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Elefantentreffen 2005 – Il quarto

 

Sono le cinque e mezza di sera e gli ultimi raggi di un pallido sole tedesco si sono ritirati ormai da un po’. Da quasi mezzora fisso la luce di posizione dello Springer di Mario che mi fa pensare ad un piccolo fuoco rosso, una fiammella che vorrei raggiungere per metterci le mani sopra e finalmente scaldarle.

Ma è solo uno di quei trucchi che il cervello si inventa per farti stare sveglio e resistere al freddo.
Lungo i quasi ottocento chilometri per arrivare all’Elefantentreffen da Milano, il tratto tra Landshut e Deggendorf è il più bastardo. Ci si capita verso sera quando le forze ti hanno quasi abbandonato e le riserve di calorie si sono esaurite, insieme alla fiaschetta di grappa.

Quando arrivo qui, ogni anno penso che sono un cretino a giocarmi un prezioso week-end di fine gennaio per una cazzata del genere, ma ci ricasco sempre.
Mi affianco a Mario e lo osservo. E’ come in trance: le mani tuffate nelle manopole, i piedi sulle pedane posteriori e lo sguardo fisso con gli occhi semichiusi di chi guida col pilota automatico e le reazioni istintive. Da Innsbruck ci stiamo beccando meno dodici. Posto del cavolo, tempo del cavolo; impreco e stringo i denti, ma si va avanti: io senza parabrezza e lui con una lastra di plexiglas tenuta su da due fascette e una gruccia appendiabiti.

All’improvviso sento dietro di noi un leggero fruscio: sette grosse BMW ci sorpassano in un lampo. I motociclisti siedono dritti e rilassati e ci salutano gentilmente. Sono GS 1200, R1150-R o K1200 LT. Metallizzate, bellissime, mezzi efficienti: parabrezza regolabile che non ti bagni quando piove, manopole e sella riscaldate, GPS, lettore di CD, presa per il riscaldamento del giubbotto e delle calze.
Mentre bestemmio attaccato al manubrio per evitare che il vento mi si porti via, mi sorpassa anche il furgone di appoggio, con generi di conforto e meccanico al seguito.

Riconosco i colori del moto club Visconteo che ogni anno allestisce una tenda nella buca dell’Elefantentreffen a Solla, offrendo cibo e bevande a tutti. Al raduno apprenderemo che il dealer BMW ha offerto gratis moto e albergo ad un medico che accompagna il gruppo (e non vi dico che moto…).

Mentre riprende a nevicare abbasso lo sguardo sulla mia Road King del 98 su cui fatico a tenere i centodieci e che costa il doppio di quelle gazzelle metallizzate che sono già lontane davanti a noi.
Ha mantenuto praticamente la stessa impostazione di guida del Duo Glide di Lee Marvin nel 54 e consuma come un Caterpillar. Fa casino come un Riva Acquarama e pesa come una Smart. D’estate ti arrostisce il culo e d’inverno non ti fa perdere un fiocco di neve.

Ma sono innamorato di questa vecchia moto e come tutti gli innamoramenti, non so spiegarmelo razionalmente. So solo che non la cambierei per niente al mondo.
Amo quel suo inimitabile fanale che accarezzo come fosse il testone di un cane fedele, quel serbatoio rotondo e perfetto come i fianchi della mia ragazza, quell’incredibile linea del parafango posteriore che si perde nella nebbia di Milano, il geniale contachilometri sul serbatoio, l’incomprensibile assenza di altri strumenti che però la rende selvaggia come un wild hog e semplice come le vecchie moto che fanno battere il cuore. Amo la sua potenza ai bassi regimi e il fatto che non mi ha mai tradito.

Un colpo di clacson mi distoglie dai miei sogni. E’ Mario che con gesti esasperati mi fa capire che lui, di quelle moto là, appena torna in Italia se ne compra subito una. Io ricambio lo sguardo, sorrido attraverso la visiera e scuoto leggermente la testa. Ma un attimo dopo anche Mario sorride e mi fa un cenno di intesa.

Il dubbio che siamo due cretini rimane, ma una sensazione nella pancia mi dice che quest’estate a SanPietroburgo ci andremo ancora con le nostre vecchie Harley.

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