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Tunisia – 2005




A HORSE WITH NO NAME
Tunisia; Marzo – Aprile 2005
Durata: 7 giorni (traghetto incluso)
Percorso: 1200 km in Africa (sterrati e piste inclusi)
Tappe:  Tunisi – Sousse, Sousse – Matmata, Matmata – Ksar Ghilane, Ksar Ghilane – Douz, Douz – Hammamet,
Hammamet – Tunisi

Forse si, ragazzi,
Forse è meglio buttare giù questo pezzo proprio stasera, mentre le mani tremano ancora, e non so se sia perché hanno retto il manubrio della mia Road King in mezzo alle piste dell’Erg Orientale, oppure per i rischi che questa volta abbiamo voluto prenderci, ma tant’è.
Questo non è il report di un viaggio in Tunisia, ma il racconto di una avventura che a molti sembrerà assurda: raggiungere un’oasi nel Sahara.
Da soli.
Con tre Harley-Davidson.

E allora iniziamo, e senza tanti preamboli trasferitevi con me su ciò che resta del set di Star Wars, il famoso film che George Lucas ha scelto di girare proprio a Matmata, un incredibile villaggio troglodita nella Tunisia meridionale dove da millenni la popolazione si è adattata a vivere nelle grotte per resistere al caldo insopportabile.

Mario, Roberto ed io ci siamo arrivati da poco con due Sportster e la mia Road King e ci troviamo in quella che fu la famosa discoteca di Star Wars, dove Luke Skywalker incontra i Jan Solo per organizzare la sua folle impresa alla ricerca della principessa Leila.
Quella sera, proprio come nel film, non siamo dell’umore migliore. Sulla camionabile Tunisi – Tripoli, Roberto è scivolato sul ghiaietto e per la caduta la sua mano si è gonfiata come un cotechino. Per fortuna, grazie alla fiamma ossidrica di un riparatore di trattori locale, siamo riusciti a raddrizzare i leveraggi del cambio del suo Sportster e a saldare un paio di perni che si erano tranciati, ma la nostra impresa è a rischio e l’umore sotto le suole.
Mentre finiamo le nostre birre, una sontuosa BMW GS 1200 parcheggiata poco distante pare ci sfidi, con le sue ruotone tassellate e gli ammortizzatori che sembrano le gambe di una giraffa: nessuno commenta, ma ci leggiamo nel pensiero.

Il proprietario compare, casco nuovissimo e in perfetta tenuta da enduro: – No, ragazzi fatemi capire dove cavolo volete andare: all’oasi di Ksar Ghilane? Con quelle tre moto lì? Cioè, vabbè che amo il rischio ma credetemi, lasciate perdere. Io mi ci sarò insabbiato a dir poco trenta volte e poi, a causa del tôle-ondulée ho preso una buca a cento all’ora e ho piegato il cerchione anteriore. Morale, sette ore bloccato nel deserto e meno male che un tale mi è andato a prendere un’altra ruota a Douz…-
Noi ci guardiamo, con i nostri jeans e i nostri Camperos, la Belstaff e il Jet aperto.
Non c’è molto da commentare.
Finiamo le birre. Che è meglio.
Il giorno dopo il cielo è talmente luminoso che non si può guardare senza occhiali.
Sono le undici e mezza e da un quarto d’ora stiamo viaggiando sulla famigerata “pipeline”, una tenue linea tratteggiata sulla mappa che collega un pugno di oasi a centinaia di chilometri l’una dall’altra nel Sahara Orientale. Questa pista entra in Algeria e si perde verso sud, ma a noi non frega assolutamente niente visto che ci basterebbe riuscire ad arrivare all’oasi di Ksar Ghilane.
Il primo tratto è terribile: la pista è uno sterratone largo otto metri pieno di buchi e sassi grossi come mandarini a far da cornice all’insopportabile tole-ondulèe, che nessun ingegnere di Milwaukee si era mai sognato di dover affrontare.
Le nostre moto vibrano in modo devastante e sembra che vadano in pezzi. Mi preoccupa molto anche l’eventualità di una foratura, tutt’altro che remota visto che per la pista con sassi bisognerebbe aumentare la pressione delle gomme anche fino a 2,5 atm. mentre per la sabbia è invece meglio sgonfiarle; in puro stile Threepercenters, noi non abbiamo fatto un bel niente e con le nostre gommazze da strada guidiamo a trenta all’ora (la velocità peggiore, come impareremo) confidando nella buona sorte che a volte assiste i pazzi e gli incoscienti.

