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MILANO – TANGERI – DAKAR

Marzo 2013

Con Andrea Maestri e Francesco Veneziani

Tappe

Milano – Tangeri con la GNV, con scalo a Barcellona.  Due notti, arrivo a Tangeri e liberi circa alle 18.

Tangeri – Meknes, vicino a Volubilis, arrivo di notte ovviamente

Volubilis – Merzouga , via Azrou e boschi di Cedri, arrivo alle 18 a Merzouga, con sterrato

Merzouga – Zagora. Sterratone

Zagora  - Guelmin, Veneziano ha avuto le coliche nella notte, decide che ce la fa ad andare lo stesso. Sterratone e arrivo di notte a Guelmin 650 km

Guelmin – Tan tan Plage – Tarfaya.  Tarfaya viste zone di Antoine St Exupery, Museo chiuso, posto abbastanza di merda,meglio tan Tan Plage, con bella spiaggiona.  Dormito in posto di merda a tarfaya, hotel cambiato perchè non c’erano ne letti ne doccia.

Tarfaya – Laayoun – Bujdur – Dakhla. Qui capita il disastro, incidente di veneziani, di cui leggete sotto. Abbiocco e centra il culo di una land rover. Sei denti, polso rotto e quasi emorragia alla gamba.

Dakhla, ospedale militare, alla sera Veneziani riparte per  l’Italia

Dakhla – Nouadibou.  Nella terra di nessuno, tra Mauritania e Western Sahara, nella zona della terra di nessuno, chiamata Kandahar, vendiamo la moto di Veneziani ai contrabbandieri.  Circa 250 euro.

Nouadibou – Nouackchott . A Nouackchott bella sistemazione in una casa di una francese , tipo auberge per backpackers

Nouackchott – St Louis.  Sterratone tra Rosso e Diama.  St Louis sempre nell’Hotel La Poste.  Mitologico

St Louis – Dakar. Sterrato sulla savana, e sterrato per raggungere il lago rosa, ma non ci riusciamo perchè foro una gomma.  Mega cena al ristorante sul porto “Club de Pecheur”.  Dormiamo all’hotel le Lagoon

Dakar e alle 6 del mattino partiamo in aereo, Royal Air Maroc, fino a Casablanca, poi cambio e arrivo a Malpensa alle 15.00


Considerazioni sulla sfiga

A volte capitano.  Quando viaggi lo sai e se viaggi tanto, lo sai ancora meglio.

Ma non ci pensi.  O meglio, pensi che capitino sempre agli altri.

E a volte in effetti capitano agli altri, ma è come se capitassero a te.

Se vai in moto sai che puoi farti male. E a noi è capitato, pochi giorni fa.

Sono tornato da un bellissimo viaggio in moto, uno dei “miei”.  Da Milano a Tangeri, e poi via giù a sud, verso Dakar.  Un viaggio che ho già fatto nel 2007 con la mia Harley e che ho voluto ripetere con altri due miei amici, il Maestri e il Veneziani, trasformandolo in un viaggio off-road, con tante piste, tanto sterrato e moto più idonee: la mia vecchia R80 G/S, la R100 del Maestri trasformata HPN, e la sempre bella Honda Africa Twin del Venezia.

E se ci è scappato l’incidente non è stata colpa delle moto, ma delle persone.

E’ capitato a metà strada, nel centro del deserto come più non potevamo essere, a 350 km dal primo ospedale, nel Western Sahara sulla transahariana tra Laayoun e Dakhla, in uno di quei tratti allucinogeni, tutti dritti, sotto un cielo azzurrissimo e davanti al deserto più piatto e noioso, su una strada che corre dritta per migliaia di chilometri, con pochi incontri, qualche cammello ed enormi camion sfiancati dalla fatica.

Uno dei miei amici ha avuto un abbiocco, forse ha avuto un miraggio, insomma, non lo sapremo mai.  Il punto è che ha centrato il posteriore di una vecchissima (e lentissima) Land Rover che procedeva nella sua stessa direzione. Io ero dietro di lui e continuavo a dire “ok adesso la supera, adesso piega a sinistra e la sorpassa” e invece no. E’ andato dritto, contro quella ruota di scorta, contro quel portellone arrigginito e scricchiolante costruito in Inghilterra 50 anni fa.

L’impatto è stato forte. Il rumore dell’urto, la moto che rotola da una parte, lui dall’altra.

L’acceleratore bloccato, il motore che urla a 6000 giri, lui steso per terra.

Io che non ci volevo credere e continuavo a ripetere “Non a noi, cazzo, non in questo modo, e soprattutto, non qui!”

E invece stava capitando, a noi,  qui, e a tre ore dal primo ospedale.

Il mio amico a terra che sanguinava e sotto choc diceva “ferma le macchine, ferma le macchine” ma quali macchine? Siamo nel deserto cazzo!

E poi cerco di calmarmi, capisco che c’è qualche frattura e qualche dente in meno, ma il mio amico si alza, passa un Pick up Toyota e ci aiuta, carichiamo lui e la moto, ridotta a un rottame, e via verso Dakhla, sperando in un minimo di assistenza.

Le cose, dopo qualche giorno si sono aggiustate e ora il mio amico è ora convalescente in Italia.  La moto semidistrutta è persa tra le sabbie del Western Sahara con una nuova targa e una nuova identità.

Perché è capitato? La sfiga, certo, ma forse un pranzo troppo sostanzioso, la  stanchezza pregressa, una notte passata senza riposarsi bene.

Qual’è la lezione? Umiltà, modestia, rispetto del viaggio.  Mai sopravvalutare le proprie forze, la propria resistenza e mai sottovalutare i messaggi che il nostro corpo ci lancia: stanchezza, sonno, occhi che si chiudono.

E tutto questo, moltiplicato per dieci se invece di essere vicini a casa, si è in Africa, dove per una banale emorragia alla gamba (che per fortuna abbiamo scoperto già in ospedale), ci si può lasciare la pelle.

Quando si fanno viaggi in luoghi come questi, bisogna essere dei soldati.  Il rigore, le regole, le tappe, la tonicità del corpo, la chiarezza dello spirito.  Mangiare poco e leggero, bere tantissimo, avere la mente sgombra da problemi, concentrarsi sulla pista, sulla strada.  Tenere in ordine la moto perché la sua efficienza ti può salvare la vita o togliertela.  Avere cura del proprio corpo: un banale disturbo come una scottatura al viso, qualche linea di febbre, il naso che cola o un occhio che lacrima, ti possono distrarre e provocare un disastro.

La moto e il viaggio in terre lontane sono sogni meravigliosi, ma possono diventare incubi.

Per evitare che questo accada, molto dipende da noi.





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