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Elefantentreffen 2004 – Il terzo

La Caduta …
Avevo promesso a Luca Mattioli e a Ettore Puglisi un pezzo appena fossi tornato dall’Elefantentreffen. Ma non il solito report: Freeway ha già ospitato più volte le foto della mia road king ricoperta di neve, nella famosa buca di Solla, in Germania, a pochi chilometri dalla Cecoslovacchia.
Qualcosa di diverso, di interiore. Del resto ero certo che anche quest’anno il raduno più bastardo e affascinante del mondo mi avrebbe lasciato qualcosa, e così è stato; quest’anno ho ricevuto una lezione di umiltà.
Avendo sempre guidato cruiser pesanti, il ghiaccio e i fondi scivolosi mi hanno sempre fatto paura e così ho sempre trattato con rispetto la neve e il ghiaccio. Li ho temuti per anni e, piano piano, ho cercato di controllarli. Ho cercato di farlo con attenzione e prudenza, cercando di individuare i limiti (notevoli) della mia moto e di rimanerne sempre al di sotto. O almeno di sfiorarli.
Ma questo non basta, ragazzi. Come non basta aver fatto tanti chilometri sotto la neve, o avere diverse spille dell’Elefantentreffen, o avere i maroni per infilarsi nella buca con la moto.
E non solo non basta. Ma è pericoloso: perchè è allora che inizi a pensare di avere tutto sotto controllo, di essere preparato ad affrontare tutto ciò che può capitare, di poter decidere.
E’ pericoloso, quando arriva il momento in cui la simbiosi con la tua moto è talmente intensa che le tue reazioni sono istintive, il tuo cervello e il tuo culo sentono le minime vibrazioni del bicilindrico e le più piccole asperità del terreno. Le curve si inanellano una dietro l’altra, precise come le perle di in una collana, con traiettorie lineari. Dentro il tuo casco il tuo cervello si sdoppia e una parte di esso innesta il pilota automatico, mentre l’altra ripete continuamente il ritornello musicale con cui ci si è svegliati al mattino.
… Knock knock knocking on heavens door …, scalo, mollo la frizione, la moto rallenta e controllo il leggero scodamento, …Mother take this badge off of me … guardo il termometro, è meno sette, la strada è abbastanza pulita, ma non troppo …I can’t use it anymore… le montagne della svizzera che sto attraversando su una tortuosa e bellissima statale, lasciano filtrare squarci di sole tra zone di ombra ghiacciata, …Mother, take my guns on the ground … la strada piega a destra, è un po’ asciutta e un po’ bagnata, il termometro è a meno cinque ma ce la faccio, mi infilo nella corsia asciutta, …I can’t shoot them anymore, … E’ la millesima curva di oggi, perchè non dovrei farcela? ma perchè ho questa sensazione di brivido alla nuca? ma perchè invece la moto scappa via? perchè mi sento il culo così leggero? …Knock knock knocking on heavens door.
E vado giù. Io da una parte, lei dall’altra. Non penso: cosa vuoi pensare in mezzo secondo? E lei non si ferma più, scivola, scivola ed io dietro di lei.
Ci ferma un monte di neve. La moto si ribalta e fa due giri.
Mi alzo. Subito. Sono tutto intero. Dall’altra corsia non viene su nessuno.
E’ tutto finito. Il silenzio è ritornato completo. Nella valle vedo due sciatori di fondo che continuano la loro passeggiata con ritmo cadenzato.
Non si sono accorti di niente.
Siedo sul ciglio della strada e mi tolgo il casco. Vedo una botta grossa come una mela sul lato destro, giusto sopra l’adesivo dei “three percenters”.
Non so come, ma quel demonio di road king parte ancora; ci rimonto sopra, manubrio storto, tutta ammaccata, come un vecchio cavallo che non si arrende.
Mentre ringrazio il cielo mi invade una sensazione di precarietà.
Mi sento come se dovessi imparare tutto da capo.
E forse devo fare proprio così.

… e il Report
Sono le sei e trenta di venerdì mattina. La mia radiosveglia parte con una canzone di Bill Withers. Niente male come inizio, penso, mentre dall’altra metà del letto una voce assonnata sbadiglia qualcosa sul fatto che ho quarantanni e che ho ancora voglia di fare cazzate simili e via dicendo.

