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Vite parallele

Prendo la macchina e mi fermo in un bar scalcinato vicino al macello comunale dove bevo un cappuccino squisito (chissà perchè un cappuccino? Sono anni che non bevo un cappuccino). Mi mancano dieci cent, pasticcio con le monete, e il barista mi sorride e dice, ochei va bene così …
Non c’è molto traffico e raggiungo un posto lontanissimo, in fondo a via Mecenate, dall’altra parte della tangenziale, dove mi aspettano le mie marmitte verniciate a polvere a 190 gradi.
Mentre le carico in auto mi sembrano due bazooka, opache e pericolose come solo due scarichi aperti possono essere.
Scambio due impressioni su questo strano Milan che quando gioca bene, perde e quando gioca male vince.
Il verniciatore – il ritratto del milanista “cacciavitt” – sacramenta come se stesse parlando di un figlio intelligente, ma che quest’anno non si vuol proprio mettere a studiare.
Mi piace talmente tanto questo signore, che vorrei regalargli un goal di Sheva, solo per lui, e per quei “millecinquecent franc” che paga ogni anno per “sto milan del cavolo…” ma di cui, si capisce, non potrebbe mai fare a meno.
Mi chiede una miseria per un capolavoro per il quale di norma, avrei dovuto staccare un bell’assegno, e volo verso via Colletta: da lei.

Entro in quello che Talamo aveva definito “L’antro del Magni”.
Dal fondo della piccola officina, Daniele si volta a guardarmi, di fronte a un ponte alzato al massimo, per portare all’altezza dei suoi quasi due metri quello che rimane della mia Road King.
Molti dei nuovi pezzi sono già al loro posto, anche se ad un primo sguardo l’aspetto è quello di una moto che è finita sotto un rullo compressore.
Il nero la rende scostante ed oscura, in un certo senso più vissuta, se è possibile su una moto che ha già su oltre 70.000 km fatti in tre continenti (e molti di questi, neppure sull’asfalto…).
Il manubrio nero, piccolo e stretto, rubato a un vecchio Dyna, svetta sul faro (tra le ultime cose dove il cromo l’ha avuta vinta sulla vernice) e compatta la linea della moto, rendendola appuntita sul davanti, per allargarsi sul posteriore, come un vecchio motoscafo da lago.
Il Magni mi indica con il mento due collettori di scarico, appoggiati sul banco di lavoro.
– Sono i tuoi, cosa credi? -.
E sono stupendi: Daniele li ha ricoperti accuratamente con la fascia paracalore nera, fissandoli con sottili fili di rame all’estremità.
La spessa gomma posteriore da 150, più bassa e larga (spalla da 80), rende il retro della moto estremamente potente ed è coerente con il peso rilevante della struttura. Questo stupendo gommone, sull’asfalto migliorerà la tenuta, e sulla sabbia (con una leggera sgonfiatura) mi consentirà di galleggiare, se non come una enduro, per lo meno certamente meglio di prima (Pipeline, aspettami).
Daniele sorride mentre mi osserva saltellare attorno a quella vecchia road king.
Io ricambio lo sguardo e ogni tanto pongo qualche domanda, chiedo conferme, sorrido a mia volta. Ma non riesco a togliere gli occhi da quella che, capisco già, diventerà una piccola opera d’arte, o meglio, un capolavoro mio, squisitamente personale, come può essere il tuo bambino, la tua casa, la tua ragazza appena conquistata.

Rientro verso l’ufficio, mentre il telefonino bastardo mi informa che ho perso tre chiamate con lo 0044 davanti.
Fanculo, ragazzi.
La settimana prossima, è pronta.

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