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Albania, Serbia-Montenegro e Bosnia 2005






ALBANIA

E finisce per piacerci pure l’ellepi di Eros Ramazzotti, uno di quelli vecchi, di quando si piangeva ancora addosso per essere stato mollato dalla Hunziker.
Di fronte alla Corona più gelata della mia vita, anche questa “cortesia” inflittaci dal gestore del ristorantino sul mare dopo che ha capito che siamo italiani, diventa un dettaglio trascurabile.
E’ lavata? Non lavata? E con che acqua?

Nessuno ci ha pensato davanti al sorriso dei camerieri che ci servivano un’insalata greca croccante e profumata in questo bellissimo angolo di mediterraneo, sulla camionabile Saranda – Valona, nell’Albania meridionale.

All’ombra di vecchi ulivi frondosi ci concediamo una prima sosta, ampiamente meritata.
- Se parlo italiano? Certo che parlo italiano …-
Ci informa l’oste mentre prepara il tavolo, con il sorriso indulgente riservato ad ospiti importanti ai quali si perdona volentieri qualche piccola manchevolezza.
Siamo già in ritardo sulla tabella di marcia già alla prima tappa: e pensare che abbiamo fatto poco meno di duecento chilometri da quando il traghetto ci ha mollato a Igoumenitsa alle cinque e mezza di un mattino che sembra di una settimana fa.
A dire la verità ci eravamo già fermati alla dogana tra la Grecia e l’Albania, e lì avevamo avuto la prima sorpresa: tutto era andato liscio, nessun gabelliere baffuto e post-sovietico a squadrarci minaccioso alludendo a inesistenti problemi di bolli e timbri per spillarci qualche euro.
No ragazzi, poiché in Albania si entra molto più velocemente che a Portofino di sabato sera, o a Milano venendo dalla Serravalle una domenica di giugno.
Addirittura fin troppo, visto che nessuno delle nostre moto, ha l’assicurazione che copre l’Albania e il poliziotto si limita a raccomandarci di farla.
I Threepercenters ovviamente non la fanno, consci del fatto che abitualmente si scontrano tra di loro o cadono per terra da soli, senza bisogno di aiuti di mezzi locali…
Pietro invece con 25 Euro assicura la sua fedele BMW GS rossa del ’95, con una polizza temporanea.
Pietro è il quarto del nostro gruppo: abbiamo progettato il viaggio insieme a lui con l’idea di attraversare l’Albania, il Montenegro e la Bosnia, accompagnandolo fino a Sarajevo dove lavora da quasi due anni come giudice presso la Corte Internazionale, e dove lo lasceremo per continuare da soli verso l’Italia.

* * * *

In Albania dalla Grecia.

I bunker abbandonati puntati verso il nulla: antiche paure di ieri per insicurezze di oggi… Il primo approccio con l’Albania è cauto e timoroso e non delude le nostre attese. Subito dopo la frontiera ci accoglie una campagna arida e poco coltivata, circondata da monti tozzi e massicci dove immagino i nostri Alpini nel ’42, a smadonnare contro il gelo e i mortai greci.

Ovunque sono disseminati bunker di ogni tipo, tutti in rovina e che danno l’impressione di non essere mai stati usati.

Queste fortificazioni, infatti non risalgono alla seconda guerra mondiale, bensì agli anni cinquanta e sessanta, durante i quali l’Albania si era chiusa in un lungo isolamento, mantenendo contatti – diffidenti – solo con regimi dittatoriali ed assolutistici come l’Unione Sovietica e successivamente la Cina.
Questa politica estera ha segnato il declino del paese e ne ha causato un colossale ritardo nello sviluppo rispetto ai paesi limitrofi, che solo oggi si sta poco a poco riducendo essenzialmente grazie ai consistenti aiuti internazionali.
I bunker fanno parte del paesaggio e sono coerenti con l’atmosfera surreale di questo piccolo stato ancora pressoché sconosciuto a noi occidentali.
I fortini, spesso piccolissimi e tondeggianti come grossi funghetti, nel corso degli anni, sono finiti in mezzo a giardini di case costruite abusivamente, o in mezzo ai campi che i contadini coltivano faticosamente con vecchi aratri a trazione animale.

* * *

Monti aridi e profumi di mediterraneo

Dopo pochi chilometri dal confine, la strada si impenna piegando verso ovest.
Ci stiamo dirigendo verso Saranda, la prima cittadina sul mediterraneo proprio davanti all’isola di Corfù: dovremo guadagnarcela visto che le condizioni dell’asfalto diventano subito pessime.

Buche e ghiaietto ci fanno compagnia tra salite e discese ripidissime dove spesso dobbiamo ingranare la prima, ma il panorama è veramente unico.
Dopo qualche ora, siamo sul mare.
In un assordante frinire di cicale, attraversiamo una profumata macchia mediterranea che si alterna per decine di chilometri con uliveti che ricordano la riviera Ligure, lungo una stradina a picco sul mare fiancheggiata da muri a secco che sembrano usciti dalla penna di Montale.
“Osservare tra frondi il palpitare lontano di scaglie di mare, mentre si levano tremuli scricchi di cicale dai calvi picchi”
La Grecia è dietro l’angolo e a poche miglia marine – come insegnano gli scafisti di Valona – c’è il Gargano.
Viaggio senza casco come la maggioranza degli sparuti scooteristi di queste parti, ed è una sensazione ineffabile quanto pericolosa che mi riporta indietro agli anni se

ttanta, mentre correvo sulla vespa verso la spiaggia all’inizio delle vacanze estive.

* * *

Saranda e i suoi tombini

Saranda è una cittadina che offre una passeggiata sul mare e un numero impressionante di edifici ancora da finire, compreso un sistema fognario caratterizzato da tombini completamente privi di ogni tipo di coperchio.

Mentre considero che nessuno sembra preoccuparsene, sorrido pensando ai vigili milanesi dritti in mezzo alla strada sulle beole di corso di Porta Romana a segnalarne i

l “leggero basculamento” nell’attesa dell’arrivo degli operai.