Iniziano i primi sabbioni. Li aspettavamo, ma trovarseli davanti è impressionante: le dune rossicce e morbide che da un po’ incombevano sulla pista, hanno finito per invadere quello che rimane della pipeline, riappropriandosi dello spazio che da anni l’uomo cerca di sottrarre loro.
Nel silenzio assordante del deserto ci fermiamo ad osservare il primo sabbione: sarà lungo centocinquanta metri e non abbiamo idea di come affrontarlo e abbiamo una sola sicurezza: non lo si dovrebbe fare con quelle moto lì.
Provo a passare a circa trenta all’ora. Dopo il tuffo nella sabbia, la sensazione è orribile: la moto rallenta e sbanda, il manubrio sbacchetta come impazzito e la moto si fa pesante e ingovernabile. Si piega e cerco di tenerla su con un pazzesco sforzo di gambe (chi ha un Road King lo sa), ma sento che i quasi quattrocento chili di moto affondano inesorabilmente. Do gas disperatamente e la moto sulle prime affonda di più ma poi, miracolosamente si assesta e procede piano piano come un motoscafo. La potenza e la coppia del 1340 cc finalmente servono a qualcosa, e mi cavano d’impaccio. Una nuvola di sabbia mi nasconde alla vista dei miei amici e quando si abbassa, sono dall’altra parte.
Si continua così per chilometri; la pista peggiora e la mano di Roberto è dolente e bendata: lui fa finta di niente, ma noi no. Mario con il suo Sportster affronta la sabbia a velocità più sostenuta e ha maggiore successo, ma ogni nuovo sabbione è un mistero totale. Ora ce n’è quasi uno ogni due, trecento metri.
Credo che siano le tre, ci saranno quaranta gradi.
E non siamo neanche a metà strada.

Come un miraggio compare un posto di guardia: è Bir Soltane, un luogo di sosta ben noto a chi frequenta quelle piste.
Ci fermiamo consapevoli di aver compiuto già una bella impresa ad arrivare fin lì e mentre beviamo una bibita ghiacciata, le nostre moto sono oggetto di curiosità da parte delle guide Tuareg, gente che si guadagna la vita scorrazzando i turisti nel deserto su fuoristrada Isuzu 4×4.
Non sappiamo cosa fare: la pista verso sud peggiora molto e ci tenta l’idea di raggiungere l’oasi in Jeep, visto che il rischio di spaccare tutto o di rimanere insabbiati è molto alto – e la mano sinistra di Roberto non accenna a sgonfiarsi.
Ma se nella vita talvolta giunge un momento in cui una decisione importante viene presa senza nessun tipo di logica, quel momento doveva essere giunto.
Dopo un lungo silenzio in cui si sentiva solo il vento del deserto muovere lievemente la tenda berbera, Mario si è alzato e ha detto
– Ok ragazzi, andiamo a prendere a calci questa cazzo di pipeline.
I Tuareg sono rimasti impassibili, ma nei loro occhi c’è ora uno sguardo diverso.
Ai loro Inshallà, noi rispondiamo con un cenno del capo, i nostri volti già coperti dalla kefiah infilata nel casco. Si, Inshallà, ma adesso sono tutti cavoli nostri.
L’ultimo tratto era effettivamente il più duro. Gli insabbiamenti e le cadute si sono moltiplicati e lo Sportster di Roberto è sprofondato nella sabbia fino al mozzo. Ricordando quello che avevamo letto sul manuale del perfetto endurista, ci siamo cavati d’impaccio buttando giù la moto su un fianco per liberarla. E grazie ad Allah, il trucco funzionava!
La mia Road King affrontava tratti di pista sprofondata fino alle borse che, appoggiandosi sulla sabbia, le impedivano di affondare e la facevano galleggiare come un vecchio peschereccio in un mare di sabbia impalpabile – il temibile “fetch fetch” – tanto fine che sembra acqua.

Alla fine di quella interminabile giornata, i tre motociclisti che raggiunsero la famosa pozza di acqua calda dell’oasi di Ksar Ghilane, non eravamo più noi.
Anche se non lo sapevamo ancora, qualcosa era cambiato.
Avevamo vinto la sfida con il deserto ma soprattutto quella con noi stessi; avevamo rischiato ma l’avevamo fatto con umiltà e rispetto verso una natura possente e imbattibile, che piano piano avevamo iniziato a conoscere. Avevamo affinato le nostre tecniche e alla fine ci eravamo perfino divertiti a volare sulla sabbia di fronte a enduristi allibiti. E ce l’avevamo fatta.
Potrei riempire ancora molte pagine per parlarvi delle mille sensazioni che questa stupenda regione desertica ci ha regalato: il bianco abbagliante dello Chott El Jerid – il lago salato con i suoi miraggi contro i quali lo Sportster di Mario sembrava un puntino tremolante nell’orizzonte sfumato – la crosta di sale che scricchiolava sotto le ruote della mia moto, o i sorrisi delle bambine che correvano a piedi nudi incontro a Roberto per una caramella o una biro.

Ma forse tutto il significato di questo viaggio si può racchiudere nelle parole di Cinzia, una guida professionista di Sahara-Dream che abbiamo conosciuto in nave:
– L’Africa è così, ragazzi: a volte pensi di aver compiuto un’impresa, poi incontri tre come voi e ti rendi conto che al mondo c’è sempre qualcuno più pazzo di te … –



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