. Paghiamo il pedaggio e ci salutiamo, Garella da una parte e io dall’altra.
Ci vuole poco per cancellare il relax dell’argine del Po e i silenzi del grande fiume.
Ma quella bellissima sensazione, ormai è nascosta da qualche parte nella mia testa e saprò tirarla fuori.
Quando servirà.

10 aprile 2008
La storia di Luca
La guardavo sempre di profilo, e le sussurravo -abbassa il sedere amore, abbassalo, perchè sei così alta?-
Toglievo la sella e mi siedevo sopra il telaio e la batteria per avere il contachilometri all’altezza degli occhi, per vedere l’orizzonte del serbatoio. Benché cambiassi piccoli particolari di luminaria, lei rimaneva lei. Rimettevo la sella e lei con il suo occhione mi guardava mortificata come per dirmi -papà, io non sono come tu mi vorresti, mi hanno fatto simile, ma diversa. Io sono io- 20 anni insieme, a sopportare il mio sogno diverso da lei, a sopportare 3 volte la settimana il mio tradimento appiccicato sulle vetrine di via Niccolini, quando ancora dentro c’era un tipo strano dalle idee geniali. Era una meravigliosa Suzuki GS 750 L del luglio 1981 ereditata da mio padre. Lei non mi aveva mai tradito. Un gioiello. L’ho capito dopo. Si perchè dopo 20 anni passati ad appannare le vetrine di via Niccolini, ho finalmente realizzato quel sogno e ho definitivamente consumato il tradimento: sabato 11 aprile 2007 un tipo di Segrate venne a ritirare la mia bella per 1500 euro nonostante ne valesse infinitamente di più. Ma allora mi servivano anche quei 1500 per pagare il mio sogno. Venerdì 13 aprile 2007 andai a ritirare fuori Milano la mia prima Harley: da quella data avrei dovuto capire tante cose.
Era una Sportster 1200 custom del 2002 già modello 2003, a carburatore, blu metallizzata, con scarichi Screamin’ Eagle: meravigliosa. Il giorno che la ritirai, abbracciai il ragazzo che me l’aveva venduta e piansi: 20 anni. 7900 euro. Sudati. Tutti, sia gli anni che i soldi.
Domenica 22 aprile 2007, una settimana dopo, io e la mia fidanzata finalmente puntiamo il bel fanale cromato dello Sporty sulla statale per Crema: sole, caldo, giornata meravigliosa per farci un giro. Lei si scuote tutta, sbuffa, vibra, suona un ritmo inconfondibile. 20 anni avevo aspettato e adesso eccomi lì, con uno sguardo da ebete lontano mille miglia dal nero e cuoio e borchie del nostro abbigliamento a girare per la bassa, felice come un bambino a Disneyland. Poi un botto. Secco, duro e ruvido come l’asfalto che ci ha consumato. Non c’è più Disneyland, il sorriso ebete è stato inghiottito dallo spavento e la rabbia. Dall’odio.
Un imbecille in moto, senza patente, senza permesso di soggiorno con precedenti penali in diverse città, non ci ha visto, non ha visto il nostro gioiello e ci ha centrati da dietro mentre entravamo in un’area di servizio per dissetare lo Sporty.
Risultato: io una gamba rotta, qualche grammo in meno di pelle regalato all’asfalto e la mia fidanzata stesa immobile sulla carreggiata. La paura, l’adrenalina che mi aveva dato la forza di rialzare lo Sporty con una gamba rotta e la tentazione di spaccare la testa a quell’assassino mi avevano accecato. Poi lei si muove e vedo il suo braccio gonfio come una mia gamba. Arriva il dolore della gamba rotta, arriva l’ambulanza, arrivano i Carabinieri e il carroattrezzi che si porta via la mia piccola sfigurata: 2800 euro di danni. Estate non ancora iniziata e già finita.
Passano mesi prima che io possa rivedere il mio Sporty: – Caro Lindemann, lei vuole rimetterla a posto con il serbatoio originale Genuine Parts? Ci vogliono minimo 6 settimane!- Passano 4 mesi e mezzo. La moto viene pronta a metà settembre. Ma in quei 4 mesi succede ciò che non era successo in 20 anni. Compro, con un finanziamento, Violetta, da Numero Uno: una bellissima Dyna Low Rider a carburatore del 2001 color Concorde Purple, ribattezata Violetta.
A settembre viene pronto lo Sporty, più bella di prima. Sembra nuova, tanto da farmi pentire di aver comprato Violetta, una moto che nonostante il suo nomignolo, non mi era mai entrata nel cuore. Come da accordi do dentro lo Sporty (che in negozio durerà 10 giorni).
Arrivano gli open days, ed eccoci lì in Niccolini a guardare le novità, a pensare di cambiare ancora, a sognare con un altro ferro sotto il sedere. Puntuale come una malattia di stagione arriva anche il mio secondo tormento che da 20 anni mi perseguita giorno e notte: lì, nell’angolo buio del mio desiderio soffocato, nera come una grotta di carbone, bassa e lunga come un serpente che ti striscia vicino per offrirti il suo frutto, eccola lì in tutto il suo ombroso splendore: il Night Train.
Quale nome più azzeccato potevano scegliere? Detto, fatto. Classe 2007, 4 mesi di vita con un padrone che non ha capito una valvola della sua anima. Forse solo un capriccio. Il Night Train non può essere un capriccio, è uno stato dell’anima. A sè, tra tutte le Harley. Do dentro anche Violetta (che durerà 20 giorni in negozio) e prendo il sogno del sogno: l’ultimo treno.
Dal 22 settembre 2007 è la mia seconda anima. Niente più ripensamenti, è la mia moto. Ignorante, difficile, scomoda, troppo assurda per essere di serie, ma è lei. E io la amo. La amo a tal punto che ogni volta che la prendo, la saluto, le parlo, e quando la lascio per la notte, la bacio sul tachimetro: lei mi saluta con il suo caldo ticchettio, si volta tranquilla e comincia a sognare galoppate insieme.
Io sono sempre stato motociclista, dall’età di 14 anni a oggi che ne ho 40, ho amato quella sensazione di libertà dal fragile equilibrio, quel libero arbitrio nel modo di viaggiare che solo ai motociclisti veri appartiene: cambiare strada all’ultimo momento, sapendo che non è importante dove devi andare, ma come ci vai. Per cavalcare questo sogno ho venduto tutto quello che potevo vendere, ho scelto lei al posto di una macchina mediocre e una moto carina, nonostante io sia un padre separato con una bimba di 4 anni. Ho dovuto combattere con tutta la mia famiglia per difendere la mia scelta di 2 sole ruote.

Condivido il Vostro pensiero, invidio le vostre cavalcate che ormai raramente riesco a fare; condivido anche la Vostra visione di un certo apparato burocratico intorno a questo glorioso marchio e simbolo, che poco ha a che fare con il vero spirito che quei due nomi incarnano: è solo una mercificazione di un qualcosa che nella sua essenza vola più in alto di semplici run domenicali, pezze per la ricorrenza e “pret a porter” da Milano da bere.
Appartengo al Milano Chapter da più di un anno, ma non frequento quasi mai. Non posso pensare di dover prenotare un giro con mesi di anticipo come fosse una tac: diventa un biglietto da timbrare, e io il biglietto lo timbro già tutte le mattine. Io voglio poter essere libero anche di non uscire, e se non mi va voglio poterlo decidere la mattina stessa. Capisco anche le loro motivazioni, ma mi vanno strette. Troppo strette.
Invidio e ammiro Voi invece, Voi si che siete liberi, si vede dagli occhi, dalla grana grossa del bianco e nero delle vostre foto. Si respira odore di gomme consumate dai chilometri, olio caldo e benzina già in riserva. Siete tre ma sembrate 300, serrati nella vostra amicizia come una testuggine romana.
Vorrei poter trovare anch’io una situazione del genere.
Vi frequenterò spesso, almeno virtualmente, poi chissà mai che i nostri lampeggianti si incrocino prima o poi.
A presto ragazzi e seguite questa strada, a colpo d’occhio mi sembra la migliore.
Il Duca

9 aprile 2008
Flat-Free: mai più senza
Di solito buco una gomma o due all’anno, ma da un bel po’ non mi capita, africa inclusa.
Come mai? Grazie a questa furbata che si chiama Flat-Free.
Il Flat-Free è un prodotto americano che agisce come trattamento antiforatura preventivo e definitivo.
Ragazzi, funziona: ripara fori fino a 6 mm di diametro, grazie alla sostanza che si posiziona all’interno del pneumatico (funziona su tubeless o camera d’aria). Dopo la messa in opera il prodotto inizia ad essere efficace dopo qualche chilometro, grazie alla redistribuzione della sostanza sull’interno del pneumatico. La sostanza è chimicamente concepita in modo che resti sempre fluida.
Quando si verificasse la foratura, questa sostanza tappa immediatamente il buco, aiutata anche dalla pressione interna della gomma stessa.
Inoltre evita perdite di aria e depressioni e questa cosa l’ho verificata anch’io: da quando ho inserito il prodotto, non ho mai più dovuto regolare la pressione e in questo modo anche l’usura dei pneumatici si è ridotta alla grande.
Fare effettuare l’inserimento del prodotto dal gommista, ribilanciare la ruota subito dopo e via.
A Milano si trova da TAGO Ricambi, via Roggia Scagna (Viale Monza), 02 2846 235. Costa 21.60 Euro (confezione per due ruote).