Procediamo evitando mucche, cavalli e pecore che ci osservano stupiti e non accennano a liberare la corsia per farci passare.
“Loud Pipes Save Lives”, e sarà pure vero, ma dopo

l’ennesima sgasata per far smammare un vitellone fermo sulla linea di mezzeria, a momenti mi beccavo una cornata e così da allora ho preferito optare per sistemi più diplomatici, come fermarsi e aspettare tranquillamente che il signor bovino decida di spostarsi.

E forse questa è stata la prima lezione che mi ha regalato l’Albania: un piccolo grande paese…

* * *

Ma cosa fanno gli albanesi. Intendo, per vivere…
L’Albania ha tre milioni di abitanti.
Un buon milione vive all’estero tanto che il 30% del PIL è costituito dalle rimesse degli emigranti.
Considerato che la sola Italia ha stanziato circa 600 milioni di euro negli ultimi quattro anni a favore di quella che potremmo chiamare la nostra ventunesima regione, è facile concludere che gli albanesi potrebbero vivere tranquillamente senza fare un tubo.

E infatti l’impressione è che facciano esattamente così.
Non si vedono fabbriche tranne alcuni capannoni ai margini delle grandi città e, anche qui, il business più florido (lasciando stare per un attimo il contrabbando e il traffico di droga che transita dall’Asia all’Europa, prevalentemente da questi monti) sembra sia l’immobiliare.
Lungo la strada è un continuo susseguirsi di case in costruzione, tutte con la bandiera albanese che sventola sui tetti finiti a metà.
A volte scorgiamo anche qualche bandiera americana, spesso piantata al contrario, che fa capire che Bush qui non è il benvenuto, anche se ultimamente l’Albania ha consentito l’uso di basi aeree e navali alla NATO.

* * *

Inerpicandoci su dislivelli che farebbero la gioia di un Tour de France, rifletto che il contesto militare albanese è la cosa che mi fa più ridere di questa simpatica nazione.
Il fatto stesso che un paese nelle condizioni dell’Albania possa pensare di avere un esercito offre già alcuni spunti comici, ma osservando tutti questi bunker di difesa, così in declino e ricoperti di rigogliosissime piante o di biancheria a stendere, fatico a trattenermi.
Quelli che preferisco sono quelli sul mare, orgogliosamente puntati verso l’Italia e situati, spesso in luoghi veramente paradisiaci.
Mentre la strada si inerpica su e giù e la temperatura sale a dismisura, decidiamo che è il momento di un bagno ma, vista la bellezza dei luoghi non riusciamo a decidere dove fermarci.
Per giunta, i tubi di scarico della mia Harley 1340 sono privi di paracalore (visto che è un periodo che mi sta sulle palle il cromo), e così una innegabile maggiore cattiveria della moto mi fa scontare una dose supplementare di calore che sale dalle gambe direttamente all’uccello portandolo ad una temperatura che mi renderebbe difficile procreare un quarto figlio.
E forse è un bene.

Il bagno nell’acqua. Radioattiva…
Mentre penso ai miei maroni e via dicendo, dietro una curva compare all’improvviso una caletta veramente incredibile.
Il mare penetra dietro un grosso promontorio e cambia colore passando dal blu scuro a varie tonalità di verde, fino ad arrivare alla trasparenza totale.
Un piccolo istmo collega alla terra un piccolo promontorio sul quale si distinguono le immancabili rovine di una vecchia caserma.
Un curioso quanto massiccio molo a T si protende verso il mare, abbandonato come le cattedrali nel deserto di Gioia Tauro.

Sul lato opposto di questo stupenda insenatura naturale, una preoccupante galleria a pelo d’acqua scompare nella montagna, immagino per ricoverare i sottomarini nucleari russi della guerra fredda.
Istintivamente pensiamo che l’acqua sarà certamente radioattiva, vista la particolare sensibilità ecologica che potevano avere i russi negli anni cinquanta, per di più in terra albanese.
Concludiamo che una buona dose di uranio non avrebbe potuto farci che bene e, argomentando che tra gli effetti più probabili del bagno radioattivo ci sarebbe senz’altro stato anche quello di aumentare le dimensioni dei nostri uccelli, ci tuffiamo nudi come mamma ci ha fatto, nello specchio d’acqua fresco e ristoratore.

Viste da vicino, queste spiagge albanesi sono un po’ meno belle di quanto sembrino dalla strada duecento cinquanta metri a picco sul mare, a quaranta gradi all’ombra e con una bestia da quattrocento chili di ferro e olio e che pulsa calore e gas di scarico in mezzo alle gambe.
Notiamo che nonostante siano pressoché deserte, sono piuttosto sporche e talvolta hanno un’aria di triste abbandono, ma la sostanza c’è e credo che sia solo questione di tempo perchè qualche nuovo Aga Khan (greco o pugliese) non inizi a trasformare queste coste nella nuova Sardegna.

* * *

Tirana
Il piano era quello di arrivare a Tirana la prima sera: 450 Km di monti e costa albanese su una strada che era un’incognita anche per chi ha programmato il Gps della BMW di Pietro, che infatti a volte segna che ci troviamo in aperta campagna e salta gli incroci.
Per quanto possibile cerchiamo di tirare ma la media è di 30/40 km all’ora. Passiamo vari paesini e il profumo di resina e di macchia mediterranea si va lentamente attenuando verso la pianura.
Arriviamo Valona, città degli scafisti, e non certo famosa per le condizioni del manto stradale, visto che il Depia dopo un’interminabile frenata sul ghiaietto di una strada che è segnata “rossa” sulla nostra cartina, finisce a terra e termina la scivolata dentro il posteriore della mia Road King – aprendolo in due.
La maledetta ruota anteriore dello Sportster si pianta nel piccolo paraurti del Road King che si piega ma fortunatamente non si spezza.