Dallo specchio del bagno mi osserva un tipo piuttosto mal ridotto. Ma negli occhi gli lampeggia una luce sinistra che mamme e mogli riconoscono sempre con una certa inquietudine. E’ quella che io chiamo ‘la scheggia’, e non aggiungo altro.

Di fronte a me sono impilati tre maglioni, una calzamaglia di pile, due pantaloni, tre paia di calze, due paia di guanti, un piumino vecchio ma collaudato ed altri accessori che sembrano usciti dal guardaroba di Roald Amundsen. Fuori, nel buio mattino invernale mi aspettano due gradi sotto zero. E una vecchia Harley-Davidson nera. Ho preso un giorno di ferie, e sto per andare all’Elefantentreffen.

Questo evento è una delle cose più difficili da spiegare. Quando ci penso, mi viene in mente quella patch che talvolta si vede sui giubbotti dei motociclisti più fanatici: – If I have to explain, you’d never understand – . Ecco perché un raduno come questo può capirlo solo chi ama veramente la moto e anche un po’ le sfide con se stesso. Le origini dell’Elefantentreffen risalgono al dopoguerra, quando pochi squilibrati con vecchi sidecar Zundapp e BMW residuati bellici (chiamati appunto elefanti) raggiungevano in pieno inverno la foresta del Nurburgring, per due giorni di follia collettiva. Nel corso degli anni la manifestazione si è spostata a Solla, nella foresta della Baviera, a poca distanza dal confine con la Cecoslovacchia. E laggiù, privo di qualsiasi motivazione logica, mi stavo dirigendo.

Le grandi imprese si fanno da soli: le cazzate invece preferisco condividerle, perciò sono riuscito a convincere Mario e Luigi che presentati così sembrano un po’ i due compari di Pierino. E un po’ è vero. Giusto per dovere di cronaca, informo che il terzetto è composto da un investment banker, un avvocato e un commercialista; l’ordine sceglietelo voi, anche perché per quello che stiamo per affrontare, questi dettagli si riveleranno assolutamente superflui.

Ci aspettano ottocento chilometri, che devono essere percorsi tutti in una volta e con una buona media, in modo da non essere colti dalle tenebre nelle lande desolate a nord di Monaco. Calcoliamo che dobbiamo farcela in dieci ore, altrimenti rischiamo di rimanere bloccati dal ghiaccio e dalla neve. Da Milano, seguiamo l’autostrada in direzione del Brennero. Il cielo è chiaro ma la temperatura è molto bassa. Mi sembra di abbracciare quintali di aria gelata, mentre sto aggrappato al largo manubrio della mia moto senza parabrezza. Tiro alcune maledizioni a chi parla di quel ‘bel freddo così sopportabile perché è secco’ Mi ritorna in mente una tabella vista qualche giorno fa su internet e che si chiama ‘Effetto wind-chill ‘ . Indica la percezione della temperatura in funzione della velocità: a centoventi, se fuori ci sono meno due, più o meno è come se stessi a meno otto. Mi sento di sottoscrivere completamente l’affidabilità di quella tabella.
I viaggi in moto hanno la caratteristica Zen che sei solo con te stesso. Solo i poveri di spirito li ritengono noiosi e li temono: è noto che i filosofi e i grandi pensatori sono sempre ricorsi a lunghi viaggi in motoretta per scodellare le loro teorie più profonde. Io non sono da meno e nel microclima del mio casco i miei pensieri galleggiano come pesci in un acquario, senza una direzione precisa. Di solito dopo un po’ entro in loop con un motivo che mi si piazza in testa dal mattino e non mi abbandona più. SWhen I wake up in the mornin’, love .. Non so se la moto la guido io o Bill Withers – and the sunlight hurts my eyes – Dentro gli scarponi ed i guanti cerco di mantenere la circolazione muovendo le dita, mentre curioso nelle auto che mi passano accanto, i piccoli ambienti all’interno, così protetti, caldi. . ..And something without warning love – bambini e i camionisti mi salutano. Le donne mi guardano, ma con occhi un po’ troppo sbarrati per marcare un punto alla mia vanità. – and I know it’s gonna be, -