8 aprile 2008
La vita dovrebbe essere vissuta al contrario
Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchete tracchete il trauma è già bello che superato.
Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno.
Poi ti dimettono perché stai bene, e la prima cosa che fai è andare in Posta a ritirare la tua pensione, e te la godi al meglio. Col passare del tempo, le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono.
Poi inizi a lavorare, e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro. Lavori quarant’anni, finchè non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa.
Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare.Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finchè non sei bebè.
Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene.
Gli ultimi nove mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni.
E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo.
Woody Allen

Sezione Libri: soul food
Date un occhiata alla sezione Libri di moto del nostro sito.
Ci sono un po’ di nuovi ingressi.

7 aprile 2008
Noi tre
Tra venti giorni si parte.
Un altro giro, un’altra volta noi tre messi in gioco, lontano, in un altro continente e sempre su due ruote.
Un’altra volta quella sensazione dei serpenti nella pancia, di qualcosa che sta per succedere, per mesi dicussa, poi abbandonata, poi ripresa, voluta, ridiscussa, litigata e brindata.
Ma adesso è lì, pronta: si fa, si parte, si salpa.
Anche qui, come in passato, c’è stata una maturazione lenta, difficile e sudata.
Ovviamente ognuno voleva fare una cosa diversa dagli altri, e ognuno ha cambiato idea, un po’ di sua spontanea volontà, un po’ per andare incontro alle esigenze di tutti, per trovare la soluzione magari modificando una po’ le proprie aspettative, i propri obiettivi.
Poteva essere un’altra parte del mondo, poteva essere un altro periodo dell’anno, poteva essere più lungo o più corto, ma doveva comunque essere il NOSTRO viaggio.
Un altro nostro viaggio, ragazzi.

4 aprile 2008
E se per assurdo l’Harley non ci fosse più
Io so cosa farei, ritornerei ad aggrapparmi al manubrio di questa Guzzi V7 Special.

3 aprile 2008
Revisione
Considerato che era da un anno che giravo senza revisione, oggi ho deciso di andare a farla.
Non ho nessuna stima della revisione, che considero una pura rottura di palle, finalizzata a sottrarre denaro agli utenti, mascherando un balzello sotto le mentite spoglie di un servizio utile.
Al contrario, la revisione è assolutamente inutile e pure costosa.
Prima costava 45 Euro, ora ne costa 64 e sapete perchè?
Hanno aggiunto l’IVA.
Praticamente è come se avessero aggiunto l’IVA al vostro 740: pagate le tasse, più l’IVA sulle stesse.
La revisione mi fa talmente incazzare che per un anno intero ho girato senza, e vaffanculo.
Oggi però, per qualche strano motivo, mi sono recato dal primo revisionatore che ho trovato su internet e ho deciso di buttare nel cesso mezz’ora più i 64 Euro.
La moto ha naturalmente passato la revisione, visto che le uniche due prove eseguite sono i rulli per i freni e il test dell’emissioni di fumo.
La moto, naturalmente frena, e i fumi erano addirittura inferiori ai livelli richiesti (cosa che, mi hanno detto, paradossalmente, poteva essere un problema!).
Da oggi quindi la mia bombolona è revisionata ed è stata dichiarata idonea a circolare sulla pubblica via.
Infatti:
– ha un solo specchietto retrovisore
– non ha il parafango
– non ha le frecce
– non ha la luce della targa
– (per l’occasione, era bruciata anche quella del faro anteriore)
– ha la targa piegata, rifilata e riverniciata
– ha la marmitta due-in-uno aperta e con la dicitura falsificata
– ha la gomma posteriore da 150, non omologata
– non commento sullo stato di usura della stessa
– ha la gomma anteriore che risale ad un modello anni 50, che quando la compri ti dicono “mi raccomando, è solo da esposizione”, come i caschetti da polo
Ma se mi fermano, non avrò certo problemi: io dico che è revisionata e nessuno potrà farmi niente.
O no?

2 aprile 2008
Ciao Guido
Il KD-Store non sarà più lo stesso senza di te, il tuo gusto e le tue chitarre.

www.kdstore.it

31 Marzo 2008
Tagliatelle al cromo
Quando sei al mare per un paio di giorni di vacanza, magari con Vittorio che si entusiasma per ogni cosa, e con un sole che era già un po’ che lo aspettavi, beh tutto sembra lì pronto per essere colto e assaporato.
Riapri il garage in mezzo al profumo del sottobosco ligure, che si mischia con quello forte dell’olio e della benzina vecchia.
Il piccolo garage sulla costa ripida di San Michele di Pagana è rimasto chiuso tutto l’inverno tanto che i tre Duraleu appesi, si sono pure un po’ ammuffiti ma basterà una spazzolata.
Nell’oscurità mi guardano tre fanali spalancati, come tre animaletti risvegliati dal letargo.
Dalla porta di metallo, cade un po’ di polvere e raschiatura della ruggine.
Una lama di sole obliqua mi scalda la schiena mentre osservo le tre moto: una Vespa ET-3 del ’79, metallizzata, un Ciao della stessa epoca storica, e ahimè un inqualificabile scooterone Yamaha, piovuto lì da una paio d’anni, con il suo culone fortemente voluto dal Nonno Alberto.
Nessuna delle tre ha la minima voglia di accendersi, ma con due candele nuove e un po’ di miscela fresca l’ET3 parte al secondo colpo, il Ciao al quinto, e la Yamaha manda a terra la batteria.
Faccio il ponte con i cavi e parte anche la signora, che lasceremo lì a riprendersi visto che Vittorio – anche se ha solo 10 anni – è già sufficientemente “old-school” da preferire la Vespa.
La prima missione è dedicata alla focaccia da Pinamonti, in un vicoletto della Santamargherita vecchia.
Mentre sbocconcelliamo un quadrato alle cipolle, sentiamo un rombo in lontananza.
Che mi venga un accidente se non è un Ciapterone in parata. E quello è infatti.
Vittorio si eccita – Papà, le harley! evvai! Seguiamole dai! –
Colpo di pedivella e un Threepercenters in Vespa in coppia con Vittorio, si accoda al serpentone.
Tutti al porto di Santa, per parcheggiare e pavoneggiarsi un po’.
– Papà, guarda c’è un mucchio di gente di Livorno – ed è vero, sembra che sia una roba organizzata da loro, ma invece c’è lo zampino del nostro amico Enrico Perego, del Portofino Coast.
Giriamo attorno alle moto, tante e belle, come al solito. Conosciamo qualcuno, stringiamo qualche mano ed è sempre piacevole.
Tuttavia penso che se non ci fosse Vittorio con me, forse non sarei lì: per me è passato il tempo dei serpentoni e dei boati fragorosi.
Tanto poi c’è sempre quello con la sua nuova Electra Glide nera e aggressiva, che mette male il piedino e rotola su un fianco, che tutti devono aiutarlo perchè da solo non ce la fa a rialzarla.
Ma è giusto così, perchè è capitato anche a me e probabilmente mi ricapiterà ancora, e non vi dico quello che combinano i miei fratelli Threps.
E allora così sia: che chiunque si compra un’Harley, abbia un gruppo pronto ad accoglierlo e a tirarlo su quando scivola, a riempirgli il gilè di stemmini e patacche che sembra un citofono, guadagnate nelle castagnate e nelle fungate con cenone, dopo sei mesi di moto.
Proprio come è capitato a me, e come certo capiterebbe al mio Vittorio, che è idaffarato a chiedere a tutti cosa significa quello stemmino lì e quello là: ricordo che alla prima Befana Benefica alla quale partecipai, nel secolo scorso e fresco di cromo, giuro che telefonai all’organizzatore per chiedere se davano la PATCH! (e mi sarei pure cucito una befana su gilè, oh se me la sarei cucita!).
E il Vittorio guarda tutto e non perde un particolare.
A dire il vero, è tutto un po’ un guardarsi: omoni in pelle nera con la coda e i capelli bianchi, omini con motone, donne-mogli sexy e no.
Vedi subito chi ci crede e chi la butta lì, quasi per fare un favore a un maritone o a un fidanzatone che ci tiene a sfoggiare una bella bikerina sul sellino del suo Dyna lucido lucido.
Ma si dai, mettiamo su quel corpetto un po’ più corto, che per una domenica si può fare e ci si diverte pure.
E via con la rumba del ciapter: una parentesi più o meno lunga, nella vita di molti proprietari di harley, specie di coloro che vogliono assaporare tutto, possibilmente subito. Visto che si può.
– Ragazzi tutti in sella! C’è il pranzo che ci aspetta… –
Il serpentone si riforma, si ricompatta, per sfilare bello e lucido nel sole della riviera e far sognare tanti Vittorini di dieci anni e tanti Robertini di quaranta, magari fermi al semaforo verde, ad aspettare in folle su una vecchia vespa.
Road Captain e Marshals fanno spazio: non sia mai che si arrivi in ritardo al banchettone.
Ma oggi mi sento buono e chissà, due belle sforchettate con qualche nuovo amico come il Paolo forse quella domenica me le sarei fatte anch’io e manco a dirlo pure Vittorio!
Tagliatelle al cromo, nuove e fresche di concessionaria, signori…