Continuerò il viaggio perseguitato da continui rumori di viti e perni che rumoreggiano e ticchettano ovunque, ma – quel che è peggio – anche dalle spiegazioni e dalle scuse del Depia.

* * *

E mi raccomando: mai viaggiare di notte …
La polvere e il sole sono sempre una tortura per i motociclisti, ma qui in Albania sono particolarmente fastidiose.
Mentre attraversiamo un tratto a quasi ottanta l’ora, ingranando pure la quinta, ci lampeggia una macchina della polizia.
Accostiamo leggermente preoccupati ma dal sorriso del poliziotto, capiamo che non siamo in pericolo – né di multa e né di estorsione. L’agente (anche lui con faccia rotonda e camicia azzurra d’ordinanza aperta fin sul petto) ha un’aria paciosa e accomodante. Si avvicina ad ognuno di noi e singolarmente ci dice in italiano “piano ragazzi, andate piano”. A tutti tocca la mano, sorride e saluta con il tipico mezzo inchino con le mani giunte al petto.
Mario si prende anche un benevolo buffetto sul casco.
Piano ragazzi, e un sorriso di un vecchio poliziotto albanese.
E’ vero, si va sempre un po’ troppo forte.
In tutti i sensi.

* * *

Siamo quasi a Tirana, è tardi e le ombre si allungano sulla periferia di Durazzo.
Il Depia continua a non sentirsi tranquillo con il suo disco del freno che si è probabilmente ammaccato nell’incidente, ma forse è solo un’impressione data dalla fatica e dal fatto che siamo in ballo dalle cinque e mezza del mattino, e sono le nove di sera.
Un ultimo sforzo e tra quaranta chilometri siamo a Tirana.
Colpisce il fatto che tutto qui è un po’ italiano, dai cartelli delle autostrade ai mezzi dei pompieri con la scritta “Vigili del Fuoco” e naturalmente alle auto: le nostre auto.
Come tipicamente accade nei paesi del terzo mondo, la macchina è il bene più ambito e un vero status symbol e in Albania, paese pieno di contraddizioni, nessuno lavora ma tutti hanno la Mercedes.
Gli autolavaggi sono più comuni dei benzinai e c’è sempre la coda. La benzina costa poco rispetto all’Italia e le auto hanno strane targhe.
Vanno per la maggiore quelle italiane, spesso a metà (solo con i numeri e senza la città di provenienza) o privi del tutto.
Da queste parti c’è un detto che suona così: “vieni a fare le vacanze in Montenegro, la tua macchina è già la…”. E pensate che lo dicono gli albanesi…

Oltre alle auto ci sono anche delle moto di grossa cilindrata, ma veniamo a sapere che anche queste sono tutte rubate, visto che a Tirana non esiste nessun concessionario di moto.
Inspiegabilmente però, la cosa non ci preoccupa.

Procediamo in mezzo ad un traffico indescrivibile, tra clacson e polvere alzata dalle vecchie Mercedes color sabbia.
Quasi tutte hanno il parabrezza rotto e mi chiedo se sia perchè, senza i pezzi di ricambio, le mani di un bravo carrozziere albanese possono riparare tutto tranne il cristallo oppure solo perchè qui sulla strada vola di tutto, compresi sassi e mattoni.
Finalmente siamo nella piazza centrale.
E’ buio ma la città è illuminata, ci sono lavori ovunque e palazzi altissimi con i piani superiori non finiti e gli inferiori già usurati dal tempo e dalla bassa qualità dei materiali.
Lasciamo le moto davanti al nostro alberghetto poco distante dalla piazza centrale dove, sulla facciata di un edificio pubblico campeggia un immenso arazzo di sapore sovietico-proletario che ricorda il Quarto Stato di Pelizza da Volpedo.
Ok, ma adesso doccia.

* * *

La serata è calda e la città ci accoglie piena di vita e di locali.
Nelle vie del centro si vedono passeggiare compagnie di studenti vestiti all’europea con le ragazze con i tacchi e i wonderbra: ci aspettiamo quasi di vedere un Mac-Donald ma i ristoranti in effetti, scarseggiano.
I locali curiosamente trendy con buttafuori in perfetto stile Corso Como non mancano, ma se cerchi una stramaledetta zuppa o un piatto di spezzatino, non lo trovi.
La religione qui ha subito anni di repressione politica e i pochi mussulmani non sembrano avere il fanatismo che si suole attribuire a quelle religioni:
quasi nessuna donna veste il chador ed è facile piuttosto vedere belle ragazze con minigonne estive.
Inaspettatamente non troviamo né i mendicanti e neppure le mignotte, due articoli che in Italia siamo abituati a collegare a questo popolo che mi è già simpatico e che vorrei, con i suoi sorrisi e le sue aquile sulla bandiera, riuscisse finalmente a volare un po’ più in alto.
Magari solo con le sue ali.

* * *

Sua maestà, la mucca…
Tirana ci saluta il mattino dopo, paralizzata in un traffico che fa invidia a Milano la vigilia di Natale.
Quando si tratta di fare casino, gli albanesi fanno le cose in grande e infatti, l’incrocio principale della città è ostaggio di una mucca, enorme e parecchio incazzata che salta e scalcia sulle fiancate di vecchi torpedoni sgangherati e polverosi Ducato targati Ancona.
Ci fermiamo un attimo, increduli.
Osserviamo questo rodeo che la capitale ci regala, e che si conclude con la mucca che riesce ad attraversare un’arteria di sei corsie senza farsi un graffio.
Nessuno sembra l’abbia veramente notata tranne quattro motociclisti attoniti, forse un po’ troppo attrezzati per un paese come l’Albania.

