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Turchia e Balcani – Estate 2004



Agosto 1924, stazione ferroviaria di Istanbul, Turchia, ore 21:30.
Signore in eleganti abiti da viaggio sventolano fazzoletti dai finestrini e salutano i parenti sotto le pensiline in ferro battuto. Tra fischi e sbuffi di vapore i facchini si affrettano attorno agli ultimi bagagli da sistemare sulla carrozza passeggeri mentre i cuochi della Compagnia Wagon Lits, completano la preparazione della cena, da servire già in viaggio verso Parigi.

Agosto 2004
L’atmosfera è questa, pervasa di aspettative e immersa in

un tramonto rosa che solo l’Asia sa regalare. I motori, quelli no: non le caldaie a vapore dell’Orient Express ma bicilindrici a ciclo otto con coppia da rimorchiatore a basso numero di giri. I conduttori siamo noi: Roberto, Mario, io e per l’occasione anche Mitch con la sua Electra nera. Con il motore acceso e i pochi bagagli legati sul manubrio, ci scambiamo il solito cenno d’intesa e ingraniamo la prima.
Ci aspetta una lunghissima galoppata verso casa, attraverso Turchia, Bulgaria, Romania, Serbia, Croazia, Slovenia e finalmente l’Italia.
Alle nostre spalle ci lasciamo la prima metà del viaggio, iniziato verso sud lungo l’Italia e poi attraverso la parte più selvaggia e impervia della Grecia e la Turchia dove tante emozioni hanno già arricchito i ricordi di questa piccola impresa.
Viaggiare in moto consente di immergersi totalmente dentro l’anima dei paesi che si attraversano. Ma bisogna lasciarsi andare. Del tutto, senza timore, senza preconcetti e con un po’ di fiducia: mi arricchiscono molto di più cinque minuti di chiacchiere con un benzinaio mentre il metallo dilatato della mia moto ticchetta sotto il sole che scattare venti foto a un monumento raggiunto con un taxi. Ecco perché seguo l’improvvisazione, l’istinto, l’inspiegabile impulso che ti porta a cambiare strada all’improvviso e a cercare alloggio in piccolo paese che ti ha stregato e della cui esistenza nessuna guida aveva fatto menzione.

Nei nostri viaggi cerchiamo di seguire questa filosofia che, per esperienza, abbiamo capito essere quella che paga sempre di più. E anche questa volta si inizia così, con l’incontro tanto stupefacente quanto casuale con il tedoforo che porta la fiamma olimpica verso Atene per aprire le Olimpiadi, seguìto da un lunghissimo corteo con telecamere e autorità, alle quali ci siamo uniti con le nostre Harley come rappresentanza “italo-americana”.Dopo un paio d’ore però, ci siamo resi conto che la nostra strada verso Larissa (l’unica…) era

irrimediabilmente bloccata dal corteo stesso e allora guidati da una jeep pilotata da un greco in stile Camel Trophy, attraversando sterrati e dislivelli da enduro siamo riusciti a bypassare la manifestazione e ad iniziare una trionfante discesa verso le Meteore ed il mare Egeo, lungo una delle strade più panoramiche del sud dell’Europa, completamente deserta e libera per noi, attraversando paesi imbandierati che ci salutavano credendoci l’apertura del corteo Olimpico. Una sensazione indimenticabile.
Ma anche Istanbul ci ha affascinato, con i suoi profumi e le sue atmosfere esotiche dalle quali ci siamo lasciati incantare subito. La moschea Blu, il Topkapi, il pesce fresco negli affollati ristorantini sul Bosforo ma non bastava, volevamo di più e allora eccoci tra i vapori dell’Hammam più antico della città, sotto le cui volte, dal 1520, i turchi si rilassano godendosi un rito antico e salubre fatto di docce, marmi caldi e … benefiche contorsioni. Qui, i massaggiatori turchi si sono presi cura di noi, con particolare dedizione alla schiena del Surace.

Già dai primi giorni si capisce che

Già dai primi giorni si capisce che questo viaggio non è una passeggiata bensì, una tipica performance da ThreePercenters, che richiede un buona dose di schiena e di spirito di adattamento che non sempre si scopre di avere.

Quando racconto che la tappa media era di circa 500 km per otto, dieci ore di moto, alcuni replicano che così non si vede niente. Ma non è vero: mi sento di aver respirato più sensazioni e aver compreso più profondamente una nazione a cavallo della mia moto e conoscendo per la strada gente di ogni ceto, che visitandone il museo principale o cenando nel miglior ristorante del centro storico.
Logica da Threepercenters?
Può darsi, ma questo è lo stile, anche quando si arriva in una remota località dei Carpazi e l’unico alloggio disponibile è una piccola casa privata, riscaldata solo dal sorriso della giovane rumena che ce la offre. Certo non sempre tutto va liscio e lo scazzo è all’ordine del giorno, ma va bene così, e dopo risse e discussioni, siamo ancora insieme sulla strada, attaccati ai nostri manubri e con la faccia piena di moscerini a fare il pelo a camion che ricordano quello di Duel di Steven Spielberg

Lasciamo la Turchia e dopo interminabili pianure, ci dirigiamo verso la Bulgaria, che ci accoglie con fittissimi boschi di larici che pullulano di soldati.