28 marzo 2008
Pornografia
Un amico ci manda questa bella foto.
Da pubblicare, rigorosamente, con didascalia

Oro, metallo spazzolato, nero lucido e nero raggrinzato, 3 ore di curve, ravioli al branzino e pasta al pesto
Pornografia motociclistica.
ride safe
eltrendelanoche

27 marzo 2008
Ai piccoli, ai grandi, a chi come noi!
Io sono quel ragazzo e anche tu lo sei, ricordi?
Dividevi con me, con altri, il segreto bum-bum del cuore.
Diviso in tre, quattro, esploso in mille pezzi al suono di un motore o di una tromba o al rullo di un tamburo;
canto impazzito di anime grandi ma tanto grandi da riuscire a parlarsi da molti mondi distanti.
Così è fatto l’amore, da qualche parte rinasce improvviso, disatteso, giocoso giocoliere, irraggiungibile su questa pista da circo, in questo progetto inventato dove corriamo, corriamo!
Così è fatto l’amore, ansia di ragazzi, timbro riconoscibile, richiamo, musica che affiora e che a volte l’istante disvela, luccichio di metallo che al desiderio diviene di luce.
Dario, marzo 2008

26 marzo 2008
Il ragazzo
Mentre uscivo dalla banca all’ora di pranzo, la via era molto tranquilla.
Sul marciapiede poche persone, una coppia appena uscita dal supermercato, il solito barbone che alloggia davanti al garage, qualche vecchietto.
La giornata era veramente bella e non so quanto avrei dato per poter farmi un bel giretto in moto.
Pochi passi davanti a me camminava un ragazzetto biondo sui diciassette anni, magro, alto, con uno zaino da scuola e i capelli corti.
Andavamo nella stessa direzione quando passando davanti all’ingresso del garage, il ragazzo si è fermato all’improvviso e si è diretto risolutamente verso la mia moto.
L’ho seguito con lo sguardo, mentre si fermava per osservarla meglio.
La prima cosa che ho pensato è stata, caspita, quella non è mai stata una moto che piace ai ragazzini. Conciata così non è altro che un ferraccio vecchia-scuola, niente a che fare con i gusti di chi ha meno di vent’anni.
Ma mi sbagliavo.
La moto era parcheggiata malamente come al solito, infilata tra due auto che ne lasciavano sporgere solo una parte, che però il ragazzetto doveva aver notato dalla strada.
Il biondino si è fermato a qualche metro dalla moto osservandola per lunghi secondi con la bocca semiaperta. Poi si è piegato leggermente squadrandola ancora da un punto di vista diverso.
Io osservavo quello che faceva il ragazzo, che sembrava davvero rapito da quella vecchia moto.
Ha girato attorno alle macchine che gli coprivano parzialmente la visuale, mettendosi di fronte al grosso fanale della FLHR.
Lo ha osservato a lungo mentre avvicinandosi di più, sembrava notare tutti i particolari che il corso del tempo e la vita di quella moto (insieme ai gusti del suo proprietario) le avevano regalato.
Mi ero fermato anch’io e lo osservavo senza farmi notare.
Ero felice che quel ragazzo guardasse la mia moto in quel modo.
A tutti fa piacere che qualcuno si soffermi ad apprezzare le proprie cose ma per le moto non è sempre così.
E’ un po’ come con le donne: insomma non sono sempre entusiasta quando il primo che passa si blocca attonito e pianta gli occhi sulle tette di G.: e con la mia moto è uguale.
Poi se si guarda bene, c’è pure la categoria di osservatori che quando guardano la tua moto capisci subito che è come se volessero essere davvero sicuri che quella non è la loro moto e non potrà mai esserlo. E che cavolo!
Per non parlare poi di quelli che mentre stai per partire ti piazzano la famosa “domanda-che-non-sopporto” e cioè – Scusa, ma quanto costa?-
Beh ragazzi, quel ragazzino lì, anche se sulla mia moto ci fosse stato lo stramaledetto cartellino del prezzo come uovo di pasqua, beh sono sicuro che non l’avrebbe neppure guardato.
Quel ragazzino, in quel momento, stava guardando “dentro” la moto, non fuori.
Sono rimasto lì ancora un po’ mentre pensavo che forse avrei potuto salutarlo da lontano o magari chiedergli come si chiamava.
Sono rimasto qualche istante ancora a guardarlo, finchè lui si è allontanato lentamente, con il suo zaino su una spalla.
Prima di voltare l’angolo, si è girato ancora una volta verso di lei per un’ultima occhiata.
Ho sorriso tra me e ho aspettato che i suoi occhi si incrociassero con i miei, ma quando è successo il ragazzo non ha notato nulla ed è passato oltre.
Del resto, perchè avrebbe dovuto? Non avevo il casco, non ero vestito da motociclista, e in definitiva non c’entravo nulla con quella moto che per un attimo aveva rapito i suoi sogni.
Il suo sguardo mi è passato attraverso senza fermarsi, e la sua testa era da un’altra parte.
Ma io, mentre lo vedevo scomparire dietro l’angolo, sorridevo ancora.