* * *

Scutari
Scutari è l’ultima città albanese prima del Montenegro e non sembra essere troppo diversa dalle precedenti.
Le immense foto elettorali di Sali Berisha e Fatos Nano non contribuiscono certo a migliorare l’aspetto decrepito della città; il centro è decisamente malmesso, con vecchie case a tre piani molto malandate tra le quali talvolta occhieggiano piccoli edifici in stile austroungarico.
L’impressione è quella che si ha tra le case popolari tra via Odazio e via Segneri: non ci sono i negri, ma è pieno di albanesi…

* * *

“Quei tempi là…”
Una famiglia, papà, mamma carina e bambina su un Mitsubishi Pajero targato Verona (e non Valona) ci indica una scorciatoia per il Montenegro, “passando su un ponte costruito dagli Italiani in quegli anni là…”

Non possiamo perdere l’occasione.
Attraversiamo una Scutari super trafficata, polverosa e rovente seguendo il Pajero e trovando anche il tempo di fermarci a comprare il gagliardetto dell’Albania in un microscopico negozietto per turisti (ma quali?) dove cinque commessi che parlano l’italiano come professori, sono stipati in meno di tre metri quadrati.
In breve ci troviamo di fronte ad un bellissimo ponte di ferro con fondo di legno, costruito da Galeazzo Ciano in quella che al tempo era la prima colonia italiana dell’impero fascista.
Lo attraversiamo con una punta di orgoglio, non certo rivolto alle baionette ma piuttosto all’abilità dei nostri genieri, e facciamo rotta verso il Montenegro.

Grazie alla “scorciatoia” abbiamo calcolato che ci abbiamo messo circa due ore.
In più.
Ma noi siamo viaggiatori, non turisti.

* * *

MONTENEGRO
Il Montenegro è leggermente più civile dell’Albania, almeno questo è quello che si dice in giro.

Quando ci entri già capisci che è una regione abbastanza incasinata pure lei.
Dopo il collasso della Iugoslavia, il Montenegro è rimasto unito alla Serbia nella Repubblica Federale di Iugoslavia.
Il paese confina a nord e a ovest con la Bosnia-Erzegovina, a est con la Serbia, a sud con l’Albania ed è bagnato a sud-ovest dal mare Adriatico. La capitale è Podgorica.
Nel febbraio 2003 la Serbia e il Montenegro hanno poi dato vita ad una nuova entità statale chiamata “Serbia e Montenegro”.
Mentre l’accordo prevede la creazione di un sistema confederale e di un’ampia autonomia sia per la Serbia che per il Montenegro (soprattutto in campo economico, doganale e monetario), i due paesi conservano invece un’unica politica estera e di difesa.
L’accordo prevede anche una verifica dopo tre anni, passati i quali le due repubbliche potranno confermare l’unione oppure diventare indipendenti.

In pratica, per ora non si capisce un tubo, ma una cosa ci è subito chiarissima: il Montenegro è una figata.

Alcuni tratti di costa sono tra i più belli che si possano trovare sull’adriatico (come l’isolotto di Sveti Stevan) mentre i paesaggi montani sono da mozzafiato tanto come la quantità di passera che è facile incontrare pressoché ovunque.

La scorciatoia
La strada che avevamo pianificato di seguire per arrivare a Podgorica e poi in Bosnia, è decisamente quella sbagliata: ce ne informa un curioso quanto solerte doganiere, che ci “impone” assolutamente di passare per Boboviste, costeggiando il bellissimo lago di Scutari dalla parte montenegrina.
Accettiamo congratulandoci con noi per l’inatteso colpo di fortuna, e nel giro di mezz’ora capiamo che si tratta di un’altro pacco clamoroso.
La strada in effetti costeggia il lago: peccato che lo fa ad un’altezza media di circa cinquecento metri!
Ricorda una vecchia strada da contrabbandieri più che una brillante scorciatoia ma si tratta di una delle più belle strade che abbia mai percorso.
Dopo i primi attimi di smarrimento, ci rendiamo conto del regalo che ci ha fatto il doganiere.
Percorriamo decine di chilometri tra profumi di resina, rosmarino, salvia e lavanda nell’atmosfera rarefatta di montagna.

Incrociamo qualche capra e un paio di vecchie Lada Niva che procedono a stento sulle salite.
Il grande lago di Scutari si staglia sulla nostra destra come un piccolo mare, con molte isolette, alcune solo con una misera chiesetta ormai diroccata.
Ma non è finita, ed ecco ancora i boschi e i laghi di smeraldo di questa regione tra cui il più bello è quello di Pluzine, lungo e stretto, che si insinua tra monti dalle pendici molto ripide per decine di chilometri senza che sulle coste ci sia altro che la strada silenziosa.
Il Montenegro ci accoglie così, con la sua natura selvaggia che non aspetta altro che d’essere scoperta.

* * *

BOSNIA
Dal Montenegro passiamo in Bosnia lungo il confine tracciato dalla Drina, un fiume che qui è a carattere torrentizio ed incassato tra valli ripide e boscose a cui si era ispirato il premio Nobel Ivo Andric per il suo famoso romanzo “Il ponte sulla Drina”.
Superiamo un vecchio ponte di ferro con il fondo di legno, molto simile a quello che i nostri Alpini costruirono a Scutari e che proprio come quello è ancora là che fa il suo lavoro.
Welcome in Bosnia: la nostra direzione è Sarajevo.
La Bosnia-Erzegovina è formata dalle regioni fisiche e storiche della Bosnia, nella sezione settentrionale, e dell’Erzegovina, nella sezione meridionale. La Bosnia è ricoperta da fitte foreste e possiede ampie pianure;
L’Erzegovina, bagnata dal fiume Neretva, è caratterizzata da altopiani e da ampie depressioni.
La vegetazione della Bosnia-Erzegovina è caratterizzata da foreste di querce e faggi mentre sulle montagne prevalgono le conifere.
Attraversiamo con le nostre moto boschi popolati da animali in via d’estinzione come la lince, il lupo e il muflone, ma anche uccelli rapaci come l’aquila, il falco e l’avvoltoio.
Purtroppo la Bosnia ci ricorda subito le vicende di guerra di cui è stata protagonista negli anni novanta.
Lungo la strada per Sarajevo individuiamo facilmente case in rovina a causa delle granate e i bombardamenti.
Case a cui non ci si può avvicinare, per il pericolo che siano minate.

