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Marocco 2003

 

 

Distanza:
-
4000 km percorsi (di cui 2000 km in Marocco)


Moto:
- Un road king 1340cc, del 98, carburatore, (totalmente di serie)
– Uno sportster 883 (portato a 1200cc)
-Uno sportster 883 (di serie)

Durata:
- 10 giorni

Percorso:
Genova – Tangeri in traghetto (2 giorni)
1. Sbarco a Tangeri alle 20.00 di sera, partenza direzione Marrakech, Dove arriviamo, arriviamo. Facciamo Tangeri , Casablanca, Settat (arrivo alle tre di notte circa a Settat)
2. Settat, Marrakech (arrivo a Marrakech alle due pomeriggio)
3. Marrakech, Ouarzazate, Boulmaine Dades. (tutto il giorno in moto. Con in mezzo visita a Ahit Benhaddu)
4. Boulmaine Dades, Erfoud, Merzouga, Errachidia (tutto il giorno in moto. A deserto pre Sahariano. In mezzo: tempesta di sabbia, oasi varie, valle dello Ziz)
5. Errachidia, Midelt, Missour, Melilla (tutto il giorno. Nel deserto del rif. Arrivo alle sei sul mediterraneo, a Melilla)
6. Melilla – Almeria (in traghetto) (partenza mezzanotte arrivo mattina a Almeria, in Spagna)
7. Almeria, Barcellona (infinitoooooo. Tutta autostrada Arrivo alle sei/sette di sera)
8. Barcellona, San Remo (idem), partiti alle 11.00 arrivati alle 22.00 a SanRemo)
9. SanRemo, Milano


REPORT

“Ride it again, Sam: tre harley in Marocco”


Vento contro per circa duecento chilometri. Ok, non sarà il Ghibli, ma comunque mettiamo la freccia e ci fermiamo all’ultimo autogrill prima di arrivare a Milano. Con tre birre davanti, mentre tutti osservano i nostri giubbotti polverosi, nessuno vuol confessare a se stesso che il nostro viaggio è ormai finito.
Solo qualche giorno fa eravamo tra le dune di Merzouga in fondo al Marocco, a pochi chilometri dall’Algeria. E ci eravamo arrivati con due Sportster e un Road King del 98.
Avevamo percorso più di duemila chilometri su strade e piste africane, oltre ad altri duemilacento attraverso Spagna, Francia e Italia, in una infinita galoppata verso casa.
Non abbiamo bisogno di parlare, Mario, Roberto ed io: dieci giorni passati in simbiosi ti danno altri modi per capirsi. Nei nostri occhi, oltre alla stanchezza degli oltre quattromila chilometri percorsi, si legge la soddisfazione e l’appagamento ma anche un po’ di malinconia.
Nella mente si accavallano immagini e ricordi di questa piccola grande impresa che abbiamo ideato quasi per scherzo e che si è srotolata sotto le gomme delle nostre moto per migliaia di chilometri lungo quattro paesi e due continenti.