La prima sensazione è quella di essere nelle mani di biechi doganieri che non aspettano altro che derubarci con assurde richieste burocratiche. Ma non sarà mai così, e sorrido pensando a quante preoccupazioni inutili si hanno prima di un viaggio come questo. Addirittura qualche bene informato diceva che bisogna essere pazzi ad andare con quattro Harley nei paesi islamici. Che fesserie: ricordo gli sguardi severi delle guardie, subito stemperati da un sorriso e da qualche ingenua domanda sulle nostre moto – Quanto fa?, quanto costa? -. Sguardi ammirati di ragazzi-soldati che avranno vent’anni. E ho vergogna a dirglielo, quanto costa, a questa gente che in un anno porta a casa l’equivalente di tre tagliandi (da un concessionario ufficiale Harley). E così farfuglio qualcosa e sorrido anch’io, vergognandomi delle paure, dei timori infondati e dei luoghi comuni, della diffidenza che in fondo non si riesce mai a scacciare del tutto. E ci salutiamo, loro lì con i loro cappottoni, e io a cavallo di un pezzo di ferro che per loro varrebbe la svolta di una vita, (ma che, non dimentichiamolo, ha fatto svoltare anche la mia!!) Ma le nuvole passano subito mentre la mia vecchia Road King del 98 corre in un mare di girasoli in mezzo alla Bulgaria.
Siamo stati fortunati? Quattro uomini nessuno li disturba? Non lo potrò mai sapere: so solo che durante le visite di solito non slegavamo neppure la tenda e spesso neppure il casco: al ritorno il massimo che poteva capitare era trovare qualche bambino seduto sulla sella, con gli occhi pieni di gioia.
Sulla strada più sconnessa che abbia mai percorso scendiamo verso il Mar Nero. O almeno speriamo, visto che in Bulgaria i pochi cartelli sono scritti con caratteri in cirillico e per orientarci usiamo la mia bussola. Come un miraggio, finalmente ci appare il Mar Nero: arriviamo a Nessebar, un incantevole paesino medievale su un isolotto collegato alla terraferma mediante un ponte. Restiamo colpitissimi dalla bellezza delle ragazze e dai prezzi, la metà dell’Italia (e non mi sto riferendo a loro…).
E poi via verso la Romania. Raggiungiamo Bucarest dove i contrasti sono evidenti: dall’Intercontinental (verso le cui quattro stelle il nostro “Melchiorre” Surace era attratto come un Re Magio) alle fogne a cielo aperto dove i bambini abbandonati vivono di espedienti. Dai palazzi ministeriali in stile vetero-comunista pre-Ciausescu, ai bellissimi ristoranti dove si mangia una eccellente T-bone steak per due euro. I rumeni amano tutto ciò che è latino ed europeo e sono gente amichevole e ospitale. Dopo poco realizziamo che esiste un secondo popolo, i Rom, che noi definiremmo zingari ma che qui hanno le loro origini e sono stanziali nei loro villaggi molto diversi dai nuclei urbani dei rumeni. Capiamo che i rumeni “Doc” non li amano perché anche qui i Rom non spiccano per industriosità e rifiutano di allinearsi con la vita moderna. Superando carretti tirati da cavalli (il mezzo di trasporto più comune in Romania) giungiamo in Trasilvania, patria del Conte Vlad Dracul, su cui qui si specula molto e che finisce per deluderci un po’ (il suo presunto castello, a Bran, è privo di interesse e non merita la deviazione per raggiungerlo). Stupenda invece è Sighisoara, la sua città natale, che sorge al centro dei Carpazi. Il fragoroso ingresso delle nostre moto sulle antiche strade lastricate della cittadina non sarà dimenticato per molto tempo, ma avere un’Harley è anche questo, no?

Qui il nostro ThreePercenter “aggiunto” ha un momento di sconforto e, testa tra le mani dichiara: – Passo le giornate seduto sulla moto e le notti seduto sul cesso. Vi prego, lasciatemi qui -. Ma è solo un attimo e il giorno dopo è lui che ci guida tra i declivi che si portano verso la parte occidentale dello stato. Le campagne ricordano il Chianti e le nostre moto fanno a gara con grosse nuvole gravide di pioggia, su cui avremo la meglio per un soffio. Mentre lasciamo dietro di noi i fulmini della Transilvania raggiungiamo Timisoara, una ridente cittadina nel cui centro siamo instancabilmente abbordati da vistose ragazze con gambe lunghe e capelli nerissimi, che ci ricordano la vicinanza dell’Europa più ricca.

Il viaggio volge al termine e come al solito le tappe si allungano.Riattraversiamo per la seconda volta il Danubio in Serbia, a Belgrado, e l’ultima sera la passiamo a Zagabria, nel locale del grande “Zorro” Boban.
Davanti all’ultima birra, chi decide di far visita ai propri genitori, chi non vede l’ora di riabbracciare la fidanzata.

Per un minuto lascio gli amici ed esco all’aria fresca della sera con la mia birra. Osservo la mia moto: è ricoperta della polvere di mezza Europa e uno straccio di bandiera turca è legata sul portapacchi. Lungo questi interminabili 4600 km, una buca le ha ammaccato il parafango anteriore, e non ricordo neppure più dove.

Avverto una sensazione strana dentro di me e sulle prime credo sia la stanchezza ma poi capisco che non sta nelle braccia o nella schiena, ma è nel cervello. E in un istante mi ritrovo a pensare al prossimo viaggio: Capo Nord, la Libia, l’Iran, San Pietroburgo. Chi lo sa?
La sensazione si fa più forte e il cuore aumenta impercettibilmente il battito.
Sempre più lontano, sempre più difficile, ragazzi.





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