Sarajevo
«A Sarajevo, chi soffre d’insonnia può sentire strani suoni nella notte cittadina. Pesantemente e con sicurezza batte l’ora della cattedrale cattolica: le due dopo mezzanotte.
Passa piú di un minuto (esattamente settantacinque secondi, li ho contati) ed ecco che si fa vivo, con suono piú flebile, ma piú penetrante, l’orologio della Chiesa ortodossa, e anch’esso batte le due.
Poco dopo, con voce sorda, lontana, il minareto della moschea imperiale batte le undici: ore arcane, alla turca, secondo strani calcoli di terre lontane, di parti straniere del mondo.
Gli ebrei non hanno un orologio proprio che batta le ore, e solo Dio sa qual è in questo momento la loro ora, secondo calcoli sefarditi o ashkenaziti.
Cosí, anche di notte, mentre tutto dorme, nella conta di ore deserte d’un tempo silenzioso, è vigile la diversità di questa gente addormentata, che da sveglia gioisce e patisce, banchetta e digiuna secondo quattro calendari diversi, tra loro contrastanti, e invia al cielo desideri e preghiere in quattro lingue liturgiche diverse.
E questa differenza, ora evidente e aperta, ora nascosta e subdola, è sempre simile all’odio, spesso del tutto identica ad esso»
Ivo Andric, tratto da «Lettera del 1920».

* * *

Verso sera arriviamo a Sarajevo.
Le luci grigie della periferia non riescono a nascondere i caseggiati con le finestre sventrate dalle granate che ci guardano come ciechi occhi neri.
Sono case che dovevano essere già modeste allora e non mi stupisco che nessuno abbia potuto spendere qualcosa per rifare l’intonaco.
Mentre sul ciglio della strada, bambini ci guardano passare con il naso per aria, costeggiamo l’aeroporto che chiude la città nell’unica parte pianeggiante, verso quella che negli anni della guerra, era l’unica via verso il mondo libero.
Durante i quattro anni di assedio (’92-’95) la città era circondata da batterie paramilitari serbe e da cecchini appostati su tutte le colline. L’aeroporto era presidiato dall’ONU, che non faceva nè entrare nè uscire nessuno.

Siamo fuori dal tunnelllll…
Mentre rifletto sul paradosso di quest’ultimo fatto, Pietro ci indica un gruppo di case sul limitare della pista.
Lì si trovava l’ingresso al famoso “tunnel” sotto l’aeroporto, che contribuì in modo determinante a mantenere in vita tanti cittadini di Sarajevo, e a consentire contatti e trasferimenti verso l’esterno.

Il tunnel partiva dalla cantina di una casa privata e durante l’assedio era l’unica via di comunicazione con il resto del mondo.
Il tunnel è un cunicolo largo un metro e alto poco più di un metro e mezzo, lungo circa ottocento metri, scavato con pale e picconi sotto la pista dell’aeroporto.
Dentro sono passati viveri, armi, rifornimenti, soldati, pecore, feriti, capi di stato e burocrati trasportati su di un vagoncino o – se erano meno importanti – sguazzando nell’acqua con stivaloni da pescatore e facendo bene attenzione a non battere la testa.
Questa specie di filo rosso era un piccolissimo spiraglio di libertà per una città che rischiava di morire.
Ricordo una foto del tunnel: due giovani sposi – lei in velo bianco tutto pizzi – che ridono felici mentre ne escono.
Chissà se lo hanno preso anche per ritornare, o se hanno scelto di rimanere fuori per sempre.

* * * *

Il “viale dei cecchini”: Sniper Alley
Il viale dei cecchini è uno delle tre arterie importanti della città, che si snoda in modo longitudinale, lungo la Miljacka, un piccolo fiume che la divide in due parti.
L’antico cuore della città si trova in un’ampia valle che ha una forma naturale di anfiteatro.
La città si trova a 511 metri sopra il livello del mare e alcuni suoi sobborghi raggiungono i 900 metri sopra il livello del mare, il che fa di Sarajevo una delle città più elevate in Europa.
Le cime delle montagne che accerchiano la città raggiungono e superano i 2000 metri sopra il livello del mare, e me le immagino irte di bocche di cannoni, e di mortali cecchini.

La linea del fronte, durante i quattro anni, si è progressivamente spostata: secondo una impressionante cartina geografica che riproduce l’assedio, ci fa capire quanti spazi aperti (e pericolosi) dovevano attraversare i cittadini per poter spostarsi durante le loro attività quotidiane.
“Se puoi vedere le colline, qualcuno lassù, può vedere te”
Questa era una delle parole d’ordine di quel periodo.
Il viale dei cecchini è percorso da un tram al centro delle carreggiate.
Grandi edifici a più piani torreggiano su quest’arteria, oggi trafficata e viva.
Ricordo le immagini della gente con la spesa ed i bambini per mano, nascondersi dietro i mezzi dell’ONU, o dietro il tram, su quella stessa strada.
Nel silenzio, si sentivano schioccare i colpi dei fucili automatici di precisione.
Rifletto su come può fare oggi, una persona che ha vissuto così per quattro anni, a girare l’angolo di una via e trovarsi in mezzo ad una strada della sua città – o magari anche di una città qualsiasi – allo scoperto, senza provare un brivido di terrore…

* * *

LE “ROSE DI SARAJEVO”
L’asfalto e il cemento dei bellissimi viali del centro di Sarajevo portano ancora i segni della guerra.
Sono le tante granate che scoppiavano a tradimento in mezzo ai civili.
Ci dicono che ne cadevano fino a ottocento al giorno: uno scoppio ogni due minuti. Compresa la notte.
Ovviamente.