20 marzo 2008
Cercasi Borsa Wild Hog usata

Ho deciso di incominciare a cercare una borsa laterale Wild Hog, tipo River, come quella qui a fianco.
Più usata è, meglio è…

17 Marzo 2008
Rudy scalda i motori
Di Rudy
Eccomi a confrontarmi con paturnie varie prima di un bel viaggio in moto, cari amici, aficionados o conoscenti
La cricca con cui di solito mi sparo i giretti della “domenica” (che diventano anche del sabato) penserà: “ma ndo vai?”;
ci immaginiamo sempre su quei nastri di asfalto infiniti e vorremmo poter non scendere mai dalle moto, o non dover tornare al lavoro e alle solite rotture;
Senza annoiarvi con pensieri che conosciamo fin troppo bene di bollette e multe, giovedì o al massimo venerdì me ne parto; non ho cercato compagni di avventure perchè, per una volta dovevo essere con una “lei” oltre alla moto, ma insomma tra alti e bassi che caratterizzano questa mia relazione mi sa che me ne partirò da solo.
Anche perchè so che siete “incasinati”, ma se qualcuno si volesse aggregare c’è posto; campo base Eze Village, punto di partenza per razzie varie, il giro sarà molto libero e comprenderà Gorges du Loup e du Verdon a nord di Grasse in provenza sempre bello con capatine in vari paesini in particolari Entrevaux che ha anche un bel museo di moto Old School, si costeggia il fiume Var e si sta beati, poi me ne passerò tra St Tropez ecc per fare il “figo” visto che posso anche fregiarmi di tale appelativo :-) all’interno del nostro free group.
Per farmi benedire e purificare dopo saint tropez mi sa che arrivo in volata fino ad Avignone, a grandi linee l’idea di viaggio è questa, contagiato dal Garella sarò munito di Nikon del ’15-’18 senza sperare in risultati grandiosi come solo lui ci ha abituato.
E fin qui penserete “grande il rudy” (questo Roby), altri diranno “sticazzi” non faccio nomi eh, ma il punto cruciale di questa mia missiva confessione è un altro e sento di dovermi “confessare”: no, non avrò caschi impuri e giganti, probabilmente non mi rimetterò nemmeno le borse, con borchie da zarro del south dakota, ma in un momento di debolezza il lato oscuro della forza, in maniera subdola mi ha preso alle spalle (no non me l’ha messo in c…) ma insomma ve lo dico: penso di partire con l’amato/odiato PARABREZZA a sgancio rapido.
Uè ragazzi ho la sindrome da mercedes classe-s anche se sono in moto, ho il corpo di un 25enne e voglio le comodità di un 60enne che male c’è e cmq dopo il Garella che si compra la Buell, il depia che delira e minaccia rivoluzioni contro i v-twin di tutto il mondo a favore di boxer teutonici, il mario che ha il dyna modello unico colore torrente di somma vesuviana dopo 40 giorni di monezza, potrò pure avere un cazzo di parabrezza? il Coffets non lo tiro in ballo perchè ha già troppi problemi così.
Insomma mi aspetto ogni tipo di insulto; avrò i ray-ban, il mio casco jet e sarò moderatamente figoso ugualmente e in finale direi quasi osando, che l’heritage in comodato d’uso del daddy sta pure meglio con il parabrezza un look più Chips, Poncherello e tutto il resto anche se quelle erano Kawa.
Ragazzi che vi devo dire, ero abbastanza libero stasera, niente russe, neanche una di busto garolfo e vi ho scritto…
Vi metto qualche foto per farvi venire l’acquolina….
Rudy


17 marzo 2008
Strip-Maps: mai più senza
Presso la Libreria dell’Automobile (Corso Venezia, a Milano), ma anche in altre librerie con spiccato focus sulla cartografia e i viaggi, c’è un eccellente prodotto DeAgostini che un motociclista non può non possedere.
Per 14 Euro, un raccoglitore con la carta stradale dell’Italia centro-Nord suddivisa in pezzi rilevanti (Nord Ovest, Nord est, liguria e basso piemonte, romagna, centro etc) e con una ottima scala.
Il bello è che le mappe sono plastificate, anti-acqua, anti-piegatura e anti-strappo.
Sono bellissime e già piegate in modo che si infilino benissimo nella tasca della vostra Belstaff o altra giacca da moto.
Stampate fronte e retro, quindi con massima efficienza (porti dietro solo il pezzo che ti serve per il giro).
Dopo anni passati a stropicciare cartacce grosse come lenzuoli, un bel salto di qualità.

12 marzo 2008
Quando vuoi, la tua moto è qui che ti aspetta
La voce allegra di Nicola risuona nel telefono, mentre il cuore fa un piccolo sobbalzo.
Si perchè sono due settimane che la FLHR se ne sta sotto i ferri del meccanico o per lo meno, sotto il tetto dell’officina, visto che sembra che il mondo intero abbia deciso di portare la moto a fare un controllino pre-stagionale.
Arrivo presto questa mattina di sole primaverile in via Gallaratese, senza il casco che ho lasciato da Nic, come tradizione.
La vedo subito e mi sembra di essere di nuovo in quel concessionario di Brescia, dieci anni fa. Anzi, oggi è ancora meglio, perchè lei è esattamente la moto che desidero, senza neppure un bullone da modificare.
Sono passati dieci anni e ancora una volta la mia FLHR del 1998 è li che mi aspetta, come un amico che rivedo dopo qualche giorno ma che mi è mancato tantissimo.
Anche fisicamente, intendo: privato del piacere di sentire il suono dei cilindri che si avvìano, del colpo della prima che si ingrana, della sensazione della gomma delle manopole sulle mani e della sella sotto il culo.
Il godimento infinito di accelerare progressivamente in seconda piena e di impostare correttamente una curva, piegato fino a sfiorare l’asfalto con le pedane, dal Penice a via Vigoni.
La moto è qui che ti aspetta, Roberto.
E infatti è qui, pronta che aspetta solo me per poter diventare subito qualcosa di vivo e potersi miracolosamente evolvere dallo stato mortale di staticità meccanica di un ammasso di fluidi, piastre e bulloni a quello di grazia formidabile di un mezzo semovente e inarrestabile.
Mi avvicino a lei, mentre Nicola con una straccio tra le mani mi racconta le piccole riparazioni che ha effettuato sulla mia moto.
Mi piace farla provare a qualcuno che ci capisca e che abbia un orecchio diverso dal mio, e lo faccio almeno una volta all’anno.
Di Nicola mi fido e quando mi dice che il motore va bene, a me basta.
Monto in sella e i miei occhi si rifasano su quelle parti che ormai sono fissate nella mente come quando al mattino apro la finestra di casa mia: il faro possente e cromato, lo specchietto sinistro e il manubrio nero del Dyna con la madonnina che ho attaccato prima di andare a Dakar, il tachimetro e la lunga plancia che attraversa per il lungo il serbatoio fino alla placca “Property of Threepercenters”.
Con le mani sfioro le leve della frizione e del freno, con il suo piccolo contenitore dell’olio che presenta una tacca volutamente non riparata, che mi ricorda che le moto possono anche finire a ruote per aria, basta poter tornare a casa a raccontarlo.
L’insieme di nero, cromo e quello strano color bronzo metallizzato, si amalgamano nel cervello immediatamente soddisfatto dalla sensazione di impugnare il manubrio e accomodarsi sulla sella.
Tiro l’aria e dò due colpi di acceleratore a vuoto.
Giro l’interruttore dell’accensione e premo lo starter con il pollice destro.
La moto si accende, pronta, mentre una leggera vibrazione percorre il mio corpo a partire dalle mani per collegarsi al fondoschiena e scaricarsi per terra.
La tua moto è pronta, Roberto, passa a prenderla quando vuoi…