Abbiamo viaggiato in lungo e in largo per il Marocco percorrendo una media di quattrocento km al giorno, a volte in sicurezza, spesso prendendoci qualche rischio. Come il tratto Tangeri-Casablanca-Settat: una lunga corsa di quattrocentocinquanta chilometri fatti tutti di notte lungo l’oceano per poi svoltare sulla famosa statale che raggiunge Marrakech, il cuore del Marocco. Ad un certo punto la nebbia più fitta che abbia mai visto (effetto della forte escursione termica insieme all’umidità dell’Atlantico) ci ha avvolto completamente, ma noi abbiamo continuato con l’incoscienza e la determinazione di chi vuole rispettare le tappe. E all’improvviso in mezzo al nulla, è comparso un enorme pullman uscito di strada e coricato in un fosso come una balena arenata sulla battigia. Lo superiamo tra due ali di marocchini che ci guardano allibiti, e scompariamo inghiottiti dalla nebbia. Cosa avrà mai pensato quella gente di quella imprevista visione di tre cavalieri rombanti nella notte?
L’Africa è anche questo, ma poi il fascino del Marocco rapisce completamente i nostri sensi. L’arrivo nella piazza centrale di Marrakech è indimenticabile: le nostre tre Harley impolverate sono oggetto di curiosità e di sguardi meravigliati da parte della coloratissima gente che popola la piazza: saltimbanchi, mangiatori di fuoco e incantatori di serpenti si assiepano attorno a noi tra ritmi tribali, profumi di spezie e cibi fritti in bancarelle coloratissime. I bambini toccano le cromature con le loro manine curiose e noi li lasciamo fare: qui non siamo ad un bike-contest. Festeggiamo con un paio di spremute d’arancia, alla faccia degli ammonimenti sull’igiene della Lonely Planet che ci vorrebbe far attraversare il Marocco chiusi dentro un blister asettico.
Ci lasciamo trascinare nel labirinto di questa meravigliosa città dai ritmi così diversi dai nostri. Conosciamo gente che ci mostra le loro povere case e con un sorriso ci offre il loro tipico tè alla menta, che con il suo sapore originale diverrà la costante del nostro viaggio. In un attimo è già sera e da una terrazza che domina la città ci godiamo lo spettacolo indimenticabile dei minareti illuminati sui tetti della casbah, davanti a tre birre (rarissime a trovarsi visto che il Marocco è quasi proibizionista).
Vorremmo fermarci ancora diversi giorni per visitare le moschee e le stupende biblioteche di questa splendida città imperiale, ma il tempo stringe e il mattino dopo siamo di nuovo in sella: ci aspetta il valico della catena dell’Atlante che con i suoi picchi ricoperti di neve perenne è la spina dorsale del paese.
Trovare l’uscita dalla Medina di Marrakech ci appare subito come un’impresa impossibile e allora con pochi spiccioli ricorriamo all’aiuto di due giovani marocchini che, sfrecciando come Valentino Rossi su di un improbabile Motobecane del 70, ci fanno strada nel dedalo del Souq.

Ci sentiamo come Indiana Jones in fuga dai nazisti mentre le nostre tre rumorosissime moto cariche di bagagli sfiorano banchetti di tessuti colorati e friggitorie ambulanti e suscitando risate, saluti e maledizioni. Superato l’ultimo cammello, in pochi istanti siamo di nuovo soli con i nostri bicilindrici: il panorama è stupefacente e attraversiamo paesi fatti di argilla rossa con bambini che strillano e ci corrono incontro felici, mentre i vecchi seduti all’ombra ci guardano impassibili e accennano appena un saluto con il capo avvolto nelle kefiah.
Distribuendo ad ogni sosta biro, dolcetti e monete, finalmente scavalliamo il passo e l’immensità del Sahara ci si preannuncia con spazi infiniti che si aprono sotto di noi mentre la temperatura inizia ad alzarsi. Per colpa di un distributore esaurito (attenzione, capita spesso) lo Sportster di Mario resta senza benzina ma con un tubetto di gomma previdentemente portato da casa, riusciamo a succhiare un litro di salvezza dal più capiente serbatoio del mio Road King. Con la bocca che sa di benza, via di nuovo verso Ouarzazate: la porta del deserto. La cittadina non ha particolare interesse turistico e decidiamo di procedere nella valle del Dades verso le stupende Gole del Todra. Passiamo la notte in un incantevole albergo in stile arabo nel cui parcheggio si allineano grossi fuoristrada con targhe di mezza Europa. In mezzo a questi mostri parcheggiamo le nostre tre bambine, tanto orgogliose quanto fuori luogo, e suscitiamo subito la curiosità e l’ammirazione di molti vecchi drivers, specie quando diciamo loro quali sono le nostre prossime tappe. Scambiamo gli adesivi di Freeway con quelli delle loro spedizioni, e rispondiamo alle loro perplessità con un sorriso, confidando nella nostra buona stella.
Il giorno seguente è il più duro. Il cielo è velato da una foschia irreale e i nostri pneumatici macinano chilometri su strade che sulla cartina Michelin (la migliore reperibile in Italia ma consiglio di integrarla con mappe acquistate in loco), sono segnate come tratteggiate o intermittenti.

Dopo circa centocinquanta chilometri
oltrepassiamo il punto di non ritorno: o si arriva all’oasi di Erfoud o sono cazzi.