L’asfalto si srotola sotto le gomme e ci avviciniamo al Brennero. Autoarticolati che vengono da lontano, con targhe piene di consonanti e camionisti baffuti. …. a lovely day …. La temperatura scende a meno dieci. Nel fondo della valle corre una ferrovia e come una freccia mi trapassa il cuore l’immagine dei carri piombati che tanti anni fa attraversavano quel confine con il loro carico di dolore. Forse perché i vagoni e la ferrovia sono gli stessi. Forse perché il freddo ti fa pensare a cose strane – Just one look at you – Canta ancora, Bill, canta più forte, per favore.

Entriamo in Austria, ma a momenti non ce ne accorgiamo: già da un pezzo tutti i nomi delle città sono tedeschi, e in tedesco ci parlava pure la cameriera all’autogrill dopo Bolzano, anzi Bozen. Non vi dico per ordinare un macchiato tiepido con latte freddo a parte.

Il viaggio è una gara di resistenza: quando inizio a sentire freddo in posti strani, come la nuca, o la pancia, allora capisco che devo fermarmi. Mi riprendo con una sorso di grappa della mia fiaschetta e poi si riparte. Il telefonino non prende, poco male: non prendono più neanche le dita. Il motore gira rotondo con un brontolio basso che mi conforta sui lunghi tratti monotoni, mentre il sole inizia a calare. La Germania ci accoglie con le sue pianure bianche e piatte. Nomi di città che si pronunciano con un grugnito, e che incutono vecchie paure; Ravensberg, Dachau, Reisbach. Forza, non mollare. Sosta dopo sosta, ho dato fondo alle mie scorte di maglioni. Ho infilato pure un paio di calze nelle mani, sopra i guanti: sembro un incrocio tra babbo natale e un lebbroso. Mancano i campanellini, provvederò il prossimo anno.
Superiamo Monaco e giriamo il muso verso est mentre le nostre ombre si allungano sempre di più. Anche il sole, sdegnato, decide di lasciarci e, con un ultimo barbaglio va a scaldare qualche luogo imprecisato sull’oceano atlantico. Su di noi cala la notte. Sulla visiera completamente ghiacciata si formano cristalli a cui i fanali dei camion fanno assumere i colori dell’arcobaleno. Attraversando foreste impenetrabili e ci avviciniamo lentamente alla meta. Da qualche ora ho assunto uno stato semi catatonico con mani, ginocchia e piedi insensibili. Provo ad accelerare, giusto per capire se sono ancora sveglio, ma dopo qualche secondo mi pare che qualcuno mi stia toccando la spalla. Non ricordo bene, ma credo fosse il mio angelo custode piuttosto incazzato che con l’aureola surgelata mi chiedeva con gesti inequivocabili quali fossero le mie intenzioni.

Superiamo una fila di sidecar che arrancano su una salita. Ci siamo quasi e, come è ovvio, gli ultimi chilometri sono i più duri. La strada è tutta coperta di neve e ghiaccio e la mia moto, che pesa quasi quattrocento chili, scarta come un cavallo davanti a un serpente. Le scariche di adrenalina mi risvegliano del tutto e cerco almeno di non sbagliare direzione. Mario e Luigi sembrano leggermi nel pensiero e mi fanno gesti molto eloquenti, tipo quelli dell’angelo custode. Dai loro occhi capisco che non sorvolerebbero facilmente un mio errore di rotta.

Insomma, alla fine arriviamo. Ci rifocilliamo in una stube dove sotto al nostro tavolo si forma una chiazza d’acqua da disgelo che però non fa arrabbiare Inga, che ci sembra pure carina e continua a portarci weise beer e salsicciotti. Dopo averne mangiati due, realizzo che erano di pollo e vegetali aromatizzati alla cannella. Volevamo lo stinco ma chissene frega. Inga dice qualcosa e ride, ridiamo anche noi. … And I know it’s gonna be, a lovely day -