11 marzo 2008
I fantasmi del Ticino
E’ una domenica mattina di fine inverno e ce ne accorgiamo subito.
Siamo in tre e serpeggiamo al freddo per una stradina che il Garella percorse qualche tempo addietro, che parte da Pavia sud – zona concessionario Harley – e prosegue verso ovest, accarezzando il Ticino.
Sembra davvero una vecchia strada dimenticata, sulla quale ci si aspetta di dover frenare all’improvviso per far passare qualche carro pieno di fieno o una mandria di mucche.
Paesini dai nomi strani, Carbonara Ticino, Zerbolò (il paese che vive sotto un ponte della Milano-Genova… chissà chi accidenti era il sindaco in quegli anni?), Parasacco (che si chiama così perchè costruito attorno ad un piccolo castello eretto “para-saccum” cioè per difendersi contro le scorrerie e i saccheggi dei vicini barbari milanesi).
Procediamo fino al vecchio ponte di barche sul Ticino, sulla Provinciale 185 , prima di Bereguardo.
Ci fermiamo per riscaldarci le mani sui cilindri delle nostre tre moto.
Il fiume è un po’ basso ed una lunga spiaggia di ciottoli e oggetti arrugginiti ci separa dall’acqua.
In mezzo a questa landa, dove il grigio ed il silenzio sembrano prevalere su qualsiasi altra forma di vita, c’è un trattore.
Un vecchissimo trattore Nuffield, quasi completamente ricoperto di ruggine che gli conferisce un colore che probabilmente non doveva essere molto diverso dall’arancione originale.
E’ un trattore degli anni ’40, forse di quelli portati dagli inglesi dopo l’occupazione, ed è ancora lì che fa il suo lavoro, senza battere ciglio.
E’ piantato in mezzo alla sassaia e serve da caposaldo per assicurare alla battigia un gruppo di barche.
Il trattore-àncora, ci guarda con i suoi due occhi ciechi ma il muso è dritto contro corrente e non sembra sentirsi affatto degradato da una funzione così statica.
Porta ancora orgogliosamente la sua placca Nuffield-470, che chissà cosa voleva dire, ma certo indicava la sua potenza, la sua forza.
Che cavolo: uno stramaledetto Nuffield-470, che diamine, un mezzo che si rispetti. Chissà quanti solchi deve aver arato con quelle ruotacce lì.
Adesso fa un mestiere un po’ meno eccitante, ma è pur sempre un compito per cui ci vuole la stazza di un trattore: una signora stazza.
Mentre osserviamo silenziosi il trattore, mi rendo conto che la mia moto ha un colore che lo ricorda molto.
E forse non solo il colore.
Accendo e ingrano la prima.
Cautamente attraverso la spiaggia mentre i pescatori di siluri, immersi fino a metà coscia nell’acqua gelata del fiume, mi squadrano pronti a tirarmi qualche maledizione.
Fermo la moto sul fianco di quel vecchio ferraccio semi-arrugginito e mi accorgo che la sua batteria è in ordine e i giunti ingrassati: vuoi vedere che quel satanasso funziona ancora!
Mi allontano e raggiungo i miei amici che sono già vicini ad una baracca che nella bella stagione serve birra e hamburger.
Mi volto ancora una volta ad osservare da lontano quei due mezzi straordinari che si stagliano immobili nella nebbia padana, dalla quale sembra che debbano alzarsi all’improvviso i vecchi fantasmi del fiume, scherzosi e saggi.

Ma non hanno mica paura,
la mia vecchia moto e quel leggendario trattore Nuffield

7 marzo 2008
Garella ha comprato una Buell bianca
Si chiama come il codice segreto della mia carta di credito…
Luca:
La moto è la moto. Chissenefrega che moto è. Questa ha pure il motore harley, per cui… Mezza accettabile.
Comunque è il mio scooter. Infatti ha già un nome.
SCOOTER.
PS: Alternativamente potevo comprare un vecchio king e sbucciarlo come una banana, ma il rischio è che poi mi accusavi di plagio.
PPS: Ci sei rimasto di merda che l’ho comprata in 15 minuti!

Caro garella,
il mio principio di motociclista, come sai, è diverso.
Non lascerei mai la mia moto in garage perchè forse poi non saprei dove parcheggiarla o perchè temessi che si possa sporcare.
Averne due pressochè simili e averne acquistata una terza si allontana ulteriormente dalla mia filosofia che tu ormai ben conosci e secondo la quale moto è una parte della mia anima e un completamento del mio spirito essenziale.
L’essere un eretico talebano della moto non mi facilita la vita (da dieci giorni mi trascino qua e là in bici perchè la FLHR è da Nicola…), ma mi soddisfa completamente e mi consente di osservare ciò che fanno i miei amici senza soverchi turbamenti.
Alcuni approcci multi-moto mi fanno pensare al collezionismo, altri mascherano o confermano una certa ansia nel dover a tutti i costi affontare ogni situazione con la moto giusta, altri ancora per fame di possesso di oggetti belli e attraenti (avendone le possibilità) come le HD.
Queste sono solo alcune delle motivazioni che possono spingere i motociclisti a possedere più moto, e ogni motivo ha una giustificazione che probabilmente ha una sua logica, che però è lontana dalla mia concezione.

Anche Mario ha due moto ed infatti lui è piuttosto attratto dal concetto di moto-per-purpose, tanto che ce la mena sempre con la BMW-R che prima o poi acquisterà, forse. Pure il Depia ci è andato vicino, addirittura acquistando davvero una BMW l’anno scorso, ma cambiando poi idea entro il tempo consentito, per motivi personali.

Assunto ciò che ho scritto, anche l’atto vero e proprio dell’acquisto di una moto, nella mia anima, è un processo sofferto e meditato, un rito che non potrebbe mai consumarsi in dieci minuti.
Sono completamente indifferente da attrazioni cheap come le offerte speciali, gli sconti, o il fatto che qualcuno ce l’abbia in pronta consegna, lì in vetrina. Semplicemente, non sono questi gli elementi che valuto per quel tipo di acquisto.
Per come la vedo io, si tratta di una scelta che porta con se uno stile di vita; io so che una parte del mio cervello, da quel giorno in avanti, si dovrà rifasare su un oggetto che di meccanico ha solo la sua parte concreta ed esteriore, e si porta dentro una quantità di contenuti onirici, immaginari e poetici, che devono convivere con me stesso e magari coordinarsi con quelli che già sono presenti nel mio cervello, o magari sostituirli.
No ragazzi, fatemici pensare, fatemici arrivare, fatemi maturare per favore…
Beninteso, il colpo di fulmine è alla base di tutto ciò, quindi l’acquisto si basa sempre su un “coupe de foudre” e non su di una scelta logica (se volessimo solo fare efficienza sul parco moto e rispettare le nostre esigenze, ci metteremmo in garage una BMW-GS e un Exagon e basterebbe così), ma guai a lasciarsi convincere da motivi di soldi o da un banale tempo di consegna.

Tutta questo spreco di pixel e inchiostro telematico per dirti che la moto, per me è la MIA MOTO, e non un’altra moto.
Non concepisco le altre moto, quelle comprate per qualcosa.
Guidare e possedere una moto è più che usare una moto.
Ti capirei, credimi, se fossi giunto alla conclusione che le moto che possiedi non fanno più per te e avessi venduto le tue due gioiellone (che chiunque avrebbe pagato a prezzo di listino, chiedendosi se erano già state immatricolate o meno) e ti fossi comprato SOLO una Buell.
Sarebbe stato una scelta personalissima, una tua evoluzione che indicava che la tua mente e il tuo essere si completavano con una moto del genere e solo con quella ti sentivi libero di vivere le due ruote come piaceva a te.

Non potrei mai scendere in cortile, guardare le mie moto e dire loro: tu sei quella per andare in ufficio, tu invece sei quella per fare i giri quando c’è il sole, tu sei quella per farli quando per terra è sporco, e tu sei quella che, anche se si rompe pazienza.

Ciao Garella, ti voglio bene
Roberto 3%er

27 febbraio 2008
Ci sono anche loro
Del Depia 3%er

Chi legge il Parodi da qualche anno sul sito potrebbe esser stato colto dal dubbio della vera esistenza degli altri due tripercenters.
Dubbio legittimo direi vista la fantasia e la grande capacità di scrivere di Roberto e la quasi totale assenza mia e di Mario negli ultimi due anni (vedi nota in fondo).
Bene questo pezzo serve a tranquillizzarli tutti, è vero ci siamo anche noi due.
Anzi a dire il vero il nostro gruppo di amici (che non è un MC) non è composto solo dai noi fondatori, Biki il Parods e il Depia, ma è allargato anche ad altri ragazzi che con affetto e amicizia condividono con noi questa passione senza apparire con la stessa frequenza.
Bene ecco alcuni di loro:

Luigi Coffetti (detto il Coffets o Luis a seconda delle occasioni)Luigi è nostro amico da sempre, ci conosciamo nel Milano ciapter e sin da subito iniziamo a girare insieme. Condivide con noi la “cacciata dal tempio” nel 2004 e si smazza con Mario e Robi due o tre elefanti.
Coffets (in versione orco) è il protetto di Mario, direi il fratellino estroverso e folle.Entra comunque nel cuore di tutti noi tre quando completamente ubriaco, durante un Hog Inverno a Macerata, non volendo aspettare l’infinita fila per andare in bagno si mette a pisciare sul muro del salone ristorante. Luis (in versione fighetto) è la versione figa-di-legno del Luigi. E’ la versione che si presenta alla festa di compleanno del Parodi con le scarpe di Gucci color cavallino e la macchina sportiva.