Alcuni segni di queste esplosioni sull’asfalto dei marciapiedi, le granate che hanno ucciso più di cinque persone, sono ricoperte di plastica rossa.
Sembrano schizzi di sangue, di materia organica, di morte. E come le cose più terribili, spesso hanno nomi romantici.
Si chiamano “le rose di Sarajevo”


* * *

Cenere e parole che volano nel cielo di Sarajevo: la vecchia biblioteca
Verso il quartiere turco, lungo il corso del fiume, c’è un bellissimo palazzo, di cui si intuisce il passato splendore.
E’ la biblioteca di Sarajevo, l’antica Biblioteca Nazionale, costruita dall’amministrazione austriaca in stile moresco e distrutta in un rogo in cui andarono persi due milioni tra libri e documenti.
L’incendio della biblioteca di Sarajevo da parte dei cannonieri serbi ha rappresentato il simbolo della guerra che in pochi istanti riesce a sbarazzarsi di svariate migliaia d’anni d’inchiostro e lavoro.

“..brucia la biblioteca, i libri scritti e ricopiati a mano (…)
S’alzano i roghi al cielo…
s’alzano i roghi in cupe vampe (…)
bruciano i libri, possibili percorsi, le mappe, le memorie, l’aiuto degli altri…”

Un vecchio che pescava sulla Miljacka, ci ha visto osservare i poveri ruderi della biblioteca ancora fieri se pur nella miseria della distruzione.
Forse ha capito qualcosa di quello che avevamo dentro, anche se stavamo zitti.
Ha sussurrato:
- Dopo l’incendio della biblioteca, nel cielo della città si sono visti pezzetti di libri, volare con la cenere per giorni e giorni…-

* * *

Sarajevo, proprio come oggi, era piena di bellissimi parchi. La cosa si è rivelata un vero colpo di fortuna visto che grazie a questi, durante l’assedio la gente aveva la possibilità di trovare un po’ di legna.
Sui muri esterni degli edifici, gli abitanti avevano creato piccoli fori per fare uscire camini di fortuna, allo scopo di far funzionare le tantissime stufe a legna che avevano sostituito i termosifoni, spenti per quattro inverni per la mancanza di gasolio.
I grandi parchi e le colline circostanti erano diventati una preziosa riserva di legna, da rivendere in città con prezzi variabili che dipendevano dalle previsioni metereologiche…

E poi i parchi offrivano spazio per le innumerevoli tombe il cui numero aumentava ormai senza controllo.
Dopo aver riempito anche il centro sportivo non si sapeva più dove seppellire le persone e ci si arrangiava con lo spazio disponibile.
Pietro mi fa notare un gruppo di lapidi tutte vicine, su un dolce declivio del parco centrale di Sarajevo:
– Se fai caso alle date, noterai che erano persone di diverse età, ma morte tutte lo stesso giorno, probabilmente a causa di qualche bombardamento… -
Le parole di Pietro ci toccano ancora una volta, per la loro semplicità e per l’enormità del loro significato.
Il piccolo cimitero di fortuna – uno dei tanti – è questo.

Wonderbra, chador, perizomi e minareti
Nonostante tutto, la città è bella e colorata.
La gente ha visi aperti e voglia di vivere. Le ragazze sono belle, vestite spesso vistosamente, con zigomi pronunciati e luminosi occhi balcanici.
Verso sera, lo struscio nel viale principale ricorda quello una nostra cittadina di provincia, in un sabato all’ora dell’aperitivo.
Passeggiando vediamo l’Holiday Inn: un cubo giallo e grigio reso famoso dai tantissimi giornalisti stranieri che ivi hanno alloggiato.
A poche decine di metri dal fiume, questo albergo è stato molto vicino alla linea del fuoco quando, verso la fine del conflitto, i serbi erano arrivati quasi in città.
Nonostante i danni, l’albergo ha continuato ad essere aperto nel corso di tutto l’assedio.
Probabilmente l’unico Hotel al mondo dove le camere che costavano meno erano quelle senza vista.

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Da sempre Sarajevo è una città multi etnica e multi razziale. Nelle sue vie si scorgono segni dell’occupazione asburgica ma anche la presenza dell’impero ottomano, presente in zona dal medioevo.
Il quartiere turco è bellissimo: le case sono basse e antiche, con tantissimi artigiani che lavorano lo stagno, il rame e i tessuti.
Nelle strade lastricate del quartiere si incrociano turisti, donne con il velo (poche) e bellissime ragazze slave che camminano svelte sotto gli occhi distratti dei negozianti turchi, che siedono attorno a piccolissimi tavolini con il caffè, davanti alle loro botteghe.
Il sole è alto e tiepido, oltre i tetti si staglia un piccolo minareto vicino ad un campanile di una chiesa ortodossa.
Mi immagino all’improvviso, una deflagrazione fortissima.
Poi urla, pianti, antifurti che suonano all’impazzata e, in lontananza le sirene che si avvicinano.
Un ordinario pomeriggio a Sarajevo, circa dieci anni fa.
Praticamente, l’altro ieri.

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SREBRENICA
Oggi partiamo per Srebrenica.
Abbiamo una missione da compiere.
Nelle borse delle nostre moto c’è un piccolo fascicolo, poco più di venti pagine, dove abbiamo raccolto i pensieri di tantissime persone che non vogliono dimenticare l’eccidio di Srebrenica, avvenuto l’undici luglio del 2005.
Mentre cerchiamo la strada verso la Serbia, notiamo molti manifesti che sembrano reclamizzare capi di abbigliamento su cui campeggia il nome Srebrenica.
Sono immagini assolutamente identiche alle pubblicità di abbigliamento giovane che si vedono anche in Italia, ma guardando meglio ci rendiamo conto che si tratta di scioccanti immagini di morte.

- Giubbotto di jeans stone washed – capo d’abbigliamento casual – marca Diesel – Reperto numero  265894, trovato a Srebrenica, in una fossa comune.

- Maglietta “Forty Niners” – taglia media – diciotto, venti anni – puro cotone. Reperto n. 265895. Trovato a Srebrenica, in una fossa comune

-Scarpe da jogging Adidas – numero 41 – colori moda – Reperto n. 265869, trovato a Srebrenica, in una fossa comune.

