• NOI TRE

  • I NOSTRI VIAGGI

  • I MIEI LIBRI

 

Strade senza ritorno

La mia prima Harley: niente era più brillante e cromato.
Il superfluo era la regola e l’accessorio il must, tanto che nel mio primo viaggio in Africa avevo perfino una bandierina italiana che sventolava sul paraborse. Ricordo interi pomeriggi passati a trafficare con nastro isolante e filo elettrico per far funzionare due laser azzurri e l’indianino illuminato sul parafango anteriore.



Dopo litri d’olio di gomito per lucidare cromature e la lente d≠ingrandimento per trovare un posto per l’ultimo adesivo, il mio transatlantico da highway ricordava un po’ uno di quegli Ape che si vedono a Capri: ci mancava solo la calamita “Non correre, pensa a noi”.

Era naturale: avevo l’entusiasmo del neofita e il mio gioiellone sembrava un≠ A112 con il volantino piccolo e i cerchi Abarth.
Ma un giorno ho incominciato ad osservarla con occhio un po’ diverso e ho capito che ne avevo abbastanza.
Poco per volta ho iniziato a spogliarla di tutto, prima timidamente, poi con sempre maggior determinazione.

Via i due fanali spot anteriori, via le frecce, via le gomme bianche. Fuori dalla finestra i paracalore cromati, le lucine, gli specchietti e gli adesivi. Via termometri e indicatori e via pure i silenziatori, sostituiti da due tubi vuoti e neri come il peccato.

Ma non bastava ancora: il vortice mi aveva catturato e non potevo più tornare indietro.
Ero preda di un’ansia irrefrenabile e sapevo che mi sarei fermato solo quando fossi riuscito a farne uscire la vera anima – consapevole che anche la mia doveva essere messa a nudo.
Così continuai a buttare via tutto, non solo dalla vecchia Road King, ma anche dalle mie idee sul mondo biker.

Insieme al larghissimo manubrio bikini e alle cromature, scomparivano poco a poco anche le antiche passioni e le vanità da quattro soldi, come le bizzarre pezze sul gilè, fossero quelle dell’Elefantentreffen o i faticosamente guadagnati Centomila HOG Miles.
Qualcosa nel profondo del mio cuore mi diceva che né io né lei avevamo più bisogno di nessun tipo di decorazione.

Ormai insofferente verso fronzoli ed accessori, ma anche nauseato da miti patinati e superficiali, ero attratto solo da ferri vecchi e neri, con rantolanti ed eroici motori shovel-head, trafilanti d’olio sul carter come antiche ferite che faticavano a rimarginarsi. Moto scostanti di cui si era persa l’etimologia, dal rombo basso e sinistro come una maledizione.

Moto bastarde e illegali, che oggi anche i cervelloni di Milwaukee hanno iniziato a ricalcare con la Street Bob e la Street Glide (una sorellina dell’Ultra, alleggerita e sexy, ma forse un po’ cara).
Iniziavo a capire che avevo imboccato una strada senza ritorno e che niente sarebbe stato più come prima.

Ed è così che nel corso degli anni mi sono ritrovato a frequentare gente che lì c’era già arrivata prima: vecchi meccanici scorbutici e motociclisti incorruttibili, che condividono una passione profonda e un’anima sovversiva che fa fatica a starsene tranquilla. E la moto è il loro modo di lasciarla libera quando non ce la fanno più. E mentre spogliavo la moto, come per incanto, anch’io avevo perso tutte le protezioni: quelle contro il freddo e la pioggia ma anche quelle previste dalla legge e dalle convenzioni.

Avevo dato l’addio alla sicurezza dell’uscita domenicale bell’e pronta e alle tiepide mail quotidiane, avevo perso per strada tesserine e bananine, insieme al riguardo che i dealer riservano ad un buon cliente.
Non avevo più niente di tutto ciò (e forse in realtà non l’avevo mai avuto) ma ero felice, perché avevo ritrovato qualcosa di molto importante. Viaggio su una moto di quasi dieci anni di cui conosco ogni fremito e ogni reazione, e di cui mi fido come di me stesso.

La mia Harley, ragazzi; una macchina di sopravvivenza.

Freeway Magazine, Novembre 2005

?>