Daniele è il nostro meccanico, il dottore delle nostro moto e il padre confessore di noi tre. La registrazione delle puntata delle invasioni barbariche l’abbiamo fatta da lui e in quell’occasione, la sua intervista/interpretazione è stata da oscar, purtroppo miseramente tagliata da un’assistente regista priva di sensibilità.
Daniele ci accoglie in negozio per due chiacchiere quando siamo al cazzeggio, si trova pranzo con il Parodi e limita gli attacchi maniacali da ristrutturazione di Mario

Rudy Smaila, l’uomo dal sorriso d’oro.
In qualsiasi gruppo che si rispetti e che si possa definire tale ci deve per forza essere un figo!
Rudy è il nostro.
Entra nel gruppo come giovane sky-walker ma presto grazie al maestro Joda-Parodi diventa uno Jedi della moto.
In effetti se Luis e fratellino di Biki, Rudy è sicuramente quello del Parodi.
(Mentre scrivo questa frase mi rendo conto che io non ho un fratellino…si vede proprio che ho un carattere di merda).

Il Garella, il nostro fotografo ufficiale con il giubotto da Robocop
Il Garella è l’ultimo dei mohicani. Entra nel gruppo grazie al Parodi e si contraddistingue immediatamente per la bellezza dei suoi bambini e della pulizia meticolosa delle sue due moto, un Road-King e una Fat-Boy.
Al primo vero giretto con tutti e tre, si presenta con il giubbotto di pelle di Robocop (l’originale fatto a mano) comprato negli stati uniti per 9.735,33 dollari, un vero affare!
Quando scende da una delle sue due moto truccatissime da 5000 cavalli e sei carburatori è semplicemente meraviglioso.
Forse un po’ buliccio.

18 febbraio
La mia moto è una tamarra, la mia moto fa cagare!
Del Depia 3%er, subito dopo aver cambiato il pusher

Un antifurto…
Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… che palle anche questa sera si sono fatte le otto, tutta colpa di Hyperion, da quando gestisco al lavoro questa piattaforma software la qualità della mia vita professionale è peggiorata drammaticamente.

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… mentre guido la moto sono sempre un po’ distratto dai miei pensieri e mi piace viaggiare tra le curve del mio cervello dove faccio delle pieghe pazzesche.

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… però appena qualcuno frena davanti mi agito e immediatamente torno a concentrarmi. Purtroppo la pessima meccanica del mezzo che ho comprato nel 2004 mi ha tolto un po’ la spensieratezza nell’usare la moto. Adesso riesco rilassarmi veramente solo poche volte (sui lunghi rettilinei e/o se non ho nessuno davanti).

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… questa tensione mi fa incazzare e così penso che l’883 custom del 2004 che ho sotto il culo è una moto merda e che mi brucia veramente il culo aver buttato via i risparmi di tre di anni di lavoro per cambiare la mia vecchia moto con una che funziona decisamente peggio.

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… penso a quando ho segnalato le mie perplessità al mio concessionario che in perfetto stile concessionario Harley mi ha immediatamente rilanciato la cosa suggerendomi di comprare una bella pinza scaccinati da 500 euro per riparare a un difetto strutturale della casa.

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi…ripenso a quando ho scritto segnalando le mie perplessità all’Harley-Italia credendo nella cura del cliente di una azienda Americana…ILLUSIONE.

Dimenticavo che in Italia l’harley Italia è gestita da Italianucci e non da Americani.

Dimenticavo che qui in Italia la cura del clienti (se non è da spremere) è un optional.

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… penso a questo modello 883 custom che non frena o peggio che se sottoposto a una frenata improvvisa e/o brusca tende a mettermi per terra.

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… penso che tutte le volte che mi capita di dover frenare improvvisamente anche a velocità basse inizio a pregare e che questo sta lentamente spegnendo la mia voglia di moto.

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… penso al modello 883 custom 2004 che esce dalla fabbrica con una ruota anteriore stretta e alta 21 pollici e una ruota posteriore bassa e larga 16.

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… penso che esce dalla fabbrica con una pinza a due pistoncini sulla ruota anteriore e una pinza pistone singolo sulla parte posteriore che a mala pena riuscirebbe a frenare un Garelli vip4 con la marmitta aperta e il carburatore del 75.

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… penso che anche un bambino capirebbe che il carico dinamico di posteriore basso e largo su un avantreno alto e stretto è non è proprio la soluzione migliore.

Per fortuna la sirena dell’antifurto mi distrae ancora e piego su un’altra curve in un’altro pensiero nel mio cervello.

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… dovete sapere che godo veramente come una bestia quando il casino delle mie marmitte fa partire gli antifurti delle macchine passando nelle strade di Milano di sera.

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… allontano i cattivi pensieri sulla moto e il suono delle marmitte mi riporta indietro con gli anni a quando con la mia saltafoss tamarra scorazzavo nei vialetti del mio quartiere con la molletta nei raggi facendo un gran casino e rompendo i coglioni a tutti.

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… mi riporta indietro al Caballero da tamarro del mio amico con la marmitta aperta e al gran casino che facevamo quando si rientrava dalle serate al pub ubriachi.

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… mi riporta al suono della marmitta bucata della mia A112 arancione con le toppe nelle portiere e il sedile non reclinabile, CAZZO.

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… mi riporta alla talbot Horizont e la vacanza sulla costa brava.

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… al capello lungo e unto degli anni 90

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… alle prime marmitte aperte nel 2002

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… a quando sono in giro con i miei due soci

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… a quanto ci piace giocare a fari biker tamarri.

Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi Uoi… al perché non mi compro una BMW anche se ci sono andato molto vicino (i soldi fondamentalmente)

Ma molto velocemente il suono della sirena dell’antifurto è ormai lontano. Ancora godo e ripenso a quanto è tamarra la mia moto e come amo che faccia un gran casino… ripenso al fatto che io sono proprio come lei…
un gran tamarro.
Il Depia

Doctor Jekyll&Mr Harley
Nella Rassegna Stampa, un abstract di un articolo pubblicato su “OM” (Orologi e Market)
Grazie agli amici del Web-Chapter, che hanno segnalato il mio nominativo alla Direttrice della rivista.