I ragazzi di vent’anni che oggi potrebbero indossarli, allora avevano otto o dieci anni.
Quelli che li indossavano allora, oggi non ci sono più.

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Il tragitto verso Srebrenica si snoda nella Repubblica Serba, o meglio la Repubblica Srpska, una regione interna alla Bosnia Erzegovina, abitata prevalentemente da serbi (i cosiddetti serbi di Bosnia, di religione ortodossa, tradizionalmente nazionalisti).
E’ tra questa gente che uomini come Mladzic e Karadzic, i carnefici di Srebrenica, riuscirono ad arruolare le truppe paramilitari che nel corso della guerra si macchiarono di atroci delitti.
La strada si snoda tra campagne e colline che ricordano la nostra toscana o il Monferrato, con cascine perse nel verde e boschi lussureggianti: una delle ricchezze principali della Bosnia è infatti l’acqua, che consente addirittura di esportare ai paesi limitrofi l’energia idroelettrica.

Ocio, la pula!
Le curve sono talmente piacevoli che ci facciamo prendere la mano e iniziamo a piegare come se fossimo sulla Serravalle, ma dietro il classico cartello, ecco la macchina della polizia, per giunta dotata di un rudimentale autovelox.
Senza tanti complimenti mi fanno vedere che sul display compare 65 km/h, in un tratto dove vige il limite dei quaranta.
C’è poco da discutere e i poliziotti iniziano a scribacchiare un lungo verbale per eccesso di velocità.
Durante i minuti che seguivano io e il Depiano abbiamo pensato le peggiori cose: dall’esborso di cifre spropositate per salvarci dalla gattabuia alla confisca dei nostri passaporti e ci vedevamo già seduti su scomode panchine a fare ore di anticamera presso remote stazioni di polizia serba che puzzano di cavolo e caffè vecchio.
Insomma, eravamo pronti a tutto, quando finalmente il poliziotto mi consegna la multa con aria seria e mi spara lì un: “Roberto, Roberto…..: cinque Euro! “.

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Ma non è l’unico episodio poliziesco in Serbia.
Verso sera siamo stati ancora protagonisti di un incontro, credo con gli stessi agenti, ma questa volta con sviluppi meno comici.
Dopo esserci beccati un’oretta di pioggia torrenziale tornando da Srebrenica, ci eravamo fermati sul ciglio della strada per asciugarci.
Proprio di fronte a noi si apriva una valle bellissima, con un piccolo cimitero cristiano ed io stavo scattando qualche foto al panorama, includendo dell’immagine parte delle tombe.
Anche se sembra uno scherzo, in Bosnia non è facile fare foto senza che ci scappi dentro qualche cimitero.
All’improvviso un’auto della Polizia si ferma davanti a noi.
La porta si apre e un agente, senza scendere, mi fa segno di avvicinarmi.
Perché fai le foto al cimitero? Si fa capire il poliziotto, con aria molto aggressiva.
Io cerco di spiegare che il mio interesse era rivolto al panorama, ma il poliziotto non è convinto e sembra che non aspetti altro che un gesto di stizza del Depia per scendere dall’auto con aria – questa volta veramente – minacciosa.
L’agente inizia ad inveire contro di noi che non sappiamo più cosa dire ed iniziamo ad essere piuttosto preoccupati.
Ci trovavamo molto lontani da tutto, in un paese abitato da gente – i serbi di Bosnia – abituata a ricevere accuse di strage e che deve essere piuttosto suscettibile su cimiteri e rovine di guerra.
In quel momento i serbi erano rappresentati da due poliziotti che avevano voglia di attaccare briga.
Ho preso da parte l’agente, che si era focalizzato sul Depia, e gli ho fatto vedere come si cancellavano le foto.
Le ho eliminate di fronte a lui: cosa cavolo poteva fregarmene, del resto, ero pronto a regalargli pure la macchina fotografica se avesse voluto.
Ma per fortuna gli agenti si sono placati e sgommando sul ghiaietto, si sono allontanati borbottando e scuotendo la testa.
Poco dopo siamo ripartiti senza parlare:
qualcosa mi dice che questa volta ci è andata bene.

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La strada per Srebrenica entra nella Repubblica Srpka, cioè la zona della Bosnia-Erzegovina a maggioranza serba, che ha occupato molti territori che prima della guerra civile erano abitati da mussulmani.
Alcune di queste enclavi erano Srebrenica e Potocari.
Incontriamo molti mezzi dell’EURFOR, che pattugliano la zona.
Sono tedeschi, francesi ma anche italiani.
Ci fermiamo qualche minuto ai margini della strada con alpini e bersaglieri che ci fanno sentire un po’ a casa.
Sono tranquilli e consapevoli di prestare un servizio importante, infatti molti bosniaci ci hanno confessato di essere felici di avere i militari che li proteggono: la grande paura della pulizia etnica non sembra essere ancora passata.

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Una piccola strada che porta lontano, lontanissimo…
La stradina che porta a Srebrenica si snoda in mezzo al territorio serbo, tra villaggi completamente distrutti alternati a paesi neppure sfiorati da una granata.
Ci viene detto che, con precisione chirurgica, solo le case e i paesi abitate dai mussulmani sono state distrutte mentre quelle dei serbi e degli ortodossi non hanno subito nemmeno un graffio.


Raggiungiamo il cimitero: ci sono centinaia di lapidi verdi (il colore dell’Islam) allineate su un campo con la terra appena smossa.
Le date di nascita ci fanno comprendere con sgomento che molti avevano solo quindici o sedici anni, quelle di morte sono sempre uguali, July 1995.