Il raduno dell’Elefantentreffen è veramente qualcosa di unico. Arrivando di notte dall’alto di una collina si può vedere ‘la buca’, una valletta dove in modo totalmente spontaneo e disordinato, si forma un grandissimo bivacco. Di fronte ad ogni tenda, c’è un fuoco scoppiettante e le moto piazzate davanti, come fedeli animali da guardia. L’odore intenso di falò, birra e vin brulè pervade l’atmosfera. Le tende sono di ogni tipo, dai tepee alle canadesi, ma alcuni si arrangiano sotto capanne fatte di teli mimetici e assi. Le moto sono strane ed originali, proprio come i loro proprietari; non c’è una donna, nessuno parla con il cellulare, e nonostante il tasso alcolico eccezionalmente alto, non ci sono mai risse.

Procedo barcollando, un po’ intontito dalla fatica e dallo stupore, neve alla caviglia, evitando non meglio identificati mezzi a due ruote che si tirano dietro slittini carichi di legna, balle di paglia, e cassette di birra. Mi aggiro tra canti gutturali e urla roche di motociclisti scandinavi semi ubriachi. I fuochi sparsi sulla collina illuminano le lamiere dei sidecar e delle moto e ricordano da vicino i resti di un’air crash. Mi sembra di essere sul set di un film di John Carpenter e da un momento all’altro mi aspetto di incontrare Iena Plissken di Fuga da New York. Invece Mario e Luigi mi fanno cenni da un falò. Mi siedo anch’io, accolto da saluti in diversi lingue dalle quali posso solo escludere che ci fosse l’italiano. Mi viene subito servito un mestolone di vin brulè corretto alla vodka che mi brucia l’esofago e che mi porta subito allo stesso livello di barella degli altri.

Intuisco che i miei ospiti sono polacchi, ma il gruppo è eterogeneo. Siamo già amici. Chiedo da dove viene al mio gigantesco vicino di fuoco che ricorda l’avversario di Rocky II. Le uniche parole che distinguo nella risposta sono Warsaw, moto BMW e qualcosa tipo catene. Le hai montate sulla moto? No, ride lui, e tira fuori due manette. E’ un poliziotto o qualcosa di simile. Mentre guardo il suo muso simpatico tagliato con l’accetta, considero che se dovessi mai fare il ladro non sceglierei Varsavia. Un altro riconosce sul mio gilet le insegne della HOG: il mio club di motociclisti. Harley Davidson? domanda, e alla mia risposta affermativa si porta un dito alla tempia, e scoppia a ridere scoprendo tra barba e baffi una voragine in cui poco dopo sparisce mezza bottiglia di Moskoskaya. Ma poi riesce a mettere insieme un – Bravo! Bravo! Tu qui con Harley – e poi fa segno a tutti che ci volevano due maroni così per farcela. Il comitato grugnisce la sua approvazione mentre dieci tazze di acciaio si alzano insieme per un brindisi alla mia salute.

Rispetto, ragazzi. In mezzo a quella gente fatta di cuoio e acciaio io mi sento l’ultimo dei fighetti di Milano. Mi viene in mente 8-Miles, quando Eminem canta il suo rap ed è applaudito dai neri degli slums di Detroit.

Qualcosa dentro di me inizia a sciogliersi.
E non è per merito della vodka.

E’ notte fonda ormai, e il silenzio scende sulla buca. Mentre osservo le ultime braci del falò mi arriva tutta in un colpo la botta la stanchezza di questa lunga giornata. Cerco di riflettere sul perché ho fatto ottocento chilometri sotto zero con una moto da strada senza parabrezza: tutta questa fatica, questi rischi e tutto questo spreco di calorie.

Mi domando perchè ora sono qui col culo nella neve, di notte, con gente che probabilmente non rivedrò mai più, a parlare di moto e di imprese un po’ vere e un po’ inventate. Non mi so dare una risposta, so solo che dentro di me ho una sensazione di pace e di appagamento. All’improvviso, illuminata dalle ultime fiamme del bivacco, vedo riflessa nel serbatoio cromato di una moto, la mia faccia stropicciata e stanca. Sulle prime quasi non mi riconosco, ma poi in fondo in fondo intravedo una strana luce che lampeggia nei miei occhi. Sorrido.

La scheggia c’è ancora…

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