17 febbraio 2003
Cazzo che freddo
La fregatura è che te ne accorgi quando è troppo tardi.
Sei a casa, fai tendina dalla finestra come il portinaio e vedi che non piove, poi guardi il meteo come tuo nonno, e vedi che fa un po’ più freddino di ieri però pensi, “ok, la solita alta pressione, chissene frega, sarà il ninjo, sarà l’anticiclone delle azzorre”, e vai: scatti sulla tua moto a raggiungere i tuoi amici una domenica mattina alle dieci e mezza.
Solito posto, solito giro solito buon umore. Ci si conta: questo non c’è perchè la morosa aveva freddo, quello non ce la fa, quell’altro c’ha il brunch, quell’ultimo è a parigi con quell’altro ancora (che poi era quello senza patente fino a giugno).
Insomma alla fine siamo in quattro, tutti a strati come delle cipolle.
Io e Rudi contiamo sulla nostra canottiera Odlo, che già ci ha salvato dai rigori dell’Elefantentreffen, il Garella punta sulla stratificazione geologica e sulla tecnologia avanzata dei materiali.
Cristian si unisce a noi ancora una volta con un look piuttosto minimalista composto da Belstaff di cotone e molto scarso guantizzamento.
Il problema dicevo, è che te ne accorgi dopo.
Parti e ti sembra di averla indovinata, ma quando si arriva all’altezza di Abbiategrasso, già stiamo imprecando contro il colonnello Bernacca e contro il Garellone che pare essere insensibile alle basse temperature e tira dritto implacabile verso il ponte di ferro di Sannazzaro de Burgondi (o li vicino).
Il giubbotto antiproiettile che lo ricopre deve avere doti isolanti che vanno ben oltre i proiettili dell’M16 (arma da guerra dotata senz’altro di minor potere passante del bastardo vento di febbraio attorno a Mortara).
Dopo un’ora e mezza serpeggia il malcontento e il gruppo è prossimo ad una insurrezione.
Gesticoliamo verso l’inarrestabile Garella ma le nostre manovre sembrano passare inosservate.
Allora passiamo all’azione e transitando davanti a Gambolò (Dio benedica chi ha fondato quel paesello) dopo decine di chilometri in mezzo al South Dakota, ci si 8anifesta davanti il Bar Luna Verde-Biliardi.
Senza esitazione siamo dentro e ci immergiamo un tre tazze di tè Jacuzzi, restandoci a mollo come dei papi.
Recuperata una minima temperatura, imponiamo di arenarci quanto prima verso il più vicino ristorante, accettando di malavoglia di passare a vedere lo stramaledetto ponte sul Po’, che ormai ci sembra più lontano di Vladivostok.
Ma all’uscita del Bar Luna Verde, scatta l’ammutinamento, quando ci accorgiamo che il nostro garellone nazionale si è smarrito.
Come un soll’uomo decidiamo all’unanimità di legarlo dietro alle moto e trascinarlo al ristorante come Giuliano Gemma nel “Deserto del Fuego”, quando il garella esprime l’ultimo desiderio. “Lasciatemi almeno telefonare a mio fratello, che ha il GPS…”.
Dal gruppo si alzano brontolii di biasimo e disapprovazione, ma l’ultimo desiderio è legge.
Ed ecco che come il 7° cavalleria, compare il gemello del garella, montato su un più che valido Sportster bianco pluriaccessoriato, anch’egli dotato di similare giubbotto antiproiettile omologato dall’US.Marine Corp.
Il gemello del Luca risolve facilmente la situazione e in pochi chilometri avvistiamo il ponte sul quale passiamo e ripassiamo senza stancarci, immortalando il fatto come una manipolo di giapponesi che avesse incontrato Papa Ratzinger ad un Mc Donald.
E finalmente è ora de magnar.
Il Garelloforo cerca di venderci una sua presunta conoscenza di un ristorante “attaccato al casello della Milano Genova” ma nessuno in realtà sembra più dargli il minimo affidamento.
Ognuno confidando nella buona stella ci dirigiamo veso sud-est, e finalmente la sorte ci premia. Alla periferia di Voghera , mandata dal dio dei biker compare la Trattoria Milanese-Cucina Casalinga, dall’aspetto talmente invitante che ci avrebbe fatto fermare anche se fossimo stati inseguiti da un gruppo di Naziskin ubriachi.
Il resto lo potete immaginare, e lasciamo la cronaca al Milano Chapter, che è esperto in questo tipo di descrizioni culinarie ristorantesche.
A voi, invece, un po’ di scatti della giornata.
Indovinate chi li ha fatti….


15 febbraio 2008
Garella on the road
Mentre i trepercentuali perdevano le proprie giornate a casa, chi a giocare a baseball con i bambini, chi a smaltire sbornie da festicciole in maschera, il prospettivo Garella, dando prova ancora una volta di passione verace per la motoretta, competenza fotografica e (probabilmente) grandissima abilità ed autorevolezza nella gestione del suo tempo libero familiare, scattava indomito sugli amati tornanti che separano il tepore della liguria dai rigori della pianura padana.
Allo scopo di farci ingelosire e di darci un (meritato) schiaffo morale, ci invia testè alcune eccellenti fotine che hanno l’immediato effetto di farci sentire degli oziosi cittadini degni di un Exagon o poco più.
Recupereremo questa domenica , caro Luca:
scalda il pneumatico e lucida il giubbottone antiproiettile, amico mio!
The Threps

12 febbraio 2008
E va bene, è vero.
E’ un po’ che non aggiorniamo il sito. O per lo meno, che non lo aggiorno.
Ci sono state distrazioni finanziarie, affettive, metereologiche che mi hanno distolto dalla cura del nostro piccolo www.
Gennaio e febbraio, poi, non sono granchè per i motociclisti: li si passa ad aggiustare, riparare, e progettare.
Come se non bastasse, a me ultimamente sembra che non riesca poi così bene nessuna di queste tre cose.
La FLHR ha un rumorino del cazzo che nessuno capisce da dove venga e finirà che me lo porterò dietro per chissà quanto senza fare niente.
Con i Threeps, il progetto del viaggio procede a rilento e l’umore è di tipo invernale.
Ho chiacchierato un po’ con Charro, via pixel. Un mail-friend su bicilindrico, che non ho mai visto in faccia ma, per come mi capisce, potrei conoscerlo da una vita.
Meraviglie del nostro secolo, frutto di contatti eterei, che però per una volta, portano sostanza e scambi di vere emozioni, tra persone vere.
Anche se in fondo, potremmo anche essere solo due motociclisti virtuali, l’uno per l’altro.
Si è parlato di amicizia solida, di come il tempo la può modificare, o saldare.
Della difficoltà che essa porta, dei sacrifici e delle scelte.
Le amicizie tra uomini sono spesso incasinate, specie se ci si mette di mezzo un arnese costruito in USA, che sferraglia e pesa come una locomotiva.
Scelte di viaggio che si portano dietro umori e aspettative. Dubbi, ripensamenti.
Non sempre si può avere la fortuna di essere tutti pronti allo stesso momento, di desiderare tutti la stessa cosa e la nostra moto, che sembra essere il punto di contatto tra noi, a volte sembra non riuscire a tenerci insieme.
Ma per fortuna c’è altro, sotto sotto.
A volte ci si mette un po’, altre volte basta una birra.
Il più delle volte basta volerlo.

No Comment
Due vigili,
su due BMW…

Grazie a Luca per la segnalazione

31 gennaio 2008
In un mondo
In un mondo dove tutti si comprano l’harley per fare i duri,
in un mondo dove, di questi tutti, molti se la “invecchiano ” per fare i più duri,
in un mondo dove, di questi molti, parecchi si comprano un’harley shovel per fare i più duri dei duri,
in un mondo dove di questi parecchi, alcuni choppano gli shovel per fare i più duri dei duri più duri,
beh, in questo mondo qua
c’è ancora spazio per gente che è innamorata della propria moto
e che non vuole altro che correrci sopra
Charro

We believe
We believe,
the machine you sit on,
can tell the world,
exactly where you stand

30 gennaio 2008
La pioggia
La pioggia avrà pure i suoi vantaggi, ma io ho dovuto rimontare il parafango anteriore.

27 gennaio 2008
Penice-treffen
Oggi era il week-end dell’Elefantentreffen, ma noi siamo andati a dondolarci sulle curve del Penice e della val Tidone.
Garella, Cristian su Dyna e il Parods sulla RK (per l’occasione, accompagnato da Pietrino sul selletto posteriore).
Salame di Varzi del famoso salumificio Bertorelli, cotechino, pisarei e fasò, battono wiener schnitzel, 2 a 0.

18 gennaio 2008
Oggi è il giorno dei vigili, cazzo.
Come due scemi, io e Pietrino stiamo attraversando Milano, io in moto e lui in bicicletta. Visto che l’Harley-Davidson va più forte della bici BMX, concordiamo di procedere con lui attaccato alla mia spalla.
Andiamo come il vento e già mi ricordavo i bei tempi di quando il fortunato che avava già il Ciao doveva rimorchiare tutti i compagni in bici, quando un vigilone salta fuori dai portici e ci blocca.
Ramanzina a papà e bambino e multa evitata per un soffio.
Pietrino dopo la curva si riattacca subito e dice:
-Dai papà, tanto non ci credevo a quello che ti diceva il vigile. Tu non sei un padre snaturato…-