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Sono i resti delle persone trovate nelle fosse comuni, di cui è disseminata la zona, e sono solo una parte di quello che è stato definito un genocidio.
A ricordarcelo, una fila di cartelloni lunga più di cento metri, con la lista di tutti i morti e i dispersi di Srebrenica e Potocari.
Sono oltre 8500 nomi.
Ci metto qualche minuto solo per passare davanti a tutti: mi ricorda il muro dei veterani del Vietnam, a Washington.
Il Depia filma tutto e mi fa delle domande, per documentare la nostra missione. Ma non riesco a rispondere.
Cammino senza fermarmi mentre le tombe sembrano non finire mai. Mi guardo attorno.
Il mio amico è lontanissimo e io sono solo un puntino in mezzo a questo campo verde.

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Dietro il grande cimitero c’è una vecchia fabbrica di pile ormai dismessa.
Nel 1995 questa fabbrica era la base dei caschi blu olandesi, trecento uomini con armi leggere, spediti dall’ONU a presidiare l’enclave di Srebrenica e Potocari.
L’edificio è in disuso e adibito a memoriale.
Tutto è chiuso e silenzioso.
All’inizio il guardiano non ci vuole fare entrare, ma poi cerchiamo di convincerlo, con la nostra telecamera e il nostro piccolo libretto di pensieri, impolverato come noi.

L’unica creatura allegra, da quelle parti, era un piccolo cagnolino dal nome impronunciabile…
Arriva una ragazza sui venticinque anni, c’è un cagnolino con lei che saltella instancabile.
Sembra l’unico essere allegro nel giro di un milione di chilometri.
Entriamo nel capannone buio e deserto mentre la ragazza accarezza il cane e ci parla in un inglese preciso e semplice.
L’immenso interno della fabbrica di pile è triste e polveroso.
Su un muro campeggia una scritta in stile vetero-sovietico inneggiante a Tito e risalente a molti anni prima della strage.

La ragazza ci spiega che dieci anni fa, le truppe paramilitari di Mladzic e Karadzic – serbi di Bosnia – avevano accerchiato l’intera zona minacciando di uccidere tutti gli abitanti di Srebrenica e Potocari.

Circa cinquemila persone si presentarono ai cancelli della base dei caschi blu, chiedendo asilo.
Altri duemila non si fidarono e preferirono cercare la via di fuga attraverso le colline con l’obiettivo quasi impossibile di raggiungere Tuzla, dove c’era un’altra base ONU, ma anche per loro l’impresa si rivelò impossibile e in gran parte non riuscirono a salvarsi.
Durante giorni interminabili, cinquemila persone vissero l’una vicino all’altra all’interno di questo enorme capannone.
Nacquero bambini, vecchi morirono, intere famiglie divisero il poco cibo e l’acqua a disposizione sperando e pregando.
Poi i caschi blu olandesi, paralizzati dalla burocrazia e incapaci di gestire l’enormità della situazione, inspiegabilmente aprirono i cancelli della fabbrica e consegnarono i rifugiati nelle mani dei serbi.

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Poco dopo le truppe paramilitari serbe uccisero oltre ottomilacinquecento uomini, selezionando quelli di età compresa tra i sedici e i sessant’anni.
L’eccidio durò una settimana.
Tra le persone uccise, c’erano anche il padre e il fratello della ragazza.

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Mladzic e Karadzic, responsabili della strage, sono tuttora latitanti.

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Karadzic sembra viva da dieci anni a Pale, un piccolo paese fuori Sarajevo.

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Abbiamo ascoltato, paralizzati dall’orrore, le parole di quella ragazza.
Stavamo impalati con la nostra piccola telecamera e tra le mani il nostro fascicolo pieno dei pensieri di tantissime persone che vivono in Italia e che forse non avevano idea, proprio come noi, di ciò che l’uomo è riuscito a fare qui.
Pensieri che parlano di pace e speranza, di amicizia e affetto, di futuro e di bambini: cose che qui sembrano terribilmente fuori luogo.
Lasciamo il nostro fascicolo in un angolo di questa enorme fabbrica; una fiammella di amore tra grandi muri silenziosi e sporchi, destinati per sempre a riecheggiare la paura e il dolore di quei giorni.

Usciamo, le nostre moto parcheggiate vicino ad una vecchia scritta UN dipinta su un blocco di cemento che non è riuscito ad arginare la follia umana.

Per quella ragazza, il significato è “United Nothing”

The answer, my friend, is blowing in the wind…
Sta piovendo e anche piuttosto forte.
Tutto è ancora più grigio, più triste. Senza parlare accendiamo i nostri motori e in quel rombo c’è tutto il nostro desiderio di casa, di famiglia, di ritorno, di cose belle, di luce, di “basta basta basta”.
Ingraniamo sonoramente la prima e ci allontaniamo da quel piccolo villaggio sotto una pioggia torrenziale che ci pizzica il volto e ci inzuppa i jeans.
Non ci preoccupiamo di coprirci e, con la mente altrove, lasciamo che le braccia e le gambe seguano gli automatismi della guida sulle curve di questa piccola strada di montagna.
Come spesso capita quando guido la mia Harley, una canzone si impadronisce del mio cervello e non mi lascia più per tutto il viaggio.
Questa volta è “Blowing in the Wind” di Bob Dylan e mentre il suo motivo continua a martellarmi in testa, mi pongo anch’io una domanda:
chissà quando, sotto questo grigio cielo di Bosnia – stufo di piangere – potrà finalmente tornare il sereno?

La risposta, amico mio, si è persa nel vento.
La risposta si è persa nel vento.

Il famoso ponte di Mostar, distrutto e successivamente ricostruito…
Don’t forget: noi, senz’altro no…

Qui di seguito, tutte le altre foto in ordine cronologico.

Il nostro viaggio si è concluso con la visita di Mostar e con l’ingresso in Croazia da cui, via Spalato, siamo rientrati in Italia
Quando ormai in Italia, sull’autostrada è comparso il cartello di uscita RIMINI SUD, non c’è stato neppure bisogno di parlarci:
freccia a destra, verso le braccia accoglienti della riviera romagnola…

ALBANIA

BOSNIA

Sarajevo

MOSTAR




 

 

 

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