Ma improvvisamente una strana nuvola gialla compare all’orizzonte: non abbiamo tempo per riflettere e ci troviamo in una tempesta di sabbia. Ci fermiamo tra la tormenta con migliaia di spilli che si infilano ovunque tra abiti e giunture del motore. Decidiamo di andare avanti fin che si può. Procediamo a trenta all’ora per un tempo che ci pare infinito, tra lingue di sabbia che il turbine protende subdolamente sull’asfalto facendoci sbandare come prede instabili delle potenti raffiche del vento sahariano.
Fortunatamente non durerà molto, giusto una quarantina di chilometri lungo i quali le nostre moto procederanno come vere navi del deserto. Ho un flash di una figura indistinta apparsa per un attimo nella tormenta che ci saluta dal ciglio della strada per poi scomparire subito: non sapremo mai chi fosse. In quel momento ho creduto che si trattasse di uno spirito del deserto che ci proteggeva. O del mio angelo custode, rimasto indietro a farsi una birra.
Stiamo per arrenderci quando, con la stessa rapidità con cui è arrivato, il vento cala all’improvviso e ci troviamo attorniati dalle alte dune dell’Erg sahariano: muti giganti di un colore giallo e rosa e con una consistenza impalpabile.


Siamo sbalorditi da questo incomparabile spettacolo naturale. La nostra felicità si stempera con l’allentarsi della tensione e con la consapevolezza di aver raggiunto il nostro folle obiettivo: aver portato le nostre tre Harley-Davidson in fondo al deserto, da soli e senza alcun aiuto.


Ci abbracciamo senza parlare

e dopo poco siamo seduti nel portico di una confortevole locanda sperduta tra la sabbia attorno a Merzouga tra muri di fango e paglia, mentre ci godiamo un tè alla menta. Anche qui, come ovunque, abbiamo trovato gentilezza e rispetto da parte dei marocchini (che qui si chiamano berberi, i fieri pronipoti dei tuareg) che erroneamente ci erano stati descritti come scocciatori e rompiscatole. Con un sorriso ripenso quel posto di blocco sull’autostrada Tangeri – Rabat, quando con grande apprensione avevo già estratto tutti i documenti perfettamente in regola, e invece il poliziotto senza degnarli di uno sguardo mi ha fatto scendere con aria minacciosa, si è seduto sulla moto, ha ingranato la prima … ed è partito felice come un bambino!! Il suo collega ci ha confessato che era un Chips marocchino, recentemente degradato ai posti di blocco…
Tutto è andato bene: con riconoscenza penso alla qualità delle nostre moto e all’affidabilità dei fedeli big twins: non abbiamo mai avuto un problema, neppure dopo avergli fatto bere benzina rossa, verde e di chissà quale altro colore uscisse dai rari quanto poco raccomandabili distributori del deserto.

Il Marocco ci fa un ultimo regalo

quando giriamo le nostre forcelle verso nord in direzione del mediterraneo, lungo la valle dello Ziz. Davanti ad un panorama che farebbe impallidire la monument valley tra monoliti altissimi che si stagliano rossi contro il cielo, un tramonto incredibile divide l’orizzonte in due parti: a ovest blu cobalto che tende all’azzurro e ad est il rosa più morbido e dolce che abbia mai visto in tutta la mia vita. Resto indietro di un paio di chilometri e spengo il mio Road King impolverato e sporco. Di fronte a me in un silenzio irreale, sulla strada che procede dritta a perdita d’occhio si stagliano i due puntini rossi delle luci di posizione di Mario e Roberto.
Con la faccia e le mani bruciate dal vento e dal sole, ripenso ancora una volta alla follia di aver fatto tutto quel viaggio senza il parabrezza (non sarebbe stato sportivo nei confronti dei miei due amici), e con un vecchio casco jet aperto.
Mentre il tramonto raggiunge la sua massima intensità, mi tolgo i guanti e scuoto la polvere dalla Belstaff. Volevo fare una foto ma la mia mano si ferma sulla cerniera: non sarei mai riuscito a fissare quell’attimo su una pellicola.
Quello spettacolo era lì solo per i miei occhi.
E per la mia anima.

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