Bastardata del giorno
Questa mattina dovevo passare a ritirare alcuni esami clinici in largo Cairoli, davanti al castello Sforzesco.
Mentre arrivo, vedo subito un vigile che cammina con un caschetto Duraleu in mano (chiaramente appena confiscato). Dopo pochi metri, ne vedo un altro in moto (la morte nera dei biker) che sta castigando un motociclista perplesso. Più avanti, altre due stramaledette moto dei vigili con i vigilastri piegati in due sulla sella a scrivere verbali di fronte a motociclisti e scooteristi attoniti.
Graziato solo dal fatto che i vigili erano già occupati, parcheggio in un regolare parcheggio moto, che si trova dipinto sul marciapiede, davanti all’edicola di via Camperio.
Dopo mezz’oretta esco dal laboratorio dove mi avevano confermato che per questa volta non ero sieropositivo, e rivedo la stessa scena.
Moto bianche della polizia locale, con i vigilastri con i loro tipici CASCONI enormi che, intingendo la penna nel sangue dei motociclisti, compilano costosissimi verbaloni.
Cazzo, mi fermo a vedere e mi sembra che le vittime abbiano veramente la faccia da bravi ragazzi: un signore sui sessanta, una ragazza, un tipo bancario-impiegatone. Cazzo, è una strage: ma cosa avranno mai combinato?.
Mi avvicino e chiedo al vigile-balle-spaziali.
Mi risponde lo sventurato multato:
– Non ci crederà, mi hanno multato perchè sono salito sul marciapiede in moto per parcheggiare: ma se c’è il parcheggio disegnato proprio lì sopra, con le righe bianche, mi dica un po’ come cazzo facevo? –
Il Vigilastro in effetti sembra pure lui in imbarazzo:
– Lo vada a dire al mio ufficiale. La salita e la discesa dal marciapiede deve essere fatta a motore spento -.
Incredibile. E se uno per esempio ha settant’anni e uno scooter da mezza tonnellata, come fa? Sale sul marciapiede a motore spento?
Ma la cosa più bastarda, è il conseguente appostamento dei vigili in moto per castigare i motociclisti ignari che venivano a parcheggiare (o come me, che andavano via dal parcheggio…).
Il warning di oggi, quindi è: se vedete un parcheggio per moto dipinto su un marciapiede, occhio che dovete raggiungerlo a motore spento.
Da dietro un palo potrebbe saltar fuori un vigilone-testa-grossa già a metà di un verbale costosissimo.
Il vostro….

12 gennaio 2008
Quelle volte
Quelle volte che lo sai, lo sai e nonostante tutto lo fai lo stesso.
Quando esci in cortile con quella dannata chiave da mezzo pollice e smonti il parafango anteriore.
Mentre sei li che lo fai, lo sai che stai facendo una cazzata.
Perchè è dicembre e tra un po’ su Milano si apriranno cateratte del giudizio universale, ma non te ne frega niente.
Sei li che sviti come un pirla e quando quel pezzo d’allumino finalmente ti viene in mano, la tua moto ha un’altra faccia.
La guardi e ti piace come non mai.
E’ selvaggia come un bobber e cattiva come un Dyna prossimo allo sfasciacarrozze.
Ogni mattina è una sfida contro il tempo, e tu ci stai: voli tra le macchine e gli Ecopass, senza paura di niente, sulla tua moto con quella ruota nuda e selvaggia davanti, con quelle piccole righe bianche che ti proietano dirattamente negli anni sessanta, magari nell’Ohio.
Ma poi un bel giorno fuori piove.
E mentre guardi attraverso la finestra della cucina, pensi che, ok, fino ad oggi non c’è voluto niente a girare con quella ruota: vediamo adesso cosa fai, caro parodi.
E’ venerdi e in banca è casual-friday, così metto su i 501 e il giubbotto che mi ha regalato Cristina a natale.
Sono solo due gocce e i Frye tengono i piedi asciutti, ma poi qualcosa incomincia a non andare per il verso giusto.
Nel riflesso del fanale vedo un muro d’acqua davanti alla moto. Eppure vengono giù solo due gocce.
Cazzo, è la maledetta ruota davanti che sta alzando un schizzo pazzesco, nel quale mi proietto a tutta birra con tutta la moto. E poi è acqua sporca, tirata su da terra e limacciosa.
Mi sento delle schifezze sulla facce e negli occhi. Contemporaneamente l’acqua cola sul giubbottino nuovo, che la canalizza tutta immediatamente nei maroni.
Ho la sensazione di essermi pisciato addosso e i pantaloni completamente zuppi. L’acqua filtra e sale nella schiena risalendo lungo la spina dorsale.
Quando arrivo in ufficio sembra che mi sia tuffato nel naviglio per salvare un barbone ubriaco.
Sono un coglione?
Si.

7 gennaio 2008
“Che” Pan!
E l’esclamazione è un eufemismo, quando si ha di fronte un oggetto come questo, che lotta per sopravvivere sull’isola sulla quale gli Stati Uniti hanno in essere uno dei più severi e lunghi embarghi che la storia ricordi (dal 1961, Baia dei porci).
Adolfo ci accoglie a casa sua, in Rua Neptuno, tra Habana Centro e Habana Viejia.
Una casa semplice ma eccezionalmente spaziosa per i livelli cubani, una moglie ed un bambino.
E sulla strada il suo Panhead: uno dei primi Duo-Glide di oltre 50 anni fa.
Mentre la senora ci prepara un caffè, ci spiega che non era così quando l’ha comprata. Ci sono voluti un bel po’ di anni e di pazienza per trovare i pezzi, montarli e far funzionare tutto.
La prova del kick-start è superata come bere un bicchiere d’acqua e il motore si avvia con un bel rumore basso e pulito.
Adolfo è il presidente del local L.A.M.A. Club, la Latin American Motorcycle Association, presente in tutte le americhe e anche in Spagna.
Nel club non ci sono solo Harley ma ci spiega che qui all’Habana le Harley non mancano.
Anche il figlio del Che è un appassionato, ma purtroppo non ha mai usato il suo importante cognome per facilitare la vita dei pochi appassionati cubani.
Forse perchè le harley sono ancora un po’ troppo a stelle e strisce, per uno che di cognome fa Guevara.
Seduti dell’accogliente tinello chiacchieriamo della loro difficile vita di motociclisti cubani. I pezzi di ricambio sono un problema ma la soluzione è l’importazione dal Messico (Cancun è a poche centinaia di km da Cuba): il vero problema è il prezzo. Adolfo mi mostra con orgoglio le gomme con fascia bianca nuove di pacca, e mi dice che le ha ottenute con l’aiuto di un amico messicano.
Il problema sta tutto lì: senza soldi sembra tutto impossibile e bisogna conseguir ingegnandosi un po’.
Anche le uscite sono sempre un’impresa e di solito si limitano ad una al mese, e quasi sempre nei pressi della città. Questo perchè la gasolina è costosissima, e le vecchie Harley degli anni ’50 questo problema non l’avevano mai preso in considerazione. Probabilmente le vecchie URAL con sidecar, che si vedono in giro abbastanza spesso, sono un po’ meno avide di benzina.
Ma in realtà non importa: siamo motociclisti e dobbiamo cavarcela con quello che abbiamo.
Sfogliamo un album di foto.
Non siamo i primi a venire a trovare gli arlisti Cubani: ecco le immagini di un biker danese che con il suo sidecar si è attraversato tutta l’isola qualche anno fa. Ed anche un consistente gruppo di Messicani in Harley, ma loro sono così vicini che è come se noi andassimo a fare un giro in Corsica.
La prospettiva di un giro dell’isola in moto è molto attraente: solo in quel modo, con un viaggio on-the-road che più non si potrebbe, si può capire a fondo questa complicata nazione, che cerca di nascondere in tutti i modi il proprio vero cuore ai turisti, confinati in grandi resort e nei giri panoramici dell’Habana, con la guida e il pullman con l’aria condizionata.
Adolfo e Max Cucchi, un amico fotografo, ci parlano dei loro progetti: diventare organizzatori di tour motociclistici sull’isola, da effettuare con le proprie Harley.
Musica per le nostre orecchie: l’idea di attraversare i più di 1200 km di lunghezza di Cuba con la mia vecchia RK, è una prospettiva che mi fa battere il cuore.
– Con gli ultimi accordi commerciali, si può spedire a Cuba la moto per container. Quando questo è arrivato all’Havana, nel giro di una settimana potremmo occuparci noi dello sdoganamento e dei documenti…- spiega Adolfo.
Un buon supporto locale per lo sdoganamento sarebbe davvero un servizio prezioso (ricordando i miei casini al porto di Dakar…) ma la moglie di Adolfo scuote la testa: ci troviamo comunque sempre in un paese comunista, con una dittatura forte anche se apparentemente nascosta, e le iniziative private sono spesso osteggiate.
Forse stiamo correndo troppo, e farlo qui a Cuba è davvero fuori luogo. Un sorriso, e si vedrà manana por la manana.
Ci scambiamo le magliette e scattiamo ancora un paio di foto mentre due vecchietti seduti sul ciglio della strada, seguono le nostre mosse e i nostri entusiasmi.
E’ l’ora della siesta, ragazzi.
In fondo, perchè agitarsi tanto?

Roberto 3%er, Cuba









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