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Delle città, dei paesi

Delle città, dei paesi che ho amato ricordo i silenzi,
obliqui come i loro segreti,
tra muri stinti e lamiere contorte,
e il suono delle parole, francesi,
perdersi nell’aria immobile, calda,
illusione d’argento e ambra, profumo leggero.
Quelle case erano fumo e unto e
il desiderio di un fresco respiro di vento;
accoglievano i miei sogni, le mie paure, i miei desideri
persi nella penombra dei muri che chiudevano giardini misteriosi,
o dietro ricami di tende e lenzuola profumate di riposo.
Ricordo le mosche e i passi degli uomini calcinati dal sole,
pietre che rivelano il cielo, e sentieri attraversati dagli “oued”.
Le ruote rotolavano nelle valli,
veloci, segnando la polvere;
alle volte in discesa spegnevo il motore per sentire la terra scricchiolare,
volevo capirne il segreto;
un segreto che mi sovrastava e mi chiedeva di pensare.
La sera poi in qualche caravan-serraglio dovevo scegliere tra la veglia e il sonno,
tra il ricordo e l’oblio; mi scoprivo allora piccolo, imbelle, senza senno,
sensazioni affascinanti e pericolose, attrazioni impossibili,
insane malie.
Altre volte invece guardavo fisso la notte; allora diventavo tutt’occhi,
cercavo di segnarne i confini, li seguivo, mentre una specie di ansia cresceva.
Capivo che mai avrei sopportato di avere un compagno di viaggio
e ancora di più mi piaceva restare in silenzio.
Oggi questo silenzio è per me ancora più prezioso,
va curato, protetto, regalato a chi sa amarlo;
solo oggi vorrei amici con cui scambiare gli abbracci,
compagni di strada che intuiscono gesti e forse aspettano parole,
con loro riuscirei a non mentire:
saprebbero che la mia voce è cambiata.

Dario

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