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Elefantentreffen 2004 – Il terzo La Caduta … … e il Report Dallo specchio del bagno mi osserva un tipo piuttosto mal ridotto. Ma negli occhi gli lampeggia una luce sinistra che mamme e mogli riconoscono sempre con una certa inquietudine. E’ quella che io chiamo ‘la scheggia’, e non aggiungo altro. Di fronte a me sono impilati tre maglioni, una calzamaglia di pile, due pantaloni, tre paia di calze, due paia di guanti, un piumino vecchio ma collaudato ed altri accessori che sembrano usciti dal guardaroba di Roald Amundsen. Fuori, nel buio mattino invernale mi aspettano due gradi sotto zero. E una vecchia Harley-Davidson nera. Ho preso un giorno di ferie, e sto per andare all’Elefantentreffen.
Le grandi imprese si fanno da soli: le cazzate invece preferisco condividerle, perciò sono riuscito a convincere Mario e Luigi che presentati così sembrano un po’ i due compari di Pierino. E un po’ è vero. Giusto per dovere di cronaca, informo che il terzetto è composto da un investment banker, un avvocato e un commercialista; l’ordine sceglietelo voi, anche perché per quello che stiamo per affrontare, questi dettagli si riveleranno assolutamente superflui. Ci aspettano ottocento chilometri, che devono essere percorsi tutti in una volta e con una buona media, in modo da non essere colti dalle tenebre nelle lande desolate a nord di Monaco. Calcoliamo che dobbiamo farcela in dieci ore, altrimenti rischiamo di rimanere bloccati dal ghiaccio e dalla neve. Da Milano, seguiamo l’autostrada in direzione del Brennero. Il cielo è chiaro ma la temperatura è molto bassa. Mi sembra di abbracciare quintali di aria gelata, mentre sto aggrappato al largo manubrio della mia moto senza parabrezza. Tiro alcune maledizioni a chi parla di quel ‘bel freddo così sopportabile perché è secco’ Mi ritorna in mente una tabella vista qualche giorno fa su internet e che si chiama ‘Effetto wind-chill ‘ . Indica la percezione della temperatura in funzione della velocità: a centoventi, se fuori ci sono meno due, più o meno è come se stessi a meno otto. Mi sento di sottoscrivere completamente l’affidabilità di quella tabella. L’asfalto si srotola sotto le gomme e ci avviciniamo al Brennero. Autoarticolati che vengono da lontano, con targhe piene di consonanti e camionisti baffuti. …. a lovely day …. La temperatura scende a meno dieci. Nel fondo della valle corre una ferrovia e come una freccia mi trapassa il cuore l’immagine dei carri piombati che tanti anni fa attraversavano quel confine con il loro carico di dolore. Forse perché i vagoni e la ferrovia sono gli stessi. Forse perché il freddo ti fa pensare a cose strane – Just one look at you – Canta ancora, Bill, canta più forte, per favore. Entriamo in Austria, ma a momenti non ce ne accorgiamo: già da un pezzo tutti i nomi delle città sono tedeschi, e in tedesco ci parlava pure la cameriera all’autogrill dopo Bolzano, anzi Bozen. Non vi dico per ordinare un macchiato tiepido con latte freddo a parte. Il viaggio è una gara di resistenza: quando inizio a sentire freddo in posti strani, come la nuca, o la pancia, allora capisco che devo fermarmi. Mi riprendo con una sorso di grappa della mia fiaschetta e poi si riparte. Il telefonino non prende, poco male: non prendono più neanche le dita. Il motore gira rotondo con un brontolio basso che mi conforta sui lunghi tratti monotoni, mentre il sole inizia a calare. La Germania ci accoglie con le sue pianure bianche e piatte. Nomi di città che si pronunciano con un grugnito, e che incutono vecchie paure; Ravensberg, Dachau, Reisbach. Forza, non mollare. Sosta dopo sosta, ho dato fondo alle mie scorte di maglioni. Ho infilato pure un paio di calze nelle mani, sopra i guanti: sembro un incrocio tra babbo natale e un lebbroso. Mancano i campanellini, provvederò il prossimo anno. Superiamo una fila di sidecar che arrancano su una salita. Ci siamo quasi e, come è ovvio, gli ultimi chilometri sono i più duri. La strada è tutta coperta di neve e ghiaccio e la mia moto, che pesa quasi quattrocento chili, scarta come un cavallo davanti a un serpente. Le scariche di adrenalina mi risvegliano del tutto e cerco almeno di non sbagliare direzione. Mario e Luigi sembrano leggermi nel pensiero e mi fanno gesti molto eloquenti, tipo quelli dell’angelo custode. Dai loro occhi capisco che non sorvolerebbero facilmente un mio errore di rotta. Insomma, alla fine arriviamo. Ci rifocilliamo in una stube dove sotto al nostro tavolo si forma una chiazza d’acqua da disgelo che però non fa arrabbiare Inga, che ci sembra pure carina e continua a portarci weise beer e salsicciotti. Dopo averne mangiati due, realizzo che erano di pollo e vegetali aromatizzati alla cannella. Volevamo lo stinco ma chissene frega. Inga dice qualcosa e ride, ridiamo anche noi. … And I know it’s gonna be, a lovely day - Il raduno dell’Elefantentreffen è veramente qualcosa di unico. Arrivando di notte dall’alto di una collina si può vedere ‘la buca’, una valletta dove in modo totalmente spontaneo e disordinato, si forma un grandissimo bivacco. Di fronte ad ogni tenda, c’è un fuoco scoppiettante e le moto piazzate davanti, come fedeli animali da guardia. L’odore intenso di falò, birra e vin brulè pervade l’atmosfera. Le tende sono di ogni tipo, dai tepee alle canadesi, ma alcuni si arrangiano sotto capanne fatte di teli mimetici e assi. Le moto sono strane ed originali, proprio come i loro proprietari; non c’è una donna, nessuno parla con il cellulare, e nonostante il tasso alcolico eccezionalmente alto, non ci sono mai risse. Procedo barcollando, un po’ intontito dalla fatica e dallo stupore, neve alla caviglia, evitando non meglio identificati mezzi a due ruote che si tirano dietro slittini carichi di legna, balle di paglia, e cassette di birra. Mi aggiro tra canti gutturali e urla roche di motociclisti scandinavi semi ubriachi. I fuochi sparsi sulla collina illuminano le lamiere dei sidecar e delle moto e ricordano da vicino i resti di un’air crash. Mi sembra di essere sul set di un film di John Carpenter e da un momento all’altro mi aspetto di incontrare Iena Plissken di Fuga da New York. Invece Mario e Luigi mi fanno cenni da un falò. Mi siedo anch’io, accolto da saluti in diversi lingue dalle quali posso solo escludere che ci fosse l’italiano. Mi viene subito servito un mestolone di vin brulè corretto alla vodka che mi brucia l’esofago e che mi porta subito allo stesso livello di barella degli altri. Intuisco che i miei ospiti sono polacchi, ma il gruppo è eterogeneo. Siamo già amici. Chiedo da dove viene al mio gigantesco vicino di fuoco che ricorda l’avversario di Rocky II. Le uniche parole che distinguo nella risposta sono Warsaw, moto BMW e qualcosa tipo catene. Le hai montate sulla moto? No, ride lui, e tira fuori due manette. E’ un poliziotto o qualcosa di simile. Mentre guardo il suo muso simpatico tagliato con l’accetta, considero che se dovessi mai fare il ladro non sceglierei Varsavia. Un altro riconosce sul mio gilet le insegne della HOG: il mio club di motociclisti. Harley Davidson? domanda, e alla mia risposta affermativa si porta un dito alla tempia, e scoppia a ridere scoprendo tra barba e baffi una voragine in cui poco dopo sparisce mezza bottiglia di Moskoskaya. Ma poi riesce a mettere insieme un – Bravo! Bravo! Tu qui con Harley – e poi fa segno a tutti che ci volevano due maroni così per farcela. Il comitato grugnisce la sua approvazione mentre dieci tazze di acciaio si alzano insieme per un brindisi alla mia salute. Rispetto, ragazzi. In mezzo a quella gente fatta di cuoio e acciaio io mi sento l’ultimo dei fighetti di Milano. Mi viene in mente 8-Miles, quando Eminem canta il suo rap ed è applaudito dai neri degli slums di Detroit. Qualcosa dentro di me inizia a sciogliersi. E’ notte fonda ormai, e il silenzio scende sulla buca. Mentre osservo le ultime braci del falò mi arriva tutta in un colpo la botta la stanchezza di questa lunga giornata. Cerco di riflettere sul perché ho fatto ottocento chilometri sotto zero con una moto da strada senza parabrezza: tutta questa fatica, questi rischi e tutto questo spreco di calorie.
La scheggia c’è